17 OTT 2025
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Buongiorno Nina,
capisco bene la preoccupazione: vede sua figlia coinvolta, lusingata e poi improvvisamente lasciata in sospeso, senza spiegazioni. A tredici anni il primo legame amoroso funziona spesso come un laboratorio emozionale: idealizzazione rapida, gesti intensi, dichiarazioni “assolute”, seguite talvolta da un raffreddamento altrettanto brusco. Non è necessariamente malizia; è immaturità relazionale, un pendolo tra desiderio di vicinanza e paura di ciò che la vicinanza comporta. Quando l’innamoramento passa dal gioco della seduzione all’impegno concreto, può accadere che chi ha corteggiato con più slancio si spaventi, si ritiri, oppure cerchi di gestire la propria immagine davanti al gruppo - anche sui social - dove l’amore viene “messo in scena” con la stessa rapidità con cui può essere ritrattato. Capisco quindi il suo sconcerto: le parole di lui dicevano “presenza”, i comportamenti hanno comunicato “assenza”.
Il punto, ora, non è decifrare perfettamente le motivazioni del ragazzo - rischieremmo di farne un processo alle intenzioni - ma aiutare sua figlia a riconoscere cosa le fa bene e cosa no, e a tradurre quel riconoscimento in confini gentili e solidi. È prezioso che lei non colpevolizzi la ragazza: ciò che ha vissuto è reale, non “ingenuità”. La delusione non cancella la bellezza dell’essersi sentita scelta; le insegna però un criterio: in una relazione sana, le parole e i gesti tendono a combaciare con una certa continuità. Se qualcuno chiede foto, promette cene, fa dichiarazioni altisonanti e poi si sottrae quando viene il momento di un incontro semplice e rispettoso, il messaggio non è “non vali”, ma “non è pronto”. La dignità di sua figlia non si misura sul ritorno del ragazzo, ma sulla sua capacità di stare dalla parte di sé.
Il suggerimento di sospendere i messaggi ha un senso se non diventa il tentativo di “farlo tornare” tramite la strategia del silenzio. La logica della prova prosciuga; quella della chiarezza fa crescere. Può essere utile, se lei se la sente, una sola comunicazione breve, educata e ferma, che chiuda il cerchio senza invocare giustificazioni e senza aprire spirali di inseguimento. Qualcosa come: “Quando mi cerchi tanto e poi sparisci, io sto male. Ho bisogno di relazioni chiare e coerenti. Se vorrai parlarne di persona e fare proposte concrete per vederci, ci sono; altrimenti preferisco fermarmi qui e augurarti il meglio.” È un messaggio di auto-rispetto, non una mossa strategica. Dopo, conviene davvero restare in silenzio e orientare l’energia su ciò che la nutre (amicizie, sport, studio), perché il tempo della preadolescenza va protetto dal logoramento del dubbio.
Quanto ai social, il tema è la cura di sé più che il controllo dell’altro. “Non farsi più seguire” può essere una scelta sensata se nasce da lei, come gesto di igiene emotiva, non come punizione. In alternativa può limitare la visibilità, silenziare, prendere una pausa: l’importante è che sperimenti la libertà di regolare la propria esposizione digitale, e che acquisisca la consapevolezza che una richiesta di foto o di presenza costante non va mai soddisfatta per placare l’ansia dell’altro. A tredici anni, educazione all’affettività significa anche educazione al consenso e alla privacy: ci si mostra se e quando lo si desidera, non per dovere o per paura di perdere qualcuno.
Capisco il suo desiderio che lui “torni”, perché vorrebbe riparare il torto subito da sua figlia. La riparazione, però, non dipende dal suo ritorno, bensì dalla possibilità che la ragazza senta di poter scegliere. La accompagni a nominare ciò che prova senza giudizio - “ti vedo ferita e confusa, è normale” - e a riconoscere il valore del proprio sentire. Se il ragazzo dovesse riaffacciarsi, il criterio resta lo stesso: non la promessa, ma la coerenza nel tempo. Se invece non tornasse, la perdita sarà dolorosa e insieme istruttiva: insegnerà che l’amore non si mendica, e che l’innamoramento, per quanto intenso, non basta senza affidabilità.
Se emergessero comportamenti insistenti o invadenti da parte di lui - richieste pressanti, contatti ripetuti nonostante un chiaro “no”, commenti denigratori online - allora è compito dell’adulto intervenire con decisione, anche coinvolgendo la scuola. Ma finché siamo nel territorio dell’ambivalenza adolescenziale, la cosa più formativa è offrirle una cornice stabile e affettuosa in cui possa scegliere la chiarezza senza sentirsi “cattiva” o “ingenua”. È così che si costruisce una fiducia in sé capace, domani, di riconoscere e custodire relazioni più mature.
Resto a disposizione per aiutarla a trovare le parole giuste con sua figlia, o per un confronto con la scuola qualora servisse.
Un caro saluto,
Dottoressa Giulia Foddai