20 DIC 2025
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Buongiorno Rosa,
la ringrazio per aver descritto con chiarezza il quadro nel quale si trova: un rientro in un ambito tecnico dopo alcuni anni, un carico operativo elevato, una formazione iniziale ridotta e, soprattutto, una relazione professionale impostata prevalentemente sul controllo e sulla segnalazione degli scostamenti, con frequente coinvolgimento della responsabile in copia. In questo contesto, il disagio che riferisce ci appare come un effetto prevedibile di un sistema comunicativo che, invece di sostenere l’apprendimento e la stabilizzazione del ruolo, tende a esporre la persona a un clima di sorveglianza e a una continua anticipazione di critica.
È utile distinguere due piani. Il primo è organizzativo: la sua posizione lavorativa, per come la descrive, sembra collocata in un assetto dove la responsabilità operativa ricade su di lei, mentre la legittimazione e la valutazione restano in mano alla collega storica e alla responsabile. Quando la formazione è breve e il confronto avviene quasi esclusivamente via mail, il rischio è che la comunicazione si riduca a rilievi puntuali, privi di cornice, e che la correzione diventi l’unico canale di relazione. Questo non è un modo inevitabile di lavorare, ma è un modello che produce facilmente vissuti di svalutazione, regressione e ipercontrollo, soprattutto quando ogni osservazione viene resa “pubblica” attraverso la copia alla responsabile. Il secondo piano è quello relazionale e comunicativo: il problema non è che una collega sia “fredda”, ma che l’asimmetria venga ribadita attraverso modalità che hanno un impatto sul rispetto professionale. Mettere sistematicamente in copia la responsabile per segnalazioni che potrebbero essere gestite in modo diretto e costruttivo, formulare domande implicitamente accusatorie e impostare il confronto come verifica del suo operato, può configurare una prassi di lavoro poco formativa e potenzialmente lesiva del benessere. Lei non sta chiedendo gratificazioni o riconoscimenti, ma condizioni di collaborazione e di feedback proporzionate e orientate alla qualità del processo, non alla mortificazione della persona. In concreto, per uscire dalla spirale di attesa della critica, è spesso necessario introdurre una cornice esplicita, misurabile e documentabile. Una prima strategia consiste nel richiedere, in modo formale e non polemico, un allineamento sul processo: quali sono le aspettative sul ruolo, quali passaggi devono essere verificati e con quali strumenti, quali margini decisionali le competono, quali controlli sono previsti e con quale frequenza. Quando esiste un carico di lavoro “enorme”, la qualità non si tutela con l’ansia, ma con procedure chiare e tracciabili. Chiedere una standardizzazione non è una rivendicazione personale: è un’esigenza di governo del rischio, che in amministrazione del personale è anche un requisito di responsabilità. Una seconda strategia riguarda la comunicazione: può proporre che le segnalazioni operative avvengano, per un periodo definito, in un canale dedicato e in un formato condiviso, ad esempio un riepilogo settimanale o una lista di controlli con priorità, in modo che l’errore non venga gestito come evento isolato da mettere in evidenza, ma come dato di processo da ridurre progressivamente. Se la collega ritiene necessario coinvolgere la responsabile, è legittimo chiedere che ciò avvenga in modo selettivo e motivato, distinguendo le criticità rilevanti dalle normali correzioni di routine. Questa distinzione tutela la qualità del lavoro e riduce l’impatto emotivo di un’esposizione continua.
Riguardo al tema delle risorse umane, comprendo l’impasse che segnala. In situazioni simili, più che cercare un “giudice”, può essere utile individuare una funzione di supervisione organizzativa alternativa, se presente: un responsabile di area, un referente di sede, un coordinatore, una figura di compliance o qualità. L’obiettivo non è denunciare, ma rinegoziare condizioni di lavoro sostenibili, con criteri concreti e verificabili. Se ciò non è possibile, resta comunque importante per lei costruire una tutela interna: mantenere traccia delle consegne, dei chiarimenti richiesti e delle risposte ricevute; sintetizzare per iscritto gli accordi; chiedere conferma quando una procedura è ambigua. Infine, lei pone una domanda cruciale: perché l’hanno tenuta. Il fatto che sia lì da un anno e mezzo, nonostante la mole di lavoro e la necessità di una funzione operativa, è già un indicatore che il suo contributo è necessario. Tuttavia, il bisogno organizzativo non garantisce automaticamente un contesto sano. Proprio per questo, il punto centrale diventa trasformare una situazione di controllo informale in un assetto di collaborazione formalizzata, dove gli standard siano espliciti e la valutazione non avvenga attraverso microsegnalazioni che la mettono quotidianamente alla prova.
Un caro saluto,
Dottoressa Giulia Foddai