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Inviata da Flavio · 5 gen 2026 Autorealizzazione e orientamento personale

Buonasera, una collega giovane, in terapia, sta da alcuni mesi avendo cicli logoranti da cui non si riesce a uscirne, stando male sia lei anche espressivamente affaticata scavata tesa sembra un'altra persona, sia chi (e a chi) si è legato.

Premetto che per 3-4 anni è stata una ragazza normalissima mite gentile educata molto centrata su se stessa, gli altri non li guardava nemmeno se non per cose lavorative, disponibile e presente seppur con i suoi tempi, lei che in tutti quegli anni cercava solo me per piacevoli attività assieme e di cui si è sempre fidata. I cicli poi da meno di un anno sono questi :

-Avvicinamento (per mesi esisto solo io non calcola nessun altro), socievole, gentile, condivide cose private, gesti affettuosi (e di gelosia), non ha disdegnato vicinanza emotiva o fisica amichevole, mi coinvolge con la famiglia
-Evento scatenante (con l'avvicinarsi della data inizia a riaprire timidamente ad altri colleghi come prepararsi una via di fuga, tra cui chi ha altro tipo di intenzioni)

A evento superato (durante il quale mi propone attività di continuità relazionale di banale amicizia) :

-Aggressività verbale senza motivo - Evitamento stizzita (con espressione infastidita) delle attività che aveva proposto
-Tentativi di ricerca ma per allontanarmi verbalmente, test per attività assieme per poi rifiutarle se le accetto, se allora inizio a rifiutare con educazione anche un semplice caffè non mi saluta per giorni ed evita persino di incrociarmi
-Sabotaggio relazionale con Triangolazione/Tradimento emotivo (specie la ricerca del terzo) coi quali fa le cose che lei stessa aveva proposto a me durante gli eventi Distacco protettivo da parte mia, tentativo di ricentratura, connessione a mia volta con persone più sane, riduzione a rapporto professionale non emotivo.

Finché non ritorno disponibile questa è la progressione:

-Panico (volto cadaverico tirato) e poi tentativi anomali, goffi e violenti (schiaffo schiena) di riaggancio per attirare mia attenzione quando era più coinvolta, senza mai esporsi verbalmente
-Ritiro da parte sua, sparisce limitandosi al saluto e test di persona di ricontatto a bassa esposizione e come le chiama lei "briciole di attenzioni"
-Aumento esponenziale dell'investimento nella triangolazione con gli altri, col "terzo" si rende disponibile anche a flirtare, occhi dolci e voce emozionata, se viene tentata lo asseconda, teatralità eccessiva per mostrarsi strafelice, lui si illude lei lo usa ma non può negarsi per paura di essere abbandonata (abbandono materno) e quindi si dimostra disponibile qualunque cosa lui le faccia dinanzi a occhi e orecchie di chicchessia

Se il terzo prova (??) ad andare "oltre" oppure inizia a chiedere continuità lo aggredisce pubblicamente in ufficio per allontanarlo e riaprire a me subdolamente, iniziando a girarmi attorno e se io resisto :

-Svalutazione del sottoscritto qualsiasi cosa faccia o dica (tutto nero), gesti di gelosia (possesso) nel vedermi parlare con altre, nel primo ciclo le feci notare di attuare schemi per tentare di ferirmi nonostante evitassi reazioni e la risposta fu "ah quindi ti ferisco!!" oppure la informai di volermi concentrare su persone che apprezzano la mia vicinanza -> "esatto, fai così allora.."
-Ostilità pubblica nei miei confronti, anche quando parlo con terze persone si intromette per aggredire verbalmente e svalutarmi (CHE È LA FASE CHE MI PREME MAGGIORMENTE EVITARE PER POTER LAVORARE SERENO)

Quando in passato sono tornato a calcolarla per rappacificarci e calmare le acque, riallontana gli altri in modo anche aggressivo/infastidito si riconcentra su di me però almeno mentalmente si riequilibra, gli sbalzi di umore (prima all'interno della stessa giornata) seppur presenti diventano meno intensi, riprende colore in viso, torna a sorridere e senza teatralità, diventa calma costante e più centrata, ha il coraggio di dirmi frasi tipo "è un mio pattern per difendermi, tu non c'entri niente, tu sei di valore ma avevo bisogno di rapporti idioti con persone idiote, è una cosa dentro di me, dammi tempo e vedrai che torno quella di prima, il mio muro di ambiguità mi serve per non mettermi a nudo" pur sempre senza mai scusarsi, per mesi il rapporto ricresce fino al successivo "evento" scatenante ANCHE se io lo incasello esplicitamente sul piano dell'amicizia.

Un po' come se lei desiderasse essere desiderata ma da cui ha bisogno di fuggire rifugiandosi nel ciclo.

Per eventi si intende una cena, la prima invitato da lei, la seconda organizzata assieme ma per rassicurarla ho chiesto esplicitamente che la famiglia ne fosse a conoscenza come poi è stato.

Il mio atteggiamento ATTUALE è unicamente professionale, zero ricerche extra lavorative, se lo ha fatto lei ho risposto breve e neutro, in ufficio non mi soffermo più a parlarle, solo saluto e breve risposte ai suoi test portandomi documenti che spesso usa come scusa per mantenere contatto "ok grazie" oppure ai suoi innumerevoli "tutto apposto?" dopo aver evitato infastidita le attività proposte da lei stessa per farle con altri, "si tutto apposto grazie". In cosa sbaglio? Ormai dentro mi è morta.. Dove posso fare meglio? Qualche gentile consiglio su come muovermi?
Dimenticavo, quando mette in soffitta gli altri per chiedermi per mesi la pausa caffè assieme, non li considera minimamente, quando mette in soffitta me per aprirsi agli altri come il terzo polo, tende sempre a tenere vivo il legame con me con un saluto sorridente, una scusa di portarmi docs (a volte che non spetta nemmeno a lei), contatti come carezza o tentativi di parlarmi senza argomenti.

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Miglior risposta 6 GEN 2026

Caro Flavio,
quello che descrivi è molto complesso, logorante e psicologicamente invasivo, e prima di tutto è importante dirti una cosa con chiarezza: non stai immaginando nulla e non sei tu a creare questa dinamica. Hai osservato nel tempo un pattern ripetitivo, coerente e altamente disfunzionale, e il fatto che tu riesca a descriverlo con questa lucidità dice che sei rimasto, nonostante tutto, ancorato alla realtà.

Provo a restituirti una lettura ordinata, perché il rischio più grande in queste situazioni è perdere il senso di ciò che è tuo e di ciò che non lo è.

Quello che emerge con molta evidenza è un funzionamento relazionale ciclico, tipico di strutture emotive fragili, basate su una paura profonda dell’abbandono e su una difficoltà marcata a tollerare l’intimità stabile. La sequenza che descrivi — idealizzazione, avvicinamento esclusivo, attivazione dell’evento, svalutazione, triangolazione, aggressività, panico, riaggancio goffo, nuovo distacco — è estremamente coerente. Non è casuale, non è reattiva a ciò che fai tu: è un copione interno che si riattiva indipendentemente dalla cornice (amicizia, chiarezza, limiti).

Il punto centrale non è tanto “cosa fai tu”, ma che ruolo vieni fatto occupare. Tu rappresenti una figura di attaccamento sicura, regolante, contenitiva. Quando lei si avvicina a te, si calma, si organizza, torna a essere più centrata. Ma proprio perché questa vicinanza la espone alla possibilità di dipendere emotivamente, scatta il panico. E allora deve distruggere il legame, ma senza perderlo del tutto: lo sabota, lo triangola, lo aggredisce, lo svaluta, ma non lo lascia mai andare davvero.

Gli “altri” non sono veri oggetti d’amore: sono strumenti regolativi, usati per non sentire il vuoto e per non affrontare il legame autentico. Quando l’altro chiede continuità, viene aggredito; quando tu ti sottrai, viene il panico. Questo non è desiderio sano, è dipendenza relazionale mascherata da ambiguità.

Rispetto a te, Flavio, è fondamentale essere molto chiari:
tu non stai sbagliando nulla nel senso comune del termine. Anzi, hai già fatto ciò che era più corretto e maturo: ricondurre il rapporto sul piano professionale, ridurre l’esposizione emotiva, non entrare nei giochi di riattivazione. Il fatto che “dentro ti sia morta” è un segnale di esaurimento emotivo, non di disinteresse. È il punto in cui una parte di te ha capito che continuare così significa perdere te stesso.

Il problema, però, è che finché resti una figura emotivamente significativa anche solo in modo latente, lei continuerà a oscillare. Non perché tu faccia qualcosa, ma perché la tua presenza attiva il conflitto interno irrisolto. E purtroppo — questo è importante dirlo con onestà — non è qualcosa che tu puoi risolvere con il giusto comportamento.

La fase che ti preme evitare, quella dell’ostilità pubblica e della svalutazione sul lavoro, è la più delicata. Qui il consiglio non è psicologico ma anche pragmatico:
– mantieni una neutralità costante, non fredda ma ferma
– evita qualunque micro-eccezione “riparativa” (caffè, momenti informali, rassicurazioni)
– se l’aggressività pubblica dovesse ripetersi, non contenerla da solo: documentala, tutela il contesto lavorativo

Non perché tu voglia “punire”, ma perché non è tuo compito regolare la sua instabilità a scapito della tua serenità professionale.

Quando lei dice frasi come “è un mio pattern”, “tu sei di valore”, “dammi tempo”, sta mostrando una consapevolezza cognitiva, ma non una reale capacità di cambiamento strutturale. La consapevolezza, senza lavoro profondo e continuativo, non basta. E tu non puoi essere né il terapeuta né il regolatore emotivo di una collega.

La domanda che fai — “dove posso fare meglio?” — è molto rivelatrice della tua responsabilità emotiva. Ma forse la domanda più onesta ora è un’altra:
quanto sei disposto a sacrificare ancora di te per tenere in piedi un equilibrio che non dipende da te?

Fare “meglio”, in questo momento, significa non rientrare più nel ciclo, anche se questo comporta tollerare un po’ di tensione iniziale. La calma che lei ritrova quando torni disponibile ha un costo: il tuo svuotamento.

Hai già fatto un passaggio cruciale: hai riconosciuto che dentro è finita. Ora il lavoro è proteggere quella consapevolezza, non tradirla per quietare il disagio altrui.

Se vorrai, si potrebbe anche lavorare più a fondo su ciò che questa dinamica ha toccato in te, perché legami così non si agganciano mai a caso. Ma una cosa è certa: non sei tu il problema, e non sei tu la soluzione.

Un saluto,
Dott.ssa Valeria Di Stasi
Psicologa clinica
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Dott.ssa Valeria Di Stasi Psicologo a Bari

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7 FEB 2026

Ciao Flavio,

da come lo descrivi, più che una relazione sembra un ciclo di regolazione affettiva: quando l’intimità cresce (e soprattutto quando si avvicina un “evento” che la rende più reale e dunque più rischiosa), lei attiva difese che in termini clinici assomigliano a un attacco-fuga con triangolazione: il “terzo” non è un vero oggetto d’amore, ma una via di scampo dall’esposizione. L’Eros, quando si fa concreto, viene immediatamente “sporcato” da un’immagine interna di pericolo; allora la psiche produce teatro, ostilità, capovolgimenti, non per cattiveria deliberata, ma per non sentire vulnerabilità e dipendenza. Questo però non cambia la tua parte: tu non sei il suo terapeuta né il suo regolatore. Il tuo atteggiamento attuale (professionale, sobrio, non reattivo) è, in linea di principio, corretto. Dove puoi fare meglio è su un punto: non rientrare mai nel ruolo di sedativo del suo caos. Se la “calmi” tornando disponibile, rinforzi il circuito. La tutela prioritaria, qui, è il lavoro: se riappare l’ostilità pubblica, non interpretare né “trattare”; metti un confine minimo e fattuale (“parliamo solo di lavoro”, “questo tono non è accettabile”), e se necessario traccia gli episodi e passa per un referente (responsabile/HR). La tua cura, in questa dinamica, è sottrarti alla coazione a riparare.

Un caro saluto,

Dottoressa Giulia Foddai

Giulia Foddai Psicologo a Torino

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8 GEN 2026

Gentile Flavio, tu non sbagli nulla. Il fatto già che ti metta in discussione fa capire quanto tu stia soffrendo.
La coppia funziona solo se sono in equilibrio le persone che la formano ma dal tuo scritto mi pare di capire che la tua partner non abbia bene le idee chiare. Non si capisce se lo faccia consapevolmente per "giocare con i sentimenti altrui" o se abbia delle difficoltà proprie che non riesce a gestire correttamente.
E' giusto in una coppia aiutarsi e sostenersi nelle difficoltà, è normale che talvolta una delle due parti affronti delle situazioni difficili ma qui sembra più un gioco subdolo e sregolato per capire fino a dove questa persona possa arrivare e quale sia il tuo limite di sopportazione e di rottura.
Il gioco però continua se i giocatori sono più di due e se le regole non ti piacciono allora sei libero di uscire dal gioco.
Non c'è gioco senza giocatori.
Le domande che devi porti sono: cosa vuoi da una relazione? Ti fa stare bene tutto questo?
Ad un certo punto occorre mettere al centro il proprio benessere e fare in modo che gli altri trovino il loro a loro modo.
Non è egoismo o disinteresse verso il prossimo ma amore verso se stessi.
Occorre amare ciò che ci far star bene e fare in modo che gli altri abbiano chiaro in mente che possono sedersi al nostro tavolo da gioco e giocare con noi a patto di rispettarci e di non farci soffrire.
Resto a disposizione anche online.

Dott.ssa Mazzilli Marilena

Dott.ssa Mazzilli Marilena Psicologo a Canelli

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7 GEN 2026

Gentile Flavio, tu non sbagli nulla. Il fatto già che ti metta in discussione fa capire quanto tu stia soffrendo.
La coppia funziona solo se sono in equilibrio le persone che la formano ma dal tuo scritto mi pare di capire che la tua partner non abbia bene le idee chiare. Non si capisce se lo faccia consapevolmente per "giocare con i sentimenti altrui" o se abbia delle difficoltà proprie che non riesce a gestire correttamente.
E' giusto in una coppia aiutarsi e sostenersi nelle difficoltà, è normale che talvolta una delle due parti affronti delle situazioni difficili ma qui sembra più un gioco subdolo e sregolato per capire fino a dove questa persona possa arrivare e quale sia il tuo limite di sopportazione e di rottura.
Il gioco però continua se i giocatori sono più di due e se le regole non ti piacciono allora sei libero di uscire dal gioco.
Non c'è gioco senza giocatori.
Le domande che devi porti sono: cosa vuoi da una relazione? Ti fa stare bene tutto questo?
Ad un certo punto occorre mettere al centro il proprio benessere e fare in modo che gli altri trovino il loro a loro modo.
Non è egoismo o disinteresse verso il prossimo ma amore verso se stessi.
Occorre amare ciò che ci far star bene e fare in modo che gli altri abbiano chiaro in mente che possono sedersi al nostro tavolo da gioco e giocare con noi a patto di rispettarci e di non farci soffrire.
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Dott.ssa Mazzilli Marilena Psicologo a Canelli

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7 GEN 2026

Buonasera Flavio,

Da quanto descrive emerge una dinamica relazionale molto intensa, ciclica e profondamente logorante, che nel tempo sembra aver inciso sia sul suo equilibrio emotivo sia sul clima lavorativo. È comprensibile che si senta stanco, confuso e anche svuotato.
Al di là delle possibili spiegazioni sul funzionamento della collega (che peraltro è già in terapia), ciò che appare centrale è il ruolo che lei si è trovato a occupare nella relazione: una posizione di costante regolazione, attesa, ritiro e riavvicinamento, che la espone ripetutamente a svalutazione, tensione e sofferenza.
È importante ricordare che lei non è responsabile della stabilità emotiva di una collega, né del suo percorso terapeutico. Anche quando il suo riavvicinarsi sembra avere un effetto calmante su di lei, questo la colloca in una funzione che non è sostenibile né sana, e che finisce per mantenere il ciclo invece di interromperlo.
Il fatto che lei scriva “dentro mi è morta” è un segnale significativo: indica che probabilmente è stato superato un limite interno. In questo senso, l’atteggiamento attuale – professionale, sobrio, con confini chiari – non appare un errore, ma una forma di tutela.
Più che chiedersi dove può fare meglio per la relazione, forse la domanda utile è come può proteggere il suo benessere e il suo spazio lavorativo, accettando che questa dinamica non dipende da lei e non può essere risolta attraverso ulteriori adattamenti.
Un supporto psicologico per lei potrebbe aiutarla a sciogliere il coinvolgimento residuo, a reggere eventuali reazioni ostili e a mantenere confini stabili senza sentirsi in colpa. A volte fare “meglio” significa fermarsi.

Saluti,
Dott.ssa Rosadi Camilla

Camilla Rosadi Psicologo a Arezzo

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7 GEN 2026

Caro Flavio,
In questo racconto c'è tantissimo di questa tua collega ma poco di te, mi manca il tuo pezzo: come stai, cosa vuoi da questa tua collega, che significato ha per te il suo comportamento, se per caso sei spaventato per lei o per te, come ti fa sentire la relazione con lei. Spero che queste siano domande utili a te per riflettere.

Dott.ssa Carlotta Anguilano.

Carlotta Anguilano Psicologo a Torino

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7 GEN 2026

Gentile Flavio,
non dev’essere stato facile vivere e osservare i movimenti alternati della sua collega, subire le svalutazioni, fare un resoconto dettagliato come il suo alla ricerca di un pattern e interrogarsi sul da farsi. Benessere e clima lavorativo non sono solo etichette ma dati di fatto e dal suo racconto emergono aree che hanno subito una lesione. La difesa matura che sta mettendo in atto è significativa, ha imparato a capire “come gira” e di conseguenza si sta adeguando. Mi domando però cosa la faccia restare in questo rapporto e che ruolo vorrà assumere nel futuro, perché magari più che interrogarsi su cosa fare meglio per la sua collega è importante comprendere cosa è sostenibile per se.
La sua collega è in terapia, e sta in qualche modo lavorando su sé stessa. Se gli effetti di questi suoi movimenti alternati dovessero coinvolgerla ancora molto magari si interroghi, può essere utile approfondire cosa la “cattura” e la invischia, e come agire per evitare che il prezzo di un rapporto professionale e amicale sia troppo alto.

Un saluto
Dott.ssa Mazzola

Dott.ssa Eleonora Mazzola Psicologo a Milano

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6 GEN 2026

Buonasera Flavio,
grazie per aver condiviso con tanta precisione e lucidità una situazione relazionale così complessa. Dalla sua descrizione emerge chiaramente quanto questa dinamica sia stata per lei emotivamente faticosa e, nel tempo, logorante.

Ciò che racconta fa pensare a un andamento relazionale ciclico e ambivalente, caratterizzato da fasi di forte avvicinamento, investimento emotivo e senso di esclusività, seguite da improvvisi movimenti di svalutazione, distanza, triangolazioni e ostilità. Al di là di qualsiasi definizione diagnostica, questi pattern sono spesso espressione di una profonda paura dell’abbandono e di difficoltà nel mantenere una vicinanza emotiva stabile. In questo senso, è importante sottolineare che quanto accade non è determinato da errori o mancanze da parte sua.

La sua presenza sembra aver avuto nel tempo una funzione di contenimento e regolazione emotiva per l’altra persona: quando lei è disponibile, il funzionamento appare più equilibrato; quando lei si ritrae, emergono comportamenti disorganizzati. Questo però la colloca in un ruolo molto impegnativo, che nel lungo periodo tende a consumare chi lo occupa. Il fatto che oggi lei avverta un distacco interno e una sorta di “stanchezza emotiva” può essere letto come un segnale sano di protezione di sé.

La direzione che sta seguendo attualmente — mantenere un rapporto esclusivamente professionale, limitare i contatti e rispondere in modo neutro e coerente — va nella direzione giusta. In dinamiche di questo tipo la coerenza è più importante della spiegazione: tentativi di chiarimento emotivo o di rassicurazione, per quanto comprensibili, rischiano di riattivare il ciclo anziché interromperlo. Anche la tutela del clima lavorativo è legittima: se dovessero ripresentarsi atteggiamenti ostili o svalutanti in pubblico, porre limiti chiari e assertivi è un atto di rispetto verso se stesso, non di chiusura.

Un elemento importante da tenere a mente è che il cambiamento reale non può dipendere da lei, né dalla sua disponibilità o pazienza. Il percorso terapeutico dell’altra persona è lo spazio in cui questi schemi possono essere affrontati; il suo compito, invece, è prendersi cura del proprio benessere e della propria serenità.

La buona notizia è che lei mostra consapevolezza, capacità di osservazione e una crescente centratura su di sé: sono risorse fondamentali per uscire da dinamiche relazionali circolari senza strappi, ma con fermezza. Se sente che questa esperienza ha lasciato un segno profondo, un supporto personale potrebbe aiutarla a chiudere il ciclo anche a livello emotivo, restituendole piena libertà e tranquillità.

Resto a disposizione,
un caro saluto.

Dott.ssa Rosina Motta
Psicologa
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Dott.ssa Rosina Motta Psicologo a Lamezia Terme

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6 GEN 2026

Buonasera,
da quanto racconta, lei si trova coinvolto in una dinamica relazionale molto complessa e stancante, che ha progressivamente messo a dura prova il suo equilibrio emotivo. Non è raro che in contesti professionali, quando una persona alterna vicinanza intensa a comportamenti di allontanamento, aggressività o triangolazioni, chi le sta accanto finisca per sentirsi intrappolato in un ciclo logorante, incapace di trovare pace.

Quello che descrive della sua collega suggerisce che attraversi dei pattern interni molto rigidi: periodi di apertura, confidenza e attaccamento emotivo seguiti da momenti in cui si chiude, si distacca e ricorre a strategie complesse, come svalutazioni, test relazionali o triangolazioni, per gestire ansia, insicurezza o paura di abbandono. Comprendere questo non riduce l’impatto che i suoi comportamenti hanno su di lei, ma può aiutare a inquadrarli come manifestazioni di un disagio interno e non come attacchi personali diretti.

La sua risposta, mantenendo un atteggiamento professionale, neutro e coerente, rappresenta un confine chiaro che, seppur difficile da sostenere, è la strategia più efficace. Limitare i contatti alle necessità lavorative, rispondere in modo breve e distaccato, evitare qualsiasi apertura emotiva o partecipazione ai tentativi di manipolazione, permette di interrompere gradualmente il ciclo e proteggere il suo benessere. Non si tratta di distacco emotivo ingiustificato, ma di una scelta consapevole per preservare sé stesso e la propria serenità sul lavoro.
Allo stesso tempo, è naturale che la situazione generi frustrazione, stanchezza e tensione: la costante esposizione ai “test”, alla teatralità o alle svalutazioni è emotivamente logorante. Prendersi cura di sé, parlare con qualcuno di fiducia o affidarsi a un supervisore o a un supporto psicologico, può offrire strumenti concreti per gestire lo stress e mantenere equilibrio, senza cadere nelle dinamiche della collega.

Non sta sbagliando: il suo atteggiamento coerente e neutro è corretto e protettivo. La difficoltà nasce dall’intreccio tra i pattern della collega e l’esigenza di rispettare il proprio spazio emotivo. Continuare su questa linea, pur riconoscendo il peso emotivo che comporta, rappresenta il modo più sicuro per preservare professionalità, serenità e benessere personale.

Un caro saluto,
Dott.ssa Grazia Melchiorre - Psicologa clinica

Dott.ssa Grazia Melchiorre Psicologo a Pescara

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6 GEN 2026

Salve Flavio,
la ringrazio innanzitutto per aver condiviso la sua esperienza.

Quello che descrive non è una sua confusione, ma una dinamica relazionale ciclica. La collega sembra cercare vicinanza per calmarsi emotivamente; quando però la relazione si intensifica, subentra la paura e segue una fase di allontanamento, che può manifestarsi attraverso aggressività, triangolazioni e svalutazione.
Quando lei si ritira in modo autentico, la ragazza va in crisi e tenta di riagganciare il rapporto; quando torna disponibile, ritrova un apparente equilibrio e il ciclo riparte.
È importante sottolineare che lei non sta sbagliando: il suo atteggiamento professionale è corretto.
Il punto critico è che, per la sua collega, anche un comportamento educato e neutro può essere vissuto come un segnale di disponibilità. Questo rende difficile interrompere la dinamica, perché ogni piccolo contatto mantiene aperta una speranza di riavvicinamento. Per questo motivo non è possibile, allo stesso tempo, proteggersi emotivamente e rappresentare per lei un punto di stabilità. La stanchezza che descrive (“dentro mi è morta”) è quindi un segnale comprensibile e sano.

In concreto, può esserle utile:
-mantenere il rapporto esclusivamente sul piano lavorativo;
-essere coerente e prevedibile nel comportamento
evitare spiegazioni o chiarimenti emotivi;
-In caso di ostilità in pubblico, può limitarsi a una frase semplice e ferma come:“Restiamo sul lavoro.”
Non può salvarla né aspettare che “torni quella di prima”. Può solo tenere il confine e da quanto scrive, sta già andando nella direzione giusta.
Rimango a disposizione.
Cordiali saluti
Drssa Alessandra Marascio
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Alessandra Marascio Psicologo a Bolzano

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6 GEN 2026

Salve Flavio,
la ringrazio innanzitutto per aver condiviso la sua esperienza.

Quello che descrive non è una sua confusione, ma una dinamica relazionale ciclica. La collega sembra cercare vicinanza per calmarsi emotivamente; quando però la relazione si intensifica, subentra la paura e segue una fase di allontanamento, che può manifestarsi attraverso aggressività, triangolazioni e svalutazione. Quando lei si ritira in modo autentico, la ragazza va in crisi e tenta di riagganciare il rapporto; quando torna disponibile, ritrova un apparente equilibrio e il ciclo riparte.

È importante sottolineare che lei non sta sbagliando: il suo atteggiamento professionale è corretto. Il punto critico è che, per la sua collega, anche un comportamento educato e neutro può essere vissuto come un segnale di disponibilità. Questo rende difficile interrompere la dinamica, perché ogni piccolo contatto mantiene aperta una speranza di riavvicinamento.
Per questo motivo non è possibile, allo stesso tempo, proteggersi emotivamente e rappresentare per lei un punto di stabilità.
La stanchezza che descrive (“dentro mi è morta”) è quindi un segnale comprensibile e sano.

In concreto, può esserle utile:
-mantenere il rapporto esclusivamente sul piano lavorativo;
-essere coerente e prevedibile nel comportamento
evitare spiegazioni o chiarimenti emotivi;
-In caso di ostilità in pubblico, può limitarsi a una frase semplice e ferma come:“Restiamo sul lavoro.”
Non può salvarla né aspettare che “torni quella di prima”.
Può solo tenere il confine e da quanto scrive, sta già andando nella direzione giusta.
Rimango a disposizione.
Cordiali saluti
Drssa Alessandra Marascio
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6 GEN 2026

Buonasera Flavio,
provo a risponderti in modo ancora più semplice e umano, togliendo un po’ di “struttura clinica” e parlando più da persona a persona.

Da quello che racconti si percepisce chiaramente il fatto che tu sia molto stanco. Non confuso, non ingenuo, non in cerca di risposte miracolose. Sei stanco di una dinamica che va avanti da troppo tempo e che ti ha lentamente logorato, soprattutto perché si svolge in un luogo, quale quello lavorativo, dove dovresti sentirti al sicuro.

La verità è che tu non sei dentro una relazione, nemmeno un’amicizia ambigua, bensì sei finito dentro un meccanismo che si ripete sempre uguale. E non perché tu lo alimenti, ma perché lei funziona così. Avvicina, si appoggia, sembra esserci davvero e, poi, qualcosa la spaventa e deve scappare. Ma scappare senza perdere del tutto il legame. E allora arrivano i giochi, i terzi, le provocazioni, l’aggressività e le gelosie. Non siamo di fronte a una persona che mette in atto una strategia lucida, ma le scelte sono dettate dalla paura.

Tu, in tutto questo, hai occupato un posto molto preciso, ovvero sei quello che la calma quando va in pezzi. Quando torni disponibile, lei si raddrizza, respira e sembra stare meglio. Ed è proprio questo il paradosso, più sei una presenza sana, più diventi pericoloso per il suo equilibrio. Perché con te non può nascondersi dietro la superficialità, e questo la manda in allarme!

Gli altri non sono “concorrenti”. Sono rifugi temporanei e anestetici emotivi. Servono a non sentire il vuoto, a non affrontare il legame vero. Quando uno di loro chiede qualcosa di più, lei lo respinge. Quando tu ti allontani, lei va nel panico. È un tira e molla che non ha a che fare con l’amore, ma con la sopravvivenza emotiva.

Chiedi dove stai sbagliando. In realtà, non stai sbagliando nel modo in cui ti comporti. Anzi, stai facendo il possibile per essere corretto, rispettoso oltre che professionale. Il rischio, semmai, è continuare a pensare che esista un modo “giusto” per farla smettere. Non esiste purtroppo e non dipende da te.

Il fatto che tu dica “dentro mi è morta” non è una cattiveria. È un segnale di esaurimento. È la parte di te che ha capito che continuare così significa perdere energia, dignità e serenità. Quella parte va ascoltata e non zittita.

Capisco benissimo la tua paura della fase peggiore, quale l’ostilità pubblica e il clima pesante in ufficio. Qui il punto è delicato, anche se può facilmente esser compreso. Non puoi più farti carico tu di mantenere la pace. Neutralità, coerenza e distanza sono la tua unica vera protezione. Niente concessioni “per sistemare le cose”, niente eccezioni. Ogni spiraglio, per lei, è un invito a rientrare nel ciclo.

Quando lei ti dice che è un suo schema, che tu non c’entri, che ha bisogno di tempo, probabilmente è sincera. Ma essere sinceri non significa essere pronti a cambiare. E tu non puoi fare da stampella a un processo che non è il tuo.

La domanda forse non è più “come posso fare meglio”, ma quanto ancora voglio restare in qualcosa che mi svuota. Proteggerti non è egoismo, è lucidità.

Ti auguro di riuscire a restare fermo su questa linea, anche se all’inizio è scomoda. La calma vera non nasce dal placare l’instabilità degli altri, ma dal non tradire più se stessi. E da lì, piano piano, torna anche la fiducia nel lavoro, nei rapporti umani, e soprattutto in te.
Un caro saluto.
Dottoressa Viviana Ricci

VIVIANA RICCI Psicologo a Caravaggio

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6 GEN 2026

Ciao Flavio, Provo a offrirti una lettura possibile, non come verità assoluta ma come chiave di comprensione che può aiutarti a orientarti.

Da ciò che descrivi, sembra emergere una dinamica relazionale molto intensa e ciclica, in cui i ruoli tendono a ripetersi nel tempo con una certa coerenza interna. In questi casi, più che guardare ai singoli comportamenti, può essere utile osservare la funzione che ciascun ruolo assume nel sistema.

In una prospettiva di consapevolezza (e anche di Process Work), si potrebbe ipotizzare che tu abbia rappresentato, nel tempo, una figura di riferimento stabile, contenitiva, rassicurante. Una presenza che aiuta a regolare stati emotivi difficili, soprattutto nei momenti di maggiore fragilità o confusione interna. Parallelamente, altre figure sembrano attivare polarità diverse: movimento, eccitazione, distanza, protezione dalla vicinanza.

Queste oscillazioni non vanno necessariamente lette in termini di intenzionalità o cattiveria, ma come tentativi – forse goffi e faticosi – di autoregolazione emotiva, quando il contatto profondo diventa troppo esposto o minaccioso. Il desiderio di essere desiderata e, allo stesso tempo, il bisogno di fuggire dalla vicinanza possono coesistere nello stesso momento, creando comportamenti apparentemente contraddittori.

Un aspetto interessante che segnali è come, nei momenti in cui tu ti rendi più disponibile e presente, lei sembri ritrovare una maggiore stabilità interna; mentre quando tu ti defili, emergono agitazione, panico e modalità di riaggancio più impulsive. Questo potrebbe indicare che il tuo ruolo sia diventato, nel tempo, una sorta di regolatore esterno, più che un partner relazionale alla pari. Non per scelta consapevole, ma per come il campo relazionale si è strutturato.

Rispetto alla tua domanda “in cosa sbaglio?”, forse più che parlare di errore ha senso chiedersi:

che ruolo sto occupando in questa dinamica?

questo ruolo mi appartiene davvero, o mi è stato assegnato dal sistema?

quanto è sostenibile per me, nel lungo periodo?

Il fatto che tu descriva una sorta di “morte interna” potrebbe non essere solo disinvestimento emotivo, ma anche un segnale di protezione: una parte di te che prova a ristabilire confini, a ridurre l’esposizione a dinamiche logoranti, a riportarti su un piano più neutro e professionale. Non come chiusura punitiva, ma come tentativo di riequilibrio.

Dal punto di vista pratico, la direzione che stai prendendo – mantenere un assetto professionale chiaro, risposte brevi, coerenti, non ambigue – sembra andare verso una riduzione dell’alimentazione del ciclo, senza entrare in scontri diretti o spiegazioni infinite. In queste situazioni, spesso non è tanto ciò che si dice a fare la differenza, quanto la coerenza tra atteggiamento interno e comportamento esterno.

Può anche essere utile prepararsi all’idea che, quando una dinamica cambia, il sistema provi inizialmente a riportarla allo stato precedente, magari attraverso tensioni o ostilità. Avere confini chiari, documentare ciò che accade sul piano lavorativo e, se necessario, appoggiarsi a figure terze può aiutare a tutelare il contesto professionale, senza personalizzare eccessivamente.

Forse il punto non è fare “meglio” per lei, ma chiederti:

che tipo di relazione è possibile per me, oggi, senza perdere me stesso?

quale posizione mi consente di restare integro, lucido e rispettoso, anche nel lavoro?

A volte la forma più profonda di rispetto – per sé e per l’altro – non è continuare a compensare, ma interrompere con gentilezza ciò che non può evolvere da solo.

Dott. Fabrizio Carbonara Psicologo a Bari

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6 GEN 2026

Ti rispondo con molta cautela e rispetto perché il quadro che descrivi è complesso, logorante e, soprattutto, avviene in un contesto lavorativo che cambia radicalmente ciò che è possibile e sano fare.
Provo a dirlo subito in modo chiaro, poi argomento: non stai “sbagliando” ora. Stai finalmente facendo qualcosa che va nella direzione della tua tutela. Il problema è che arrivi a farlo dopo essere rimasto a lungo dentro un sistema relazionale che, anche senza volerlo, hai contribuito a stabilizzare.

Quello che descrivi non è una semplice ambivalenza affettiva né una confusione “giovanile”. È un ciclo relazionale disorganizzato molto strutturato, con fasi ripetitive e riconoscibili, che sembra reggersi su tre pilastri: paura intensa dell’abbandono, incapacità di sostenere l’intimità reale e regolazione emotiva attraverso triangolazioni e attacchi. La terapia, per ora, non sta impedendo l’agito: semmai sembra aver reso più “consapevole” la narrazione, ma non più responsabile il comportamento.

Un punto importante: tu non sei solo un collega coinvolto, sei diventato una figura di regolazione emotiva primaria. Quando tu sei disponibile, lei si calma, si organizza, si ricentra. Quando ti sottrai, va in panico, agisce, attacca, triangola, svaluta. Questo non è amore né amicizia: è dipendenza relazionale con modalità difensive aggressive. E qui sta il nodo più delicato.

Tu chiedi: “In cosa sbaglio?” Non sbagli ora. Lo sbaglio, se così vogliamo chiamarlo, è stato prima: sei rimasto nel ciclo cercando di contenerlo, capirlo, renderlo meno distruttivo, sperando che il tuo modo “pulito” la aiutasse a integrarsi. Ma così facendo sei diventato, tuo malgrado, il perno del sistema. Ogni tuo rientro “per calmare le acque” ha avuto un effetto reale sul suo equilibrio e questo ha rinforzato il legame disfunzionale. Non perché tu abbia fatto qualcosa di scorretto, ma perché con persone così organizzate la coerenza affettiva viene letta come disponibilità a farsi usare per la regolazione emotiva.

C’è una cosa che mi preme dirti con chiarezza: il fatto che lei stia meglio quando tu torni non è un indicatore che tu debba tornare.
È un indicatore che il sistema funziona a suo beneficio, non al tuo.
La fase che ti preoccupa di più, l’ostilità pubblica e la svalutazione sul lavoro, è anche la più pericolosa. Qui non siamo più nel campo del disagio emotivo, ma dell’interferenza professionale. Ed è qui che il tuo assetto deve cambiare non solo interiormente, ma anche strategicamente.
Il tuo atteggiamento attuale (professionale, neutro, breve, non reattivo) è corretto, ma non è ancora sufficiente perché rimane ambiguo sul piano simbolico. Lei continua a percepire che il legame è “tenuto in vita” attraverso micro-contatti, risposte educate, disponibilità implicita. Per una persona con questo funzionamento, la gentilezza neutra non è neutralità: è speranza.
Non serve essere freddi, ma serve essere prevedibili e non negoziabili. Questo significa:

- nessun contatto non necessario al lavoro, anche se “gentile”
- nessun contenimento emotivo, nemmeno minimo
- nessun chiarimento relazionale ulteriore
- nessuna risposta ai test che non siano strettamente operativi

Non per punizione. Per igiene relazionale.
Se dovesse ripresentarsi l’ostilità pubblica, lì serve un cambio di registro interno tuo: non più “capire cosa le succede”, ma proteggere il setting lavorativo. Anche una frase calma e ferma del tipo: “questo modo di rivolgerti a me non è appropriato in ufficio”, detta una volta sola, senza spiegazioni, può essere un confine potente. Non per convincerla, ma per segnare che quel canale è chiuso.

Un’ultima cosa, forse la più importante: quando dici “dentro mi è morta”, non lo leggere come cinismo o aridità. È molto probabilmente il tuo sistema che ha smesso di offrire regolazione gratuita. È un segnale di salute, anche se fa male. Non sei tu che stai diventando duro: sei tu che stai uscendo da una posizione che ti stava consumando.
Lei potrà anche tornare “quella di prima” nella sua narrazione. Ma tu non puoi tornare quello di prima senza rientrare nel ciclo. E questo è il vero lutto da elaborare.

Dott. Mirko Manzella Psicologo a Trieste

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6 GEN 2026

Da ciò che descrive emerge una dinamica molto complessa, ma soprattutto si sente quanto questa situazione la stia consumando nel profondo, ben oltre il piano lavorativo. Lei sta cercando di “fare bene”, di contenere, capire, evitare danni… ma nel frattempo sta pagando un prezzo emotivo molto alto.

Più che chiedersi dove sta sbagliando, forse sarebbe importante fermarsi a pensare che cosa le sta succedendo dentro, e perché le è diventato così difficile proteggersi senza sentirsi colpevole o responsabile dell’equilibrio dell’altro.

In certi casi, poter guardare tutto questo con qualcuno che non è coinvolto, in uno spazio riservato e sicuro, aiuta a ritrovare lucidità e confini — anche quando si tratta solo di capire come lavorare serenamente e uscire dal logoramento.

Dott.ssa Giuliana Gibellini Psicologo a Carpi

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