4 NOV 2025
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Buonasera,
ciò che riferisci è il tracciato preciso di un sistema d’allarme che si è sensibilizzato e, non trovando quiete, si sposta da un oggetto all’altro. Prima il tetano, poi la morte improvvisa: cambia il contenuto, resta la stessa dinamica. Quando l’ansia alza il volume, la mente ingaggia una sorveglianza continua del corpo e dell’ambiente, interpreta in chiave minacciosa sensazioni di per sé innocue, cerca conferme, evita situazioni, domanda rassicurazioni. In questo circuito la paura sembra ragionevole, perché ogni tentativo di controllarla produce un sollievo immediato, ma alimenta il meccanismo sul medio periodo. È come se un’ombra si allungasse sulla giornata e tu, per scacciarla, accendessi una luce sempre più accecante: per un attimo vedi meglio, poi l’ombra ritorna più netta.
Sul piano clinico riconosco una costellazione che intreccia ansia di malattia e tratti ossessivi. Il pensiero catastrofico si presenta con la forza di un presagio, il corpo diventa territorio di ipervigilanza, il cuore un metronomo al quale si chiede il verdetto sulla vita. Quando questo accade, non sei davanti a un “rischio imminente” ma a un’interpretazione minacciosa che si autoalimenta. Dare un nome al processo aiuta a interrompere l’incanto: non “sta per succedere qualcosa”, ma “la mia mente sta producendo la previsione peggiore e il mio sistema nervoso la prende alla lettera”. È un atto semplice e insieme raffinato, perché sposta l’attenzione dall’oggetto temuto alla forma della paura.
Il lavoro psicologico, che già stai facendo, è il luogo giusto per trasformare questa forma. Spesso, all’inizio, il percorso può dare la sensazione di peggiorare le cose: si smette di fuggire, si guarda l’ansia più da vicino, i segnali interni sembrano urlare. Non è un fallimento, è l’attraversamento necessario. Con la tua terapeuta puoi mappare il ciclo che si ripete e progettare piccole esperienze correttive. Limitare le ricerche online e la raccolta di notizie “a tema” dentro una cornice concordata, posticipare le richieste di rassicurazione e lasciare che l’ondata emotiva scorra senza inseguirla, introdurre esposizioni graduali alle situazioni che ora eviti, come restare in casa da sola o fare la doccia, sono passi che restituiscono agio e libertà. Funzionano non perché dimostrano che “non accadrà niente”, ma perché insegnano al sistema nervoso che può attraversare l’incertezza e ritrovare equilibrio senza dover verificare o sfuggire. Il corpo, in questo, è alleato se lo tratti come un organismo che sa ondeggiare. Quando il pensiero del peggio s’innesta, prova a rallentare il respiro fino a sentirlo più ampio in uscita che in entrata, lascia che le spalle scendano e poggia l’attenzione su un punto concreto della stanza. Non per scacciare il pensiero, bensì per coabitare con esso finché perde autorità. È utile anche ricondurre la mente al criterio della probabilità invece che della possibilità: tutto è possibile in astratto, ma ciò che conta per la vita concreta è la stima realistica di ciò che è probabile qui e ora.
C’è poi il registro più profondo, che tocca il tema della morte. L’ansia la convoca come minaccia, ma l’immaginazione simbolica può restituirle un’altra funzione. Nella prospettiva junghiana, la morte è una figura-limite che visita soprattutto quando la psiche chiede trasformazione. Non è un annuncio, è un linguaggio. Se l’affronti in uno spazio protetto, può diventare l’occasione per domandarti che cosa è in pericolo davvero: forse non la vita in senso biologico, ma il senso di continuità, l’idea di controllo, l’immagine di te che non tollera crepe. Dare parola a questo, magari scrivendo ogni giorno poche righe alla “parte che teme di morire” e alla “parte che desidera vivere”, è una forma mite di immaginazione attiva. Ti invito a custodire gesti semplici che ti ancorino: orari regolari, movimento quotidiano, caffè con misura, sonno curato. Sono condizioni che quantomeno abbassano la soglia di reattività e rendono più accessibile il lavoro psicologico. Mantieni un dialogo trasparente con la tua terapeuta su come stai e su ciò che provi nei momenti di picco; se l’ansia diventasse ingestibile o avvertissi un pericolo concreto per te, cerca senza esitazione un supporto immediato tra i tuoi riferimenti clinici o le reti di emergenza della tua zona. Prendersi sul serio è una forma di coraggio.
Il fatto che tu abbia chiesto aiuto è già una crepa feconda nel circuito della paura. Non stai impazzendo: stai attraversando un periodo in cui la mente ha preso il timone con la logica del peggio e il corpo si è messo sull’attenti. Con un lavoro costante, deciso ma gentile, è possibile restituire al timone una guida più ampia e affidabile. Portiamo queste tracce in seduta, diamo loro forma e misura.
Un caro saluto,
Dottoressa Giulia Foddai