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Inviata da Rosa · 19 dic 2025 Relazioni sociali

Buongiorno, ho 55 anni e da un anno e mezzo ho trovato un nuovo lavoro, sono tornata a occuparmi di amministrazione del personale dopo qualche anno di stop. Non è un lavoro che mi entusiasma, infatti avevo fatto altre scelte, ma purtroppo ho bisogno di lavorare e questo è quello che ho trovato.
All'inizio pensavo che avrei aiutato ad elaborare gli stipendi la collega che già se ne occupava, invece è diventato il mio lavoro mentre lei, che lavora lì da una vita presso un'altra sede, controlla il mio lavoro e si occupa di cose più importanti. La formazione iniziale è stata fatta in tre call, dopo di che comunichiamo via mail.
La signora è un tipo freddo e quando capita che ci sentiamo, mai una parola in più o qualche parola simpatica. Mai uno scambio personale, nulla.
Quando deve segnalare qualcosa del mio lavoro, mette sempre in copia la responsabile e critica il mio modo di lavorare, mi chiede se ho "controllato tutto" perché metti questo o quello, mi mette alla prova. Mi sento a disagio, trattata come una ragazzina e comincio veramente a non sopportare più il suo modo di fare. La responsabile, maniaca del controllo, dice che devo collaborare, che io e la collega dobbiamo supportarci, ma questo non avviene e io ormai sono allo stremo. Non per la mole di lavoro (enorme) ma perché veramente non capisco perché mi hanno tenuto. Non posso andare via ma ormai la mattina mi aspetto sempre la segnalazione dei miei presunti errori. E mi sento veramente trattata male. Non pretendo di essere brava o di avere complimenti, vorrei solo un ambiente "sano". Alla mia età mi sento peggio di quando ho iniziato a lavorare.
Il consiglio più comune è sempre quello di parlare con le risorse umane... peccato che le risorse umane siano proprio le persone che mi rendono la vita difficile.
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Miglior risposta 20 DIC 2025

Gentile Rosa, provo a dirle anch’io cosa percepisco dalle sue parole, tenendo insieme tutti gli elementi che emergono.

Mi ha colpito, come dice lei, che la difficoltà non sia solo con la collega, ma anche con la sua responsabile. Questo fa pensare che la situazione non sia esclusivamente personale, ma piuttosto strutturale e organizzativa. È possibile che si trovi in un contesto molto rigido, dove il modo di lavorare prevede verifiche continue, comunicazioni formali e poco spazio alla relazione.
Per questo credo sia importante provare a distinguere due piani:
-da un lato la critica reale sul lavoro, cioè eventuali errori o aspetti da migliorare;
-dall’altro lo stile organizzativo e relazionale, che può essere freddo e poco accogliente, ma non necessariamente mirato a svalutarla come persona.

Alcuni atteggiamenti potrebbero anche essere il loro modo di tutelarsi, forse per abitudine o per timore di errori in un ambito delicato come l’amministrazione del personale.

Un passaggio che trovo importante è quando dice: “non capisco perché mi hanno tenuto”. Questo pensiero nasce spesso quando il feedback è solo correttivo e mai costruttivo. Tuttavia, il fatto stesso che sia lì da un anno e mezzo, con una mole di lavoro enorme affidata a lei, indica che il suo contributo è necessario. Forse non viene riconosciuto nel modo giusto, ma non è irrilevante.

Più che “andare dalle risorse umane”, potrebbe essere utile, se possibile, chiedere un chiarimento molto concreto alla responsabile, non sul piano emotivo ma operativo. Ad esempio: quali sono le aspettative, quali controlli sono considerati indispensabili, quali errori sono ritenuti più critici. A volte trasformare un clima di giudizio implicito in regole esplicite può ridurre almeno in parte l’ansia quotidiana.

In conclusione, senza negare la fatica che sta vivendo, può essere utile provare a separare ciò che dipende dal contesto e dal loro modo di lavorare da ciò che riguarda davvero le sue competenze.
Un caro saluto
Dott.ssa Ornella Maria Amari

Ornella Maria Amari Psicologo a Modena

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16 GEN 2026

Buongiorno Rosa,
dal suo racconto emerge con molta chiarezza una sofferenza che non nasce dal lavoro in sé, ma dal modo in cui il lavoro è stato strutturato e gestito nel tempo.
Ci sono alcuni elementi che vale la pena tenere distinti, perché aiutano a leggere la situazione con più lucidità e meno colpa addosso.
Il primo riguarda il ruolo. Lei è rientrata dopo uno stop, ha ricevuto una formazione molto ridotta e si è trovata, di fatto, a reggere un’attività operativa complessa e delicata come l’amministrazione del personale. Quando i confini del ruolo non sono chiari (chi decide cosa, chi controlla cosa, con quali criteri), il controllo tende a diventare personale invece che procedurale. E questo, nel tempo, genera esattamente il vissuto che descrive: sentirsi sotto esame, infantilizzati, costantemente “in difetto”.
Il secondo riguarda la comunicazione. Le segnalazioni fatte quasi esclusivamente via mail, con la responsabile sempre in copia, non sono neutre: producono esposizione, allarme continuo e un clima di sorveglianza. Non è questione di essere più o meno sensibili; è una dinamica organizzativa che, soprattutto se protratta, consuma chi la subisce, a prescindere dall’età o dall’esperienza.
Il terzo punto, forse il più importante, è questo pensiero che lei riporta: “non capisco perché mi hanno tenuto”. Questo tipo di dubbio nasce spesso in contesti dove il feedback è solo correttivo e mai orientato al processo. Eppure, il fatto che lei sia lì da un anno e mezzo, con una mole di lavoro così ampia affidata a lei, indica che il suo contributo è necessario. Il problema non sembra essere la sua competenza, ma l’assenza di un sistema che sostenga l’apprendimento, la collaborazione e il riconoscimento minimo.
Quando le risorse umane coincidono con chi esercita il controllo, il classico consiglio di “parlarne con l’HR” diventa poco praticabile, come giustamente osserva. In questi casi, più che cercare un intervento “riparativo”, può essere utile lavorare su ciò che è concretamente negoziabile: rendere esplicite le aspettative, chiedere criteri chiari di controllo, procedure condivise, priorità definite. Non come difesa personale, ma come richiesta di funzionamento sano.
Infine, una cosa va detta con chiarezza: non è normale sentirsi peggio a 55 anni di quando si è iniziato a lavorare. Non è un segno di debolezza, ma un segnale che il contesto, così com’è, sta erodendo il suo benessere e la sua dignità professionale.
Uno spazio di supporto psicologico può essere utile non per “resistere di più”, ma per aiutarla a rimettere ordine tra ciò che dipende da lei e ciò che appartiene al sistema, e per tutelarsi mentre cerca di capire se e come questa situazione possa diventare più sostenibile.
Un caro saluto
Fabrizio

Dott. Fabrizio Carbonara Psicologo a Bari

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22 DIC 2025

Capisco bene il tuo stato d’animo e la frustrazione che stai vivendo. Da un punto di vista psicologico, ciò che descrivi rientra in dinamiche di microgestione e di relazione disfunzionale sul lavoro, dove la tua professionalità viene continuamente messa in discussione e non c’è spazio per un riconoscimento sano. Questo tipo di comportamento può generare stress cronico, senso di inadeguatezza e demotivazione, indipendentemente dall’esperienza o dall’età. È importante distinguere tra ciò che dipende da te e ciò che non puoi controllare: tu puoi gestire il tuo lavoro al meglio, migliorare la comunicazione e tutelare i tuoi limiti; non puoi cambiare il comportamento della collega o della responsabile. Un approccio psicologico utile può essere lavorare su strategie di coping e di assertività: imparare a rispondere in modo chiaro e fermo alle critiche ingiustificate, stabilire confini emotivi e pratici, e cercare piccoli momenti di gratificazione e supporto fuori dall’ambiente lavorativo. Anche rivalutare il significato che dai alle segnalazioni può aiutare: spesso le critiche ripetute non riflettono la tua reale competenza ma i bisogni di controllo dell’altro. Infine, seppur le risorse umane siano parte del problema, può essere utile documentare tutto con mail e registri chiari: questo serve a proteggere te stessa, senza aspettarti sostegno diretto, ma come strumento di sicurezza psicologica. In sintesi, concentrati su ciò che puoi controllare, coltiva la tua autostima indipendentemente dall’ambiente tossico, e pratica strategie di distacco emotivo per preservare la tua salute mentale. Saluti

Dott.ssa Ada Palma Psicologo a Giugliano in Campania

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22 DIC 2025

Gentile Signora Rosa,
la ringrazio per aver condiviso una situazione così faticosa: dal suo racconto emerge con chiarezza non tanto un problema di competenze, quanto un clima relazionale e organizzativo profondamente svalutante, che nel tempo logora anche le persone più solide.

Lei descrive tre elementi centrali:

Un ruolo poco chiaro e sbilanciato, in cui di fatto svolge il lavoro operativo mentre un’altra persona mantiene una posizione di controllo e potere, senza un reale affiancamento.

Una modalità comunicativa fredda, giudicante e indiretta, in cui gli errori (reali o presunti) vengono segnalati mettendo in copia la responsabile, generando esposizione, vergogna e allarme continuo.

Un contesto iper-controllante, in cui la richiesta di “collaborazione” resta solo formale, perché non esistono le condizioni emotive e organizzative per una collaborazione reale.

In queste condizioni è comprensibile che lei si senta trattata come una ragazzina, costantemente sotto esame, e che viva l’anticipazione quotidiana dell’errore come una forma di stress cronico. Questo tipo di dinamica, protratta nel tempo, può minare profondamente l’autostima e il senso di dignità professionale, indipendentemente dall’età e dall’esperienza.

È importante sottolineare un punto:
sentirsi trattata male non significa essere fragile, ma essere esposta a una relazione lavorativa disfunzionale.

Quando le risorse umane coincidono con le persone che esercitano il controllo, il classico consiglio di “parlarne con l’HR” diventa, come lei giustamente osserva, impraticabile. In questi casi può essere utile spostare il focus su ciò che è realisticamente sotto il suo controllo:

Distinguere il piano personale da quello organizzativo: il modo in cui viene trattata parla molto più del funzionamento del sistema e delle insicurezze altrui che del suo valore professionale.

Ridurre l’ambiguità: se possibile, chiedere comunicazioni più strutturate (checklist, procedure scritte, criteri condivisi di controllo). Questo non per “difendersi”, ma per togliere terreno al controllo arbitrario.

Proteggere la propria salute psicologica: quando il lavoro diventa una fonte costante di allarme e svalutazione, è fondamentale non normalizzare la sofferenza. Non è “normale” stare così, e non è un prezzo inevitabile da pagare per lavorare.

Valutare uno spazio di supporto psicologico: non per “resistere di più”, ma per capire come tutelarsi, ridefinire confini interni ed esterni e, se possibile, costruire nel tempo alternative, anche graduali.

Lei dice una frase molto significativa: “Alla mia età mi sento peggio di quando ho iniziato a lavorare”. Questo non è un fallimento personale, ma il segnale che qualcosa, così com’è, sta andando contro il suo benessere e la sua identità.

Merita un ambiente almeno rispettoso, anche se il lavoro non è quello dei suoi sogni. E merita di non dover dubitare ogni giorno del suo valore per poter continuare a lavorare.

Resto a disposizione per approfondire
Dott.ssa Elisa Tamburino

Elisa Tamburino Psicologo a Udine

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22 DIC 2025

Buongiorno Rosa,
i rapporti lavorativi, soprattutto all’interno di contesti strutturati come gli uffici, possono essere particolarmente delicati e diventare una fonte significativa di stress e malessere. Le dinamiche tra colleghi non sono sempre basate sul rispetto e su una comunicazione chiara: talvolta emergono giudizi, atteggiamenti svalutanti o modalità passive-aggressive che, nel tempo, possono minare il benessere personale e la serenità nel lavoro.

Il fatto che lei si senta osservata, giudicata o isolata è qualcosa da prendere sul serio. Queste esperienze, se protratte, rischiano di incidere sull’autostima e sulla motivazione, soprattutto in una fase di rientro lavorativo che di per sé richiede già un adattamento.
Potrebbe essere utile, quando si sentirà pronta, provare a dare voce al suo disagio, sia direttamente alla collega, se le condizioni lo permettono, sia alla responsabile, comunicando in modo chiaro e assertivo come queste dinamiche stiano influenzando il suo benessere e il clima lavorativo. Esplicitare il malessere non significa creare conflitto, ma cercare di ristabilire confini e modalità relazionali più rispettose.

Nel frattempo, continui a svolgere il suo lavoro con coscienza e professionalità, mantenendo il focus sulle sue competenze e sui suoi obiettivi. Proteggere il proprio spazio emotivo e riconoscere che certe difficoltà non dipendono dal proprio valore personale è un passaggio importante per non interiorizzare dinamiche che appartengono al contesto, e non alla persona.

Un caro saluto,
dott. Matteo Basso Bondini

Matteo Basso Bondini Psicologo a Udine

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21 DIC 2025

Cara Rosa, comprendo quanto sia difficile cominciare in un nuovo posto di lavoro dove non ci si senta gratificati ed apprezzati nel modo giusto. Talvolta i colleghi si comportano così senza rendersene conto, magari sono solamente indelicati e non si chiedono come possa sentirsi l'altra persona. Altre volte possono essere gelosi, diffidenti, scottati da precedenti colleghi che magari lavoravano male o anche semplicemente insoddisfatti della propria vita. Questo ovviamente non giustifica il loro comportamento ma puó fornirne una spiegazione. Anche se non si possono dare consigli senza conoscere bene la situazione vorrei comunque consigliarti di evitare di entrare in conflitto. Rischieresti di metterti in una situazione svantaggiata.
Ci sono diverse cose che puoi fare. Puoi rispondere sempre alle sue mail, mettendo anche tu in copia la responsabile. In queste risposte potresti ringraziare per l'interesse e le segnalazioni che ti ha fatto ed andare a rassicurare la collega di aver già pensato a ciò che chiede, di essertene già preoccupata mai peró con tono accusatorio ma sempre e solo con tono rassicurante. È possibile che la collega man mano si rilassi e sviluppi stima nei tuoi confronti notando con il tempo che sei già precisa ed accorta.
Qualora non bastasse potresti provare a parlare direttamente con lei ma anche qui mai con tono di accusa. Poniti in una situazione di confronto. Ad esempio "ciao scusa se ti disturbo, mi son segnata tutte le cose principali da controllare che mi hai segnalato e le faccio periodicamente. Dunque come ti sembra che vada se faccio così? Tu cosa ne pensi ? "È possibile che la collega, sentendo di avere un'alleata sviluppi fiducia nei tuoi confronti e deponga le armi. Se poi proprio non va potresti valutare con calma di cercare un altro posto. Anche in quel caso é sempre consigliabile venire via con stile senza puntare il dito contro nessuno. Purtroppo la comunicazione efficace si basa sulla relazione e se questa é conflittuale non c'é modo di far passare alcun concetto.
Mi rendo conto di quanto la situazione sia complessa e dunque resto a disposizione per approfondimenti.
Puoi contattarmi anche online da remoto per una consulenza.
Un caro abbraccio.
Dott.sa Mazzilli Marilena

Dott.ssa Mazzilli Marilena Psicologo a Canelli

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21 DIC 2025

Salve Rosa, grazie per aver condiviso la sua situazione.

Quello che lei sta vivendo nasce soprattutto da un contesto lavorativo relazionalmente difficile, più che dal lavoro in sé o dalle sue competenze. Il controllo costante, le osservazioni formulate in modo freddo e pubblico e l’assenza di un confronto diretto e collaborativo generano nel tempo stress, insicurezza e logoramento emotivo.

È comprensibile che lei si senta a disagio e sotto pressione, che in lei emergano ansia, senso di svalutazione e difficoltà: lavorare aspettandosi continuamente l’errore consuma energie e mina la serenità, quando invece, in un contesto lavorativo dovrebbe vigere sempre e comunque il rispetto professionale.

Poter lavorare in un clima corretto e umano è un bisogno imprescindibile.
In questo momento il punto centrale è tutelare il suo equilibrio, cercando di non assorbire come giudizi personali modalità comunicative che parlano più dell’organizzazione che di lei, e ritagliandosi uno spazio psicologico proprio, affinché questo lavoro non intacchi il suo valore.
In fondo, lei sta cercando di resistere in un ambiente che non è sano.
Rimango a disposizione.
Cordiali saluti
Drssa Alessandra Marascio
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Alessandra Marascio Psicologo a Bolzano

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20 DIC 2025

Buongiorno Rosa,

la ringrazio per aver descritto con chiarezza il quadro nel quale si trova: un rientro in un ambito tecnico dopo alcuni anni, un carico operativo elevato, una formazione iniziale ridotta e, soprattutto, una relazione professionale impostata prevalentemente sul controllo e sulla segnalazione degli scostamenti, con frequente coinvolgimento della responsabile in copia. In questo contesto, il disagio che riferisce ci appare come un effetto prevedibile di un sistema comunicativo che, invece di sostenere l’apprendimento e la stabilizzazione del ruolo, tende a esporre la persona a un clima di sorveglianza e a una continua anticipazione di critica.

È utile distinguere due piani. Il primo è organizzativo: la sua posizione lavorativa, per come la descrive, sembra collocata in un assetto dove la responsabilità operativa ricade su di lei, mentre la legittimazione e la valutazione restano in mano alla collega storica e alla responsabile. Quando la formazione è breve e il confronto avviene quasi esclusivamente via mail, il rischio è che la comunicazione si riduca a rilievi puntuali, privi di cornice, e che la correzione diventi l’unico canale di relazione. Questo non è un modo inevitabile di lavorare, ma è un modello che produce facilmente vissuti di svalutazione, regressione e ipercontrollo, soprattutto quando ogni osservazione viene resa “pubblica” attraverso la copia alla responsabile. Il secondo piano è quello relazionale e comunicativo: il problema non è che una collega sia “fredda”, ma che l’asimmetria venga ribadita attraverso modalità che hanno un impatto sul rispetto professionale. Mettere sistematicamente in copia la responsabile per segnalazioni che potrebbero essere gestite in modo diretto e costruttivo, formulare domande implicitamente accusatorie e impostare il confronto come verifica del suo operato, può configurare una prassi di lavoro poco formativa e potenzialmente lesiva del benessere. Lei non sta chiedendo gratificazioni o riconoscimenti, ma condizioni di collaborazione e di feedback proporzionate e orientate alla qualità del processo, non alla mortificazione della persona. In concreto, per uscire dalla spirale di attesa della critica, è spesso necessario introdurre una cornice esplicita, misurabile e documentabile. Una prima strategia consiste nel richiedere, in modo formale e non polemico, un allineamento sul processo: quali sono le aspettative sul ruolo, quali passaggi devono essere verificati e con quali strumenti, quali margini decisionali le competono, quali controlli sono previsti e con quale frequenza. Quando esiste un carico di lavoro “enorme”, la qualità non si tutela con l’ansia, ma con procedure chiare e tracciabili. Chiedere una standardizzazione non è una rivendicazione personale: è un’esigenza di governo del rischio, che in amministrazione del personale è anche un requisito di responsabilità. Una seconda strategia riguarda la comunicazione: può proporre che le segnalazioni operative avvengano, per un periodo definito, in un canale dedicato e in un formato condiviso, ad esempio un riepilogo settimanale o una lista di controlli con priorità, in modo che l’errore non venga gestito come evento isolato da mettere in evidenza, ma come dato di processo da ridurre progressivamente. Se la collega ritiene necessario coinvolgere la responsabile, è legittimo chiedere che ciò avvenga in modo selettivo e motivato, distinguendo le criticità rilevanti dalle normali correzioni di routine. Questa distinzione tutela la qualità del lavoro e riduce l’impatto emotivo di un’esposizione continua.

Riguardo al tema delle risorse umane, comprendo l’impasse che segnala. In situazioni simili, più che cercare un “giudice”, può essere utile individuare una funzione di supervisione organizzativa alternativa, se presente: un responsabile di area, un referente di sede, un coordinatore, una figura di compliance o qualità. L’obiettivo non è denunciare, ma rinegoziare condizioni di lavoro sostenibili, con criteri concreti e verificabili. Se ciò non è possibile, resta comunque importante per lei costruire una tutela interna: mantenere traccia delle consegne, dei chiarimenti richiesti e delle risposte ricevute; sintetizzare per iscritto gli accordi; chiedere conferma quando una procedura è ambigua. Infine, lei pone una domanda cruciale: perché l’hanno tenuta. Il fatto che sia lì da un anno e mezzo, nonostante la mole di lavoro e la necessità di una funzione operativa, è già un indicatore che il suo contributo è necessario. Tuttavia, il bisogno organizzativo non garantisce automaticamente un contesto sano. Proprio per questo, il punto centrale diventa trasformare una situazione di controllo informale in un assetto di collaborazione formalizzata, dove gli standard siano espliciti e la valutazione non avvenga attraverso microsegnalazioni che la mettono quotidianamente alla prova.

Un caro saluto,

Dottoressa Giulia Foddai

Giulia Foddai Psicologo a Torino

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20 DIC 2025

Rosa,
il lavoro che descrivi non è “sbagliato” in sé, ma è un lavoro nato da una necessità, non da una scelta. Questo cambia molto il modo in cui lo si vive.
Il ruolo che ti è stato affidato non è stato chiarito fino in fondo, probabilmente perché da una parte c’era bisogno di coprire un lavoro, dall’altra c’era bisogno di lavorare. In queste situazioni spesso le cose si definiscono strada facendo, nel modo più scomodo possibile.
Il controllo che vivi non sembra rivolto a te come persona, ma fa parte di un modo di lavorare pignolo e gerarchico, che può essere faticoso ma che alcune organizzazioni considerano “funzionante”. Questo non lo rende piacevole, ma aiuta a non viverlo come una messa in discussione continua del proprio valore.
Quando ti chiedi “non capisco perché mi abbiano tenuta”, forse non stai guardando un dato oggettivo, ma stai ascoltando una sensazione di inefficacia che nasce da un contesto molto controllante.
La vera protezione, in questo momento, non è aspettarsi che l’ambiente cambi, ma capire cosa puoi realisticamente aspettarti da questo lavoro e cosa no, senza rimpianti e senza giudizi continui verso te stessa. Se un domani si aprirà un’occasione diversa, la si valuterà. Ma restare ogni giorno in attesa che qualcosa “dovrebbe essere diverso” consuma più del lavoro stesso.

Dott. Francesco Coppola Psicologo a Napoli

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20 DIC 2025

Buongiorno, ho 55 anni e da un anno e mezzo ho trovato un nuovo lavoro, sono tornata a occuparmi di amministrazione del personale dopo qualche anno di stop. Non è un lavoro che mi entusiasma, infatti avevo fatto altre scelte, ma purtroppo ho bisogno di lavorare e questo è quello che ho trovato.
All'inizio pensavo che avrei aiutato ad elaborare gli stipendi la collega che già se ne occupava, invece è diventato il mio lavoro mentre lei, che lavora lì da una vita presso un'altra sede, controlla il mio lavoro e si occupa di cose più importanti. La formazione iniziale è stata fatta in tre call, dopo di che comunichiamo via mail.
La signora è un tipo freddo e quando capita che ci sentiamo, mai una parola in più o qualche parola simpatica. Mai uno scambio personale, nulla.
Quando deve segnalare qualcosa del mio lavoro, mette sempre in copia la responsabile e critica il mio modo di lavorare, mi chiede se ho "controllato tutto" perché metti questo o quello, mi mette alla prova. Mi sento a disagio, trattata come una ragazzina e comincio veramente a non sopportare più il suo modo di fare. La responsabile, maniaca del controllo, dice che devo collaborare, che io e la collega dobbiamo supportarci, ma questo non avviene e io ormai sono allo stremo. Non per la mole di lavoro (enorme) ma perché veramente non capisco perché mi hanno tenuto. Non posso andare via ma ormai la mattina mi aspetto sempre la segnalazione dei miei presunti errori. E mi sento veramente trattata male. Non pretendo di essere brava o di avere complimenti, vorrei solo un ambiente "sano". Alla mia età mi sento peggio di quando ho iniziato a lavorare.
Il consiglio più comune è sempre quello di parlare con le risorse umane... peccato che le risorse umane siano proprio le persone che mi rendono la vita difficile.
Grazie dell'ascolto

Dott. Francesco Coppola Psicologo a Napoli

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20 DIC 2025

Carissima, cambiare lavoro, reinventarsi, inserirsi in un nuovo gruppo di lavoro ha molteplici sfaccettature e criticità. Posso immaginare la sua difficiltà e stato d'animo nel dover sopportare questo clima che ha appena descritto. E' positivo come lei riesca a riconoscere e verbalizzare limiti e situazioni che la mettono maggiormente a disagio, questo le permetterà di valutare ciò che per lei è troppo intrusivo ed eventualmente distaccarsi prima di provare ulteriore disagio. Resto a disposizione, un caro saluto ed augurio.
Dott.ssa Cristina Presta - Psicologa

Dott.ssa Cristina Presta Psicologo a Bologna

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20 DIC 2025

Grazie a te per aver scritto così chiaramente. Quello che descrivi è molto pesante e soprattutto è logorante nel tempo, perché non riguarda solo il lavoro ma il modo in cui vieni trattata come persona.
Da quello che racconti emergono alcune cose importanti, che vorrei restituirti con delicatezza.

Prima di tutto: non sei “troppo sensibile” e non stai esagerando. Essere continuamente controllata, corretta in pubblico (mettendo in copia la responsabile), senza uno spazio reale di confronto o di fiducia, è una modalità che mina la dignità professionale. A 55 anni, con una storia lavorativa alle spalle, è normale che questo venga vissuto come umiliante. Il fatto che tu dica “mi sento trattata come una ragazzina” è molto significativo.

C’è poi un punto chiave: ti è stato affidato un ruolo senza una formazione adeguata e senza una vera relazione di collaborazione. Tre call non sono formazione e le mail non costruiscono alleanza. In questo contesto, l’errore (vero o presunto) diventa uno strumento di controllo, non un’occasione di apprendimento. Questo spiega perché ogni mattina ti svegli in allerta: il tuo sistema nervoso è costantemente in modalità difensiva.

La collega “fredda” che controlla e la responsabile “maniaca del controllo” sembrano muoversi dentro una cultura lavorativa rigida, poco umana, dove il potere passa attraverso la supervisione e non attraverso il supporto. Il problema non sei tu, ma il sistema relazionale in cui sei inserita. Ed è importante dirlo chiaramente, perché quando l’ambiente è così, lentamente si comincia a dubitare di sé.

Capisco molto bene anche l’amarezza rispetto al consiglio “parla con le risorse umane”. Quando le HR coincidono con le persone che generano il problema, questo consiglio diventa non solo inutile, ma quasi offensivo. È come dire: “difenditi chiedendo aiuto a chi ti sta colpendo”.

Visto che, realisticamente, non puoi andare via ora, l’obiettivo non è “farle cambiare”, ma proteggerti. Proteggere la tua salute emotiva e la tua identità professionale.
Una cosa che può aiutare, anche se non risolve tutto, è spostare il piano da personale a operativo. Non per giustificarti, ma per togliere loro terreno. Ad esempio, quando ricevi mail di critica con la responsabile in copia, puoi rispondere in modo estremamente neutro e professionale, del tipo: “grazie della segnalazione. In futuro, per evitare questo tipo di errore, propongo di allinearci su....”
Questo non è sottomettersi: è mettere un confine elegante, mostrando che stai lavorando sul processo, non sulla colpa. Serve anche a creare una traccia scritta che parla di metodo, non di incompetenza.
Un’altra cosa importante riguarda te, non loro: questa situazione sta intaccando la tua autostima. Quando dici “non capisco perché mi hanno tenuto”, si sente quanto il clima ti stia facendo interiorizzare il messaggio di non valere abbastanza. Ma il fatto che ti abbiano affidato un carico enorme di lavoro e che tu lo stia reggendo dice l’opposto. Spesso in ambienti così le persone non vengono valorizzate, vengono solo “usate”.

Infine, voglio dirti una cosa molto semplice, ma vera: alla tua età non è tardi per pretendere rispetto, anche se non puoi pretendere entusiasmo. Non stai chiedendo complimenti, stai chiedendo un ambiente “sano”, come lo chiami tu. Ed è una richiesta legittima. Il fatto che oggi ti senta peggio di quando avevi vent’anni non è un tuo fallimento: è il segnale che qualcosa non va nel contesto, non in te.

Dott. Mirko Manzella Psicologo a Noventa Padovana

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20 DIC 2025

Gentile Rosa,
ho letto il suo messaggio e desidero innanzitutto accogliere il suo sfogo con profonda comprensione. Tornare a mettersi in gioco a 55 anni è un atto di coraggio e di responsabilità che meriterebbe supporto e valorizzazione, non certo il trattamento mortificante che descrive.
Posso solo immaginare quanto sia faticoso, ogni mattina, dover indossare un’armatura per difendersi da un ambiente che, invece di apprezzare la sua esperienza e la sua volontà, la fa sentire "sotto esame". Sentirsi trattare come una ragazzina, quando si ha un bagaglio di vita e di lavoro alle spalle, ferisce profondamente la nostra autostima e dignità.
Purtroppo, le dinamiche che racconta – come le email in copia per sottolineare gli errori – parlano molto dell'insicurezza e della rigidità di chi la circonda, e nulla del suo valore come persona. Non è lei a essere inadeguata, è il contesto a essere poco sano e incapace di gestire le risorse umane con empatia.
Visto che in questo momento lasciare il lavoro non è possibile e il dialogo con le risorse umane è bloccato, proviamo a costruire insieme un "riparo emotivo" per lei:
1. Distacco Emotivo (Il muro di gomma): Cerchi di guardare alla freddezza della collega non come a un rifiuto verso di lei, ma come a un limite caratteriale della collega stessa. Quando arrivano le critiche o le email sgradevoli, immagini che rimbalzino su un muro di gomma senza toccare la sua interiorità. Lei è molto più di quel lavoro e di quelle email.
2. Risposte "Neutre": Alla provocazione o alla pedanteria, risponda con estrema cortesia formale ma senza giustificarsi eccessivamente. Un semplice "Grazie della segnalazione, procedo" toglie soddisfazione a chi cerca di metterla in difficoltà emotiva. Non dia loro il potere di vederla turbata.
3. Nutrire l'autostima fuori dall'ufficio: Dato che l'ambiente lavorativo non le restituisce un'immagine positiva di sé, è fondamentale che lei coltivi con cura i suoi spazi fuori dal lavoro. Si circondi di persone e attività che le ricordino quanto vale, quanto è capace e quanto è amabile. Il lavoro serve a pagare le bollette, ma non deve comprare la sua serenità.
Tenga duro e non permetta a questo clima di farle credere di non essere all'altezza. Lei lo è.
Se sentisse che il peso diventa troppo gravoso da portare da sola, il mio studio è uno spazio aperto per offrirle il supporto necessario.
Un caro saluto,

Dott.ssa Veronica Cenci
Psicologa Clinica
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Veronica Cenci Psicologo a Guidonia Montecelio

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20 DIC 2025

Grazie a lei per aver condiviso una situazione così faticosa.
Il suo sentire è assolutamente comprensibile, vista la complessità di ciò che sta vivendo. È davvero come sentirsi in trappola: da una parte il bisogno concreto di questo lavoro, dall’altra un contesto che la fa stare male e le provoca un malessere quotidiano, non tanto per il carico di lavoro quanto per il clima relazionale e il modo in cui viene trattata.

Essere costantemente sotto controllo, ricevere critiche in copia alla responsabile e non avere uno spazio di confronto umano e rispettoso può logorare profondamente, soprattutto quando si mette impegno e serietà.

Proprio perché la situazione è così delicata e coinvolge bisogni importanti, un percorso terapeutico potrebbe aiutarla a fare un po’ di chiarezza: dare spazio alle sue emozioni, rimettere a fuoco le risorse che ha e valutare con maggiore lucidità le alternative possibili, sia interne che future. Non per “resistere di più”, ma per tutelare il suo benessere.

Le auguro davvero di trovare un po’ di respiro. Buone feste!

Dott.ssa Bianca Beres

Dott.ssa Bianca Beres Psicologo a Torino

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20 DIC 2025

Cara Rosa,

Capisco il tuo disagio e la tua sofferenza!
Quello che descrivi non è solo stress lavorativo, ma una situazione relazionale logorante.
L’assenza di una formazione adeguata e il controllo costante minano la fiducia in te stessa.
Essere corretta sempre in copia, senza riconoscimento, genera umiliazione e insicurezza.
È comprensibile che tu ti senta svalutata e in allerta continua.
Il problema non sei tu, ma un contesto poco contenitivo e poco rispettoso.
Alla tua età, dopo una storia professionale lunga, è normale aspettarsi dignità, riconoscimento e rispetto.
Il tuo corpo e la tua mente stanno reagendo a un clima percepito come ostile e umiliante.
Non potendo cambiare subito lavoro, è importante proteggerti emotivamente.
Separare il valore personale dal giudizio lavorativo è un primo passo fondamentale.
Può aiutare tenere traccia oggettiva del tuo lavoro e delle comunicazioni.
Valuta un supporto psicologico per rafforzare i confini e l’autostima.
Non è una debolezza sentirsi così, è un segnale da ascoltare.
Hai diritto a un ambiente sano e accogliente! Perché non provi a considerare un lavoro più semplice ma che ti riconosca il tuo valore?
Ps ti consiglio anche un supporto legale perché ci sono gli estremi a mio avviso per intentare una causa per mobbing!

Un caro saluto,
Dr.ssa Gabrielle Bolzoni

Dott.ssa Gabrielle Bolzoni Psicologo a Roma

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20 DIC 2025

Gentile Rosa,
comprendo quanto possa essere logorante vivere il lavoro in un clima in cui ogni giornata sembra iniziare con l’attesa di una critica, più che con la possibilità di sentirsi parte di un contesto di crescita e capace di valorizzare. La fatica che viene descritta non riguarda tanto il “fare”, quanto il “sentirsi”: sentirsi osservata, messa alla prova, poco riconosciuta, soprattutto in una fase della vita in cui l’esperienza dovrebbe rappresentare una risorsa e non un motivo di svalutazione o di analisi continua.
È importante ricordare che il disagio che emerge non è un segnale di fragilità personale, ma spesso la naturale risposta a dinamiche organizzative rigide, poco chiare e scarsamente nutritive sul piano relazionale. Quando il controllo prende il posto della collaborazione, e la comunicazione diventa solo correttiva e non costruttiva, l’ambiente perde quella qualità “sana” che giustamente viene desiderata e ricercata dai collaboratori. È come lavorare in un terreno che non viene mai irrigato: anche le competenze più solide faticano a dare frutto.
In questi casi, senza poter cambiare le persone coinvolte, può essere utile iniziare a lavorare su ciò che è possibile gestire per proprio conto: i confini, le aspettative realistiche, il modo in cui viene dato significato a ciò che accade. Questo non significa giustificare comportamenti poco rispettosi, ma tutelare il proprio equilibrio interno, evitando che ogni osservazione diventi una messa in discussione del proprio valore professionale e personale. La dignità lavorativa non passa dai complimenti, ma dal rispetto.
Qualora questo stato di tensione stesse incidendo in modo significativo sul benessere emotivo e sulla qualità della vita quotidiana, doventa importante non restare sola in questa fatica. Un confronto psicologico può offrire uno spazio protetto in cui rimettere ordine, ritrovare appoggi interni e valutare, con lucidità e senza forzature, quali passi siano davvero possibili e sostenibili. Il nostro lavoro è proprio quello di accompagnare le persone nella comprensione e nella tutela del proprio benessere, senza giudizio e senza soluzioni preconfezionate. Imparare a capire come ritrovare motivazione e forza lavorativa nonostante queste difficoltà o iniziare a valutare delle alternative di lavoro, anche quando sembrano impossibili, rappresentano strategie utili per muovere i primi passi da una situazione che in questo momento sembra di forte stallo.
Resto quindi disponibile (anche online), qualora lo desiderasse, per un approfondimento che possa aiutarla a non sentirsi più sola in questo momento così complesso e a ritrovare un senso di maggiore stabilità e rispetto, dentro e fuori dal contesto lavorativo.

Un caro saluto

Dott.ssa Sara Antoniolli Psicologo a Treviso

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20 DIC 2025

Gentilissima Rosa, grazie per la profonda e personale condivisione innanzitutto. Comprendo quello che ci riporta, e posso solo immaginare le sofferenze emotive e psicologiche che questa situazione le fa vivere, dato che non sembra esserci nessuna figura a lavoro in grado di supportarla o tutelarla. Credo che, data l'entità del suo disagio, intraprendere un percorso di terapia potrebbe aiutarla ad esplorare e comprendere quello che sente, individuando insieme allo specialista strategie funzionali per affrontare il tutto.
Resto a disposizione!
Cordiali saluti
AV

Dott.ssa Antea Viganò Psicologo a Pessano con Bornago

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20 DIC 2025

Cara Rosa,

la tua situazione lavorativa è emotivamente molto logorante, e il tuo malessere è comprensibile. Non stai reagendo in modo eccessivo né “immaturo”: essere costantemente controllata, corretta in pubblico (con la responsabile in copia), senza uno scambio umano minimo e senza una formazione adeguata, mina progressivamente la fiducia in sé e il senso di dignità professionale, soprattutto quando avviene in una fase della vita in cui si vorrebbe lavorare con maggiore serenità e riconoscimento dell’esperienza.

È importante chiarire un punto: il problema che stai vivendo non riguarda la mole di lavoro né la tua competenza in sé, ma il clima relazionale e organizzativo. Un controllo continuo, freddo e svalutante non è collaborazione, e il fatto che venga mascherato come tale può creare confusione e senso di colpa in chi lo subisce. È normale che tu ti senta “messa alla prova”, sotto osservazione, e che questo ti porti ad anticipare l’errore e a vivere ogni giornata con ansia: è una risposta tipica a contesti percepiti come poco sicuri sul piano umano.

Alla tua età, dopo un percorso lavorativo già strutturato, sentirsi trattata come una ragazzina inesperta può riattivare sentimenti di umiliazione e inutilità che non hanno a che fare con il presente, ma con il bisogno legittimo di rispetto. Il fatto che tu ti chieda “perché mi hanno tenuto” è un segnale di quanto questa dinamica stia erodendo la tua autostima, non della tua reale adeguatezza al ruolo.

Dal momento che le risorse umane coincidono con le persone coinvolte, il punto non è tanto “fare un reclamo”, quanto proteggerti psicologicamente e recuperare un minimo di margine interno. Può essere utile lavorare su due piani: da un lato, aiutarti a distinguere ciò che è un feedback tecnico da ciò che è una modalità relazionale svalutante (che non definisce il tuo valore); dall’altro, capire se e come puoi trovare una forma di posizionamento più chiara e meno esposta, anche solo nel modo in cui rispondi, scrivi o ti prepari mentalmente alle interazioni. Non per “subire meglio”, ma per ridurre l’impatto tossico che questa situazione sta avendo su di te.

Se senti che questa esperienza sta intaccando profondamente il tuo benessere e la percezione di te stessa, uno spazio di supporto psicologico può aiutarti a rimettere ordine, a non interiorizzare ciò che non ti appartiene e a valutare con maggiore lucidità le tue possibilità future, anche senza decisioni drastiche immediate. Non sei fragile: sei stanca, e hai diritto a un contesto di lavoro che non ti faccia sentire costantemente sotto giudizio.

Un saluto sincero,
Dott.ssa Valeria Di Stasi
Psicologa clinica
Ricevo anche online

Dott.ssa Valeria Di Stasi Psicologo a Bari

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20 DIC 2025

Buongiorno,
La ringrazio per aver condiviso la Sua esperienza, che capisco essere molto faticosa e frustrante. È evidente che si trova in un contesto lavorativo complesso, in cui manca il sostegno e la collaborazione che ogni persona merita, soprattutto dopo anni di esperienza.

La situazione che descrive – controlli costanti, mancanza di scambio umano, critiche ripetute senza riconoscimento – può generare stress significativo, far sentire svalutati e minare la motivazione. È comprensibile che Lei si senta demoralizzata e trattata ingiustamente.

Quando le risorse umane non rappresentano un’opzione sicura, può essere utile valutare strategie alternative per proteggere il Suo benessere: ad esempio, stabilire confini chiari nel rapporto con la collega, cercare piccoli spazi di autonomia nel lavoro, documentare in modo organizzato le proprie attività e le comunicazioni importanti, oppure individuare alleanze professionali interne, anche informali, che possano offrirLe sostegno.

Non è semplice, ma trovare modalità concrete per ridurre il carico emotivo può aiutare a mantenere la serenità e la motivazione, fino a quando non sarà possibile considerare cambiamenti più strutturali nella Sua carriera.

Cordiali saluti.

Vincenzo Capretto Psicologo a Roma

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