Ansia, attacchi di panico e paura della gente

Inviata da Silvia · 9 apr 2013 Attacchi di panico

Buongiorno, scrivo per una situazione di cui soffre mio marito.
Premetto che ci conosciamo dall'età della scuola superiore, è sempre stato una persona insicura, bisognosa di conferme. Siamo insieme da quando avevamo circa 19 anni, sposati da 14 anni. Da quando era ragazzo soffre di problemi di peso, con tutti i disagi connessi. Nel corso degli anni ha tentato di risolvere i suoi problemi di ansia, insicurezza con cure farmacologiche, senza mai riuscirci, un po' per poca costanza, un po' perchè aspettava la pozione magica che lo facesse sentire sereno, un po' perchè non accettava di dipendere dai farmaci per vivere una vita normale.
Negli ultimi anni abbiamo scoperto che è diabetico, ma non si è voluto curare per circa 8 anni, con mio grande terrore per le complicanze che una simile malattia può causare nel tempo. Alla fine del 2012, lo abbiamo convinto a curarsi, ma lui ha accettato solo perchè ha trovato una dottoressa che lo ha affrontato con delicatezza. Ultimamente siamo andati ad un controllo, ma c'era un'altra dottoressa più frettolosa e lui quando siamo usciti mi ha detto che se la prossima volta c'è ancora questa dott.ssa lui va via e non fa la visita.
La sua insicurezza con il tempo, è sfociata in diverse problematiche come attacchi di panico, attacchi di ansia soprattutto nelle ore serali, ed attualmente nella paura della gente. Infatti, ha lasciato il lavoro e sono mesi che non esce di casa, nel vero senso della parola (per esempio, solo il sentire il cancelletto del vicino aprirsi e chiudersi lo mette in agitazione). E' diventato completamente dipendente da me. Quando io sono in casa lui si sente tranquillo, quando non ci sono cerca di dormire fino a tardi così riduce il tempo in cui è da solo. Quando è in casa, usa il computer e guarda la televisione (solo serie tv poliziesche oppure documentari, perchè altre cose, come telegiornali oppure talents, oppure quiz lo innervosiscono). Ha il terrore di incontrare gente, soprattutto che conosce (abitiamo in un piccolissimo paese di campagna dove ci si conosce tutti), perchè dice che la gente giudica. Non riesce a gioire di niente. Si sente un fallito e un perdente, ma non riesce ad accettarlo (parole che ha detto lui). Si arrabbia subito per niente e per questo ha paura di arrabbiarsi. E' svogliato, non riesce a concentrarsi e dice che non ha memoria. Si sente inutile e un peso per la famiglia. Pensa di non avere nessuna speranza di miglioramento. Non usa il telefono: quando squilla si agita e, anche se vediamo che è qualcuno che conosciamo, devo rispondere io. Ultimamente ha maturato anche invidia nei confronti di traguardi raggiunti anche da suoi amici. Non abbiamo figli, anche se ne vorremmo con tutto il cuore. Non abbiamo mai approfondito seriamente sul perchè non arrivano, da parte mia anche per non aggiungere ulteriori disagi possibili derivanti da accertamenti specifici medici.
Anni fa, nei primi tentativi di arginare i sintomi dell'ansia, gli è stata diagnosticata ipersensibilità ai triciclici. L'idea di un ricovero, non la tiene neanche in considerazione, penso per non staccarsi da quell'ambiente "protetto" che si è creato.
Ci troviamo nel nord Italia a sud di Milano. Sto cercando qualcuno competente che possa proporci qualche spiraglio di cura, partendo da visite a domicilio. Considerando che abbiamo circa quarant'anni, mi rifiuto di pensare che di fronte ad un caso così complicato non ci sia via d'uscita. Adoro mio marito, lo amo e voglio passare tutta la vita con lui. A volte, però, ultimamente mi sento inadeguata ed ho paura di cedere e di gettare la spugna. Mi capita, infatti, che quando sento che lui è nervoso ed intollerante ai suoi stati d'animo, provo un forte senso di ansia che quasi mi suggerisce di non tornare a casa e di scappare altrove. Poi penso, come farebbe senza di me? Spero che qualcuno mi possa aiutare

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Miglior risposta 15 APR 2013

Ringrazio nuovamente per la risposta. Vorrei sapere cosa significa esattamente essere resistente ai tricicli. Poi gradirei avere qualche informazione relativamente ai ricoveri. Cosa succede durante questi ricoveri? Cosa viene fatto ai pazienti? Quanto possono durare questi ricoveri? Il paziente mantiene il contatto con i familiari? Ma soprattutto, quando diventano ricoveri coatti? Il ricovero coatto da chi può essere deciso e fatto eseguire? Non ci vuole comunque il consenso della famiglia? Mio marito quando si arrabbia ha degli scatti violenti. Non mi ha mai toccato con niente, ma i suoi attacchi sono violenti verso se stesso, come se si odiasse per quello che è. Poi dopo cinque minuti si pente, si scusa e con estrema dolcezza mi dice che lui non sa perchè fa così. Secondo lui, è pazzo e deve essere rinchiuso in un manicomio. Secondo me, dice così perchè a mente lucida si rende conto che i suoi comportamenti sono intollerabili. Sono sicura, però, che se gli dicessero di ricoverarsi, direbbe di sì al momento, ma poi non andrebbe fino in fondo. Per gli attacchi improvvisi, mi chiedevo se ci sono dei farmaci tosti che possano intervenire al momento stesso dell'attacco. Grazie per i chiarimenti che riceverò.

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30 GIU 2017

Come le hanno consigliato i miei colleghi, sarebbe bene affrontare queste tematiche con la guida di un professionista per iniziare a trovare un equilibrio e delle nuove consapevolezze.
Per approfondimenti non esiti a contattarmi.
Buona giornata
Dott.ssa Ilaria Albano
Psicologo a Roma

Dott.ssa Ilaria Albano Psicologa Psicologo a Milano

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15 APR 2013

Cara Signora, ritengo che come prima cosa da fare sia consigliabile un intervento farmacologico. Non esistono solo i triciclici ci sono anche farmaci antidepressivi che agiscono con meccanismi diversi (inibitori della ricaptazione della serotonina). Un trattamento farmacologico agirebbe sia sui sintomi depressivi sia sull'ansia e il panico permettendo a suo marito di avere sufficienti energie per poi poter affrontare una psicoterapia. Non c'è nulla di cui vergognarsi nel prendere farmaci del genere, ormai da lungo tempo è stato dimostrato che disturbi quali quelli di suo marito hanno un'origine biologica al pari di tante altre malattie. Uno squilibrio a livello di neurotrasmettitori cerebrali può dare origine ai sintomi che lei descrive. Il primo passo è quindi quello di ristabilire il corretto equilibrio a livello di neurotrasmettitori cerebrali, poi, appena si cominceranno a osservare miglioramenti, si potrà iniziare una vera e propria psicoterapia. Ovviamente per la prescrizione dei farmaci rivolgetevi ad uno psichiatra e non al medico di base, lui saprà indicare, tra tanti, il farmaco più adatto. Spero di esserle stata d'aiuto, se avrà bisogno di chiarimenti non esiti a contattarmi. Francesca Figliozzi

Neuro-Psicologia, Dott.ssa Francesca Figliozzi Psicologo a Oristano

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15 APR 2013

Vi ringrazio molto per l'attenzione che avete dedicato alla mia richiesta. Ho contattato il centro di salute mentale della zona a cui appartengo ed ho un appuntamento domiciliare a fine mese. Vorrei chiederVi solo un'altra informazione. Mi hanno già anticipato che tenteranno una cura farmacologica, ma nello stesso tempo, proporranno anche un ricovero a mio marito. Quello che non riesco a capire è perchè si propone un ricovero ad una persona che non vuole uscire di casa. Che differenza c'è tra dare i farmaci a casa a mio marito e darglieli in una clinica dove rischia di essere circondato da persone che hanno problemi mentali di altra natura. Vi faccio questa domanda in modo sincero, non per presunzione. E poi, si vede spesso che durante i ricoveri imbottiscono i pazienti di farmaci e li rendono degli ebeti. L'idea di questa situazione mi spaventa molto. Temo poi di trovarmi incastrata anche in ricoveri coatti. Sarebbe possibile? Come funziona il discorso dei ricoveri coatti? Mio marito quando è in casa, è una persona gradevole, ci si può parlare, non è una persona stupida. E' abile nei ragionamenti. Spero che mi possiate dare ulteriori delucidazioni. Grazie mille

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10 APR 2013

Cara signora,
comprendo quanto sia difficile per lei vivere questa situazione, probabilmente sentirà forte il desiderio di aiutare suo marito, ma anche la frustrazione per non riuscire a farlo stare meglio.E poi immagino il suo bisogno di tornare a vivere pienamente e magari i possibili sensi di colpa per questo. MI chiedo se con suo marito non abbiate mai parlato della possibilità di cominciare un percorso psicologico insieme, magari provando lei a comunicargli come si sente ed invitandolo a provare insieme a venire fuori da questa situazione. Capisco quanto anche per suo marito tutto questo possa essere difficile, capisco anche che lei sia diventata la sua protezione, allora perchè non "sfruttare" questo per aiutarlo a chiedere aiuto ad un professionista, che almeno inizialmente vi veda insieme. Proverei a trasformare un limite, la necessità della sua presenza, in una risorsa prima per la coppia e poi per ognuno di voi due. Le auguro di trovare nel suo matrimonio e in lei, perchè tutti abbiamo capacità e punti di forza, le risorse per venir fuori da questa situazione.
Affrontare il caos dentro di noi è il primo passo per portare la serenità fuori.
Dott.ssa Scilla Battiato

Dott.ssa Scilla Battiato Psicologo a Pulsano

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10 APR 2013

Cara anonima,
la situazione che descrive è molto pesante per suo marito ma soprattutto per lei. Non ci sono risposte rapide ad una situzione problematica che dura da così tanto tempo. La esorto a contattare una/o psicoterapeuta della sua zona o il consultorio famigliare della sua ULSS di appartenenza per fissare almeno una prima consultazione perchè non potrà sostenere a lungo il peso del sostegno e della cura di suo marito, anche se forse il fatto che suo marito dipenda da lei la fa sentire necessaria e fondamentale. In ogni caso ogni intervento non sarà di grande aiuto senza la disponibilità di suo marito a farsi aiutare.
Cari saluti.
Dott.ssa Silvia Arnaldi (Vicenza)

Dott.ssa Silvia Arnaldi Psicologo a Monteviale

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