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Che si fa in questi casi?

Inviata da Rob il 28 ott 2015 Autostima

Gentili psicologi,
è da qualche tempo che seguo questo forum e l'ho trovato davvero interessante ed è per questo che ho deciso di condividere anche io qualche mio pensiero. Sono in cura da un annetto abbondante con un terapeuta ad indirizzo psicodinamico. I primi mesi (prima di iniziare la terapia) sono stati difficilissimi perché mi sono vista piombare addosso sintomi assurdi e stranissimi. Mi sono chiusa in casa e pensavo di star per morire da un momento all'altro. Poi ho preso la saggia decisione di affidarmi ad un terapeuta e nonostante l'inizio della nostra relazione non sia stato dei migliori perché dopo solo due sedute sono stata indirizzata ad un suo collega (per motivi che qui non scrivo perché mi dilungherei) , alla fine sono ritornata da lui perché a pelle mi aveva fatto una buona impressione e volevo che mi tenesse lui in cura. Tra alti e bassissimi , la terapia è andata avanti: ho scoperto tante cose di me e del mio carattere,sto scoprendo i miei limiti e cercando di imparare ad accettarli. Mi sono anche appassionata tantissimo a questo ramo della scienza e sto leggendo moltissimi libri (alcuni consigliati , molti altri no). Sembra , a leggere queste righe, che tutto vada per il meglio e invece proprio così non è:sono in un periodo molto particolare in cui mi è calata un pó la forza di volontà ed ho mille dubbi su ciò che sarà la mia vita,se mai usciró da questo tunnel,su quando mi passeranno i sintomi che tanto mi abbattono,se abbia fatto bene ad intraprendere questo "cammino",se il terapeuta è quello giusto,ecc.. Mi spaventano tante cose:mi ero posta degli obiettivi che non sono riuscita ancora a raggiungere e pur sapendo che ci vuole del tempo,non mi capacito di come in un anno e mezzo di terapia non ci sia ancora riuscita. Sto avendo difficoltà anche con il terapeuta stesso perché spesso non mi sento incoraggiata,capita e in più c'è sempre in me la paura che ,come all'inizio, possa "abbandonarmi".
Lui poi usa spesso il pugno duro con me perché sono una gran testarda e ultimamente mi sta diradando le sedute e non sto capendo il perché. Non so che fare/pensare in quanto credevo che il rapporto paziente/terapeuta non fosse così complicato e che non si dovesse soffrire anche per questo.
Vorrei un consiglio/parere da parte vostra. Grazie mille.

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Gentile utente,
da come la racconta lei, sembra che più che costruire un rapporto di fiducia ed una alleanza terapeutica, lei stia facendo una specie di lotta col suo terapeuta probabilmente per l'elevato livello di resistenza che mette nella terapia.
E' anche probabile che questo sia stato anche il motivo dell'iniziale rifiuto del suo terapeuta di prenderla in carico, decisione poi cambiata per un possibile suo ammorbidimento.
Penso che il paziente che non riesce ad affidarsi con umiltà al terapeuta e alla relazione terapeutica ottiene dei risultati inferiori rispetto a chi invece riesce a farlo considerando che paziente e terapeuta hanno "pari dignità" ma non sono "alla pari" perchè da un lato c'è una persona che soffre per via dei suoi postulati e automatismi disfunzionali e dall'altro c'è un professionista che ha studiato molti anni e si è preparato per risolvere o almeno alleviare le sofferenze del primo.
L'atteggiamento migliore da parte sua dovrebbe perciò essere quello di lasciarsi guidare mentre il suo terapista è costretto ancora oggi ad usare con lei il pugno duro.
Forse è proprio in forza di questo suo atteggiamento che i sintomi stentano a lasciarla mentre aleggia anche la paura dell'abbandono e, allo stesso tempo, stranamente, le viene ancora il dubbio che il terapeuta non sia quello giusto.
Quindi il primo ostacolo e il primo nemico sta dentro di lei e non fuori.
Pertanto il consiglio che le do, per il prosieguo della sua terapia è di riflettere su queste cose e fidarsi un pò di più del suo terapista.
Cordiali saluti.
Dr. Gennaro Fiore
medico-chirurgo, psicologo clinico, psicoterapeuta a Quadrivio di Campagna (Salerno).

Dott. Gennaro Fiore Psicologo a Quadrivio

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Gentile dott.ssa Di Rosa, se non avessi problemi con me stessa e , come dice lei , con la realtà che mi circonda , non sarei finta in terapia o comunque il mio percorso sarebbe già concluso. Con questo voglio dirle che si,certamente ho delle difficoltà che non sono ancora state superate. Per quanto riguarda il tipo di indirizzo, ho letto anch'io che è abbastanza lunga la via per la "guarigione" anche se molto dipende anche dai tempi di ogni paziente. Quello che mi chiedevo è: ma cosa cambia , ad esempio , dalla psicodinamica alla comportamentale o altre affini? E sopratutto, quale motivazione spinge un paziente a cambiare indirizzo? Grazie comunque per la sua risposta; al momento però credo continuerò con questo tipo d'analisi perché a me serve (e piace) capire da dove nascono le emozioni anche se i riscontri "pratici" sono pochi. (Almeno per ora)

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Gentile Rob,
Da quello che scrive, anche se con pochi dettagli e con molti interrogativi, traspare senza dubbio un senso di conflitto con se stessa e con il mondo esterno che non sembra avere avuto ancora soluzione. Personalmente le dico che un corretto svolgimento di una terapia non consiste solo ed esclusivamente nella risoluzione dei sintomi, anzi poiché questi molto spesso si poggiano su uno stile di funzionamento che è proprio di ogni paziente, bisognerebbe innanzitutto andare a scovare questo stile ed entrare nei suoi meccanismi che poi producono anche i sintomi e, una volta stabiliti i termini e le modalità, andare a intervenire successivamente anche su questi ultimi. Personalmente non mi occupo di terapia psicodinamica, ma per i miei studi so che di base ha una lunghezza di tempi non indifferente e può offrire disorientamento a chi necessita invece di una soluzione immediata del problema, come è nel suo caso. Gli orientamenti terepeutici sono tanti e spesso trovare quello che più si avvicina alle proprie esigenze è già un corretto inizio per quello che sarà poi un adeguato e desiderato rivolgimento della terapia stessa. Per mancanza di altro dati non posso esprimermi oltre. Le posso però consigliare di portare a termine la terapia e poi se non le dà i risultati desiderati eventualmente optare per una terapia diversa e cercare di risolvere innanzitutto questa elevata conflittualità che riporta e man mano fruire di miglioramenti della sua qualità della vita. Le faccio i miei migliori auguri.
Dott.ssa Di Rosa Raffaella Psicologa

Dott.ssa Di Rosa Raffaella Psicologo a Villaricca

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Gentile Rob
credo che il percorso di terapia stia procedendo per il verso giusto nonostante tanti sui dubbi e perplessità. La cosa che mi appare più strana è quella del finale dove lei dice che il suo terapeuta "usa il pugno di ferro" e addirittura le sta diradando le sedute.
In un percorso di psicoterapia il paziente non dovrebbe soffrire ad opera del terapeuta a meno che non si tratti di emozioni transferali cioè "indirette" e non certo causate attivamente dal terapeuta stesso.
Seppure lei abbia difficoltà ad aprirsi, e questo certo è un suo modo di essere che porta in terapia, provi ad esplicitare a lui almeno il suo senso di abbandono e la sua esigenza di mantenere i colloqui a cadenza settimanale.
E' necessario che almeno questi due dati vengano chiariti.
Un caro saluto
Dott.Silvana Ceccucci Psicologa Psicoterapeuta.

Dott.ssa Silvana Ceccucci Psicologo a Ravenna

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Gentile dott.ssa Bellia, il problema é che io avrei voglia di dire 100 cose ma poi davanti al terapeuta mi chiudo. Allora ho pensato di scrivere tutto quello che provo e sento su dei fogli e darglieli in modo che, per sommi capi, lui sappia ciò che davvero, per filo e per segno, penso e poi quando sarò pronta potremmo affrontare in seduta stessa queste questioni. Sono contenta però nel sentire che non tutti i rapporti terapeutici siano facili perché credevo di essere io poco adatta ad affrontare un percorso. Grazie mille ;)

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Gentile dott.Fiore, le motivazioni del terapeuta di non prendermi in cura sono ben altre. Per il resto però, sono d'accordo su quanto lei dice cioè sul fatto che forse non riesco a fidarmi del tutto e a lasciarmi andare con il terapeuta ma probabilmente è proprio il problema per il quale sono finita in terapia. Ci penserò su quanto mi ha detto, grazie. ;)

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Carissima/o,

Sarò breve, il rapporto pz/tr può essere davvero difficile e duro, e scherzo doloroso e non semplicemente fonte di contenimento emotivo e basta; per mille ragioni attinenti la psicoterapia, e questo (su cui non posso entrare nel merito perché non ci ha fornito dettagli a sufficienza qui) non è un male necessariamente, anzi, può far parte del processo di guarigione. Ora però, mancando moltissimi elementi al suo racconto, tali per cui si potrebbe meglio entrare nel merito decisamente meglio di alcune cose, le suggerisco di parlare di tutto ciò che ha espresso qui, con chiarezza e determinazione, seppur nella confusione del suo momento esistenziale, col suo terapeuta. Sia franca e non abbia paura di esprimere TUTTO CIÒ CHE HA DENTRO, con rabbia, dolore, paura o quello che sia. La terapia SERVE anche a questo, come luogo dedicato anche alle nostre perplessità su di essa. Se il/la collega è preparato serio e valido, vedrà che da questo suo momento saprà tirare fuori dei punto di svolta con lei della terapia e non solo.. Viceversa la natura dei suoi dubbi forse é altra, e altrettanto fondata, ma non posso addentrarmi in questa sede mancando nel suo racconto elementi importanti per comprendere.

Se ha bisogno non esiti a scrivere, siamo qui per aiutarla.

Con i miei migliori auguri,

Dott.ssa Elena BELLIA
Psicologa & Psicoterapeuta
Savona provincia & Ge città

Dott.ssa Elena Bellia Psicologo a Albenga

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In primis rispondo alla dott.ssa Lorico dicendo che il mio terapeuta sa e non sa nel senso che non abbiamo ancora affrontato l'argomento perché tutti i miei dubbi sono "scoppiati" pochissimo tempo fa e, in più, ho avuto un pó di timore a portarli chiaramente in seduta per la solita paura di essere lasciata a me stessa.(se così possiamo dire). I sintomi dopo un anno,più che diminuiti (alcuni sono diminuiti,alcuni scomparsi) direi che sono cambiati. Il mio è essenzialmente un problema di conversione quindi i sintomi sono i classici "finti neurologici". Dell'ostacolo iniziale che lui ha avuto,abbiamo avuto modo di parlarne nel mentre della terapia e di chiarirlo però ogni volta che ripenso a quanto accaduto,mi viene un po' di sconforto e,come ho appunto già scritto,di paura nel perdere una persona che comunque io so che mi sta aiutando. I miei sintomi,più che essere legati all'abbandono,credo,siano aumentati per la rabbia che questa situazione mi crea.
Sono d'accordo sulla svolta nella terapia infatti mi sento arrivata ad un punto morto in cui non riesco ad andare più avanti. Peró,mi chiedo:che vuol dire "avere una svolta" in terapia?
Al dott.Bedetti e al suo collega invece,mi sento di dire che un pó mi avete fatto riflettere sulla questione che la relazione con lo psicologo serva per capire come relazionarsi anche fuori dalla seduta. Il mio vissuto di abbandono è collegato a vissuti precedenti (nell'età infantile). Non so cosa debba accadere per farmi capire che sto facendo la cosa giusta;forse raggiungere qualche obiettivo che mi ero prefissata.

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Buonasera Rob,
dopo un anno abbondante di terapia un miglioramento dei sintomi dovrebbe già esserci stato. Non ci dice di che sintomi si tratta nè il perchè il collega l'avesse inviato dopo due sedute. Se ha riscontrato un ostacolo alla terapia come mai poi l'ha riaccolta? Quanto l'essere stata abbandonata dal terapeuta lega con i suoi sintomi? Quanto volere mantenere a tutti i costi una relazione anche quando non si è soddisfatti c'entra con la sua storia personale? Ha parlato al suo terapeuta di tutto questo? E' importantissimo che lo faccia, mi sembra che la sua terapia abbia bisogno di una svolta, di un cambiamento.
Saluti
Concetta Lorico Psicoterapeuta a Piacenza.

Dott.ssa Concetta Lorico Esposto Psicologo a Piacenza

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Cara Rob,
concordo con il dott. Bedetti.

Tenga in considerazione, inoltre, che la fase di dubbio avviene spesso nel momento in cui qualcosa, nella persona, sta cambiando. Che cosa dovrebbe accadere per farle sentire che sta facendo la cosa giusta?

Condivida con il suo terapeuta dubbi, emozioni e pensieri di questa fase e il suo timore di essere lasciata sola. Potrete ottenerne non solo un argomento utile per la terapia, ma anche un efficace strumento per irrobustire la vostra relazione.

La relazione con lo psicologo è l'occasione per allenarsi a gestire gli alti e i bassi di ogni relazione.

Un saluto
Dott.ssa Francesca Fontanella

Dott.ssa Francesca Fontanella Psicologo a Rovereto

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Buon pomeriggio Rob, che il rapporto terapeuta-paziente, talvolta, non sia all'acqua di rose, non solo è molto comune ma (dal mio punto di vista) sarebbe anche deleterio ed una perdita di tempo e denaro da parte sua, se non lo fosse. La relazione terapeutica è fatta di alti e bassi (che si riverberano nella terapia stessa), e ciò dipende dagli argomenti che si stanno affrontando, dalle caratteristiche di personalità dei due, dai vissuti emotivi interni di entrambi, etc. Questo, tuttavia, fa in modo di conoscere l'altro, anche da altri punti di vista, ovvero di rabbia, delusione, protezione o non protezione, etc. Se tutto andasse sempre liscio, la terapia perderebbe informazioni estremamente importanti per il suo prosieguo. Certo, nel suo caso, esiste il vissuto di abbandono che ha provato all'inizio con il collega: mi domando se è un vissuto come gli altri (nel senso della stessa importanza) o se quello che è avvenuto allora possa essere agganciato ad altri vissuti abbandonici della sua vita passata o presente che potrebbero essere dei nodi ancora non sciolti o, addirittura affrontati. Ciò che le consiglio è quello di affidarsi al collega, ricordandosi sempre che lei è l'esperta della sua vita, ma lui è l'esperto della tecnica psicoterapeutica. Voglio essere chiaro: non sto qui a difendere, a priori, alcun collega, ma, per quello che ci ha raccontato non mi sembra di aver rilevato alcun comportamento scorretto o interpretabile in modo poco positivo. Infine, da ricordare è che lei crea il suo mondo, dunque crea i suoi problemi (sintomi) ma ha anche, al suo interno, le soluzioni. Con l'aiuto del collega, la terapia serve proprio a cercare, trovare e stabilizzare le risorse che tutti abbiamo. Per questo lei dovrebbe mettere sul "tavolo terapeutico" tutto ciò che ha vissuto e sta vivendo (anche rispetto ai timori abbandonici del suo terapeuta) di modo che, insieme, ci sarà la possibilità di trovare la soluzione, giusta per lei, alle sue sofferenze.
Buona fortuna,
dott. Massimo Bedetti,
Psicologo/Psicoterapeuta,
Costruttivista Postrazionalista-Roma

Dott. Massimo Bedetti Psicologo/Psicoterapeuta Psicologo a Roma

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