Aiuto non tollero più mio figlio di 14 anni!

Inviata da Giulia · 7 giu 2026 Terapia familiare

Buon giorno, scrivo perché sono al limite della sopportazione. È stato un anno scolastico estremamente faticoso, mio figlio ha 14 anni ed ha frequentato il primo liceo scientifico. Non si concentra, non ascolta, non aiuta in casa ed è interessato solo a giocare al telefono/pc/play station. Io lavoro, sono una madre sola, e non ho più la forza ne la serenità per gestirlo. Viviamo a Roma, città difficile (si è tolto dal tel anche geolocalizzazione) Vorrei cambiare città ed andare in un luogo più tranquillo, ma lui non vuole trasferirsi. Io mi sento sopraffatta, frustrata ed infelice, cosa devo fare? Assecondare lui o me stessa? Grazie. Giulia

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Miglior risposta 8 GIU 2026

Cara Giulia,
capisco e comprendo la sua difficoltà e frustrazione nella gestione di un figlio adolescente per giunta in una condizione di monogenitorialità, da ciò che descrive.
Il primo passo da fare in questa situazione è, secondo me, lavorare sulle sue abilità genitoriali ed educative in modo da acquisire strategie concrete nel comunicare con suo figlio e farsi ascoltare.

Per quanto concerne la sua ipotesi di cambiare città, non credo sia preferibile, in primis perchè ormai suo figlio ha i suoi contatti e amicizie qui a Roma e sarebbe complesso e difficile per lui adattarsi ad un luogo diverso.
Inoltre, conoscendo bene Roma a mia volta, le posso dire che svolgendo un lavoro educativo efficace in cui si regolamenta l'uso dei dispositivi, la città offre numerosi spunti ricreativi e culturali che difficilmente si possono trovare altrove.

Inoltre, se non si modifica il vostro rapporto, cambiare luogo di residenza non rappresenterà un elemento di aiuto, ma un ulteriore motivo di stress legato al trasloco, la riadattamento ecc.

Perciò, ciò che le consiglio, in base alla mia esperienza clinica con casi simili a ciò che ha descitto, è richiedere l'aiuto di un professionista che vi aiuti a ritrovarvi, a capirvi, a comprendervi.

Un caro saluto!

Dott.ssa Anna Marcella Pisani Psicologo a Roma

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6 LUG 2026

Cara Giulia,
ascoltando le tue parole arriva tutta la fatica, la solitudine e quel senso di svuotamento profondo che si prova quando si sente di aver dato tutto, ma le risorse sembrano comunque non bastare. Gestire da sola un figlio, il lavoro e le complessità di una città come Roma è un'impresa titanica. È del tutto legittimo che tu ti senta sopraffatta e infelice: sei arrivata al limite ed è il segnale che il sistema, così com'è ora, ha bisogno di un cambiamento.
I colleghi, nelle loro risposte, ti hanno già parlato di regole, dipendenza da schermi o dinamiche adolescenziali. Io vorrei fare un passo oltre e guardare a ciò che sta sotto la superficie, focalizzandoci su quella domanda finale così dolorosa: assecondare lui o te stessa?
La risposta, per quanto possa sembrare paradossale, è che non puoi salvare tuo figlio se prima non metti in salvo te stessa. Nella metafora dell'aereo, in caso di emergenza la maschera dell'ossigeno va indossata prima dall'adulto e poi dal bambino. Se tu sei senza ossigeno, non avrai la forza emotiva per reggere i conflitti necessari a guidarlo.

Ecco una prospettiva diversa su cui riflettere per trovare quel "valore aggiunto" e uscire dall'impasse:

1. La trappola della polarizzazione: non è un "aut-aut"
In questo momento vedi solo due strade estreme: restare a Roma e continuare a stare male, o trasferirvi contro la sua volontà innescando una guerra logorante. L'adolescenza vive di rotture, e sradicarlo ora da una città in cui, nonostante tutto, ha le sue radici (e dove il rifugio negli schermi e il togliersi la geolocalizzazione sono disperati tentativi di controllo e autonomia) potrebbe irrigidire ancora di più le sue difese.
Prima di decidere se e dove trasferirvi, sposta l'obiettivo sul recupero della tua serenità quotidiana, indipendentemente dalle coordinate geografiche. Roma è difficile, ma la solitudine e il carico mentale vi seguirebbero ovunque se non cambia la dinamica tra voi.

2. Disinnescare il "Rifugio Digitale"
Il fatto che non ascolti, non collabori e si isoli nei dispositivi non è solo pigrizia: a 14 anni, il primo anno di liceo può essere stato emotivamente schiacciante. Il telefono e la PlayStation diventano anestetici contro l'ansia, la noia o il senso di inadeguatezza.
Quando un ragazzo si toglie la geolocalizzazione, ti sta dicendo: "Voglio uno spazio mio che tu non puoi controllare". Piuttosto che inseguirlo sul piano del controllo (che a 14 anni perdi comunque), prova a fare un passo indietro per fare un passo avanti. Mostrati non più come la controparte che recrimina, ma come una madre sfinita che ha bisogno di aiuto. A volte i ragazzi cooperano non quando gli si ordina di farlo, ma quando vedono la vulnerabilità autentica del genitore, priva di rabbia o accusa.

3. Costruire una "Rete di Protezione" per te
Giulia, non puoi e non devi fare tutto da sola. La frustrazione nasce anche dall'isolamento. Prima di pianificare un trasloco, prova a mappare le risorse che hai a disposizione o che puoi attivare a Roma:

Supporto pratico: Ci sono parenti, amici, o reti di mamme della scuola a cui chiedere una mano, anche solo per non sentirti l'unica adulta di riferimento?

Supporto istituzionale/clinico: Un percorso di supporto alla genitorialità (anche solo per te, inizialmente) potrebbe aiutarti a scaricare il peso emotivo e a ritrovare strategie comunicative efficaci. Spesso, quando il genitore cambia il proprio modo di porsi, il sistema familiare si riassesta di conseguenza.

Un passo concreto da cui partire oggi
Non prendere decisioni radicali sull'onda della spossatezza di fine anno scolastico. Concediti l'estate per respirare. Prova a sederti con tuo figlio, in un momento di calma (magari fuori casa, davanti a un gelato, dove le dinamiche domestiche non si ripetono uguali), e parlagli con il cuore in mano, magari dicendo: "Questo anno è stato difficilissimo per entrambi. Io sono stanca e infelice, e vedo che anche tu ti rifugi nei videogiochi per staccare. Io ho bisogno di stare meglio, e ho bisogno che troviamo un modo per vivere insieme senza farci la guerra. La mia idea di cambiare città nasce dal desiderio di stare bene. Cosa possiamo fare, insieme, per rendere la nostra vita qui più tollerabile?"

Coinvolgilo nella ricerca di una soluzione. Non significa assecondarlo, significa renderlo corresponsabile della qualità della vostra vita familiare.
Prenditi cura della tua stanchezza, Giulia. Te lo meriti tu, e ne ha un disperato bisogno anche tuo figlio.

Elisabetta Anna Rosaria Landi Psicologo a Montano Lucino

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28 GIU 2026

Buonasera Giulia,
Grazie per aver scritto e per la fiducia.
Quelli che descrive — calo di concentrazione, fatica ad ascoltare, scarsa collaborazione in casa, forte attrazione per schermi e videogiochi — sono segnali molto comuni all'ingresso dell'adolescenza, soprattutto nel primo anno di liceo, che porta con sé carichi nuovi (scolastici, sociali, di identità) che i ragazzi spesso non sanno ancora gestire. Non è un'eccezione preoccupante: è quasi la regola a questa età.
Capisco però che viverlo da sola, senza un altro adulto con cui dividere il peso quotidiano delle decisioni e della fatica, renda tutto più pesante. Non perché lei stia sbagliando qualcosa, ma perché la genitorialità singola toglie quel margine di respiro che normalmente arriva dal poter dire "oggi gestisci tu". Il senso di impotenza e di sopraffazione che descrive è una conseguenza comprensibile di ciò, non un segno di inadeguatezza.
Sulla domanda che pone — assecondare lui o se stessa — vorrei provare a spostarla leggermente, perché credo che non sia davvero questa l'alternativa in gioco. Il trasferimento in una città più tranquilla potrebbe aiutare in qualche modo, ma probabilmente non risolverebbe da solo la difficoltà di fondo: il bisogno di trovare un modo diverso per comunicare con suo figlio. Se restate a Roma, cambia il modo in cui vi parlate: molto può migliorare. Se vi trasferite ma il modo di comunicare resta quello attuale (fatto di scontro, richieste e resistenza), probabilmente i problemi di concentrazione e collaborazione tornerebbero comunque, in una forma o nell'altra — con in più lo sradicamento da amici e città a 14 anni, età in cui l'appartenenza sociale pesa molto.
Questo non significa che il trasferimento non sia un'opzione da valutare per sue ragioni, legittime — la stanchezza di una città difficile, il bisogno di un contesto più semplice per lei. Ma non lo metterei come la decisione che risolve o non risolve il rapporto con suo figlio.
Detto questo, lei resta il genitore, ed è giusto che le decisioni che riguardano la famiglia restino sue da prendere — il consenso di un 14enne non è un prerequisito per ogni scelta. Questo, però, è del tutto compatibile, anzi va di pari passo, con un ascolto più sintonizzato nei suoi confronti: cercare di capire cosa c'è dietro al ritiro nello schermo, invece di affrontarlo prevalentemente sul piano del conflitto e della richiesta diretta ("fai questo", "spegni quello"). Sono due piani diversi — chi decide e come si comunica — e tenerli distinti aiuta: l'autorità non si gioca nello scontro quotidiano e il dialogo non significa rinunciare a decidere.
Un dettaglio che mi sembra utile non lasciar cadere: il fatto che abbia disattivato la geolocalizzazione sul telefono. Più che un semplice gesto di insofferenza al controllo, potrebbe essere anche un segnale su cui vale la pena fermarsi un momento con lui, con calma — per capire cosa significhi per lui in questo momento, senza necessariamente affrontarlo come uno scontro su regole e permessi.
Per quanto riguarda lei: il fatto di sentirsi sola, esausta, senza più serenità non è un dettaglio secondario rispetto al comportamento di suo figlio — è un fronte che merita attenzione da parte sua. Le suggerirei due passi concreti, piccoli ma specifici:

Per lei: cercare un punto di appoggio esterno — un consultorio familiare, uno psicologo o anche un gruppo di genitori di adolescenti — non soltanto per "essere aiutata a gestire lui", ma per avere uno spazio dove scaricare la fatica e pensare con più lucidità, che da sola e sopraffatta è quasi impossibile trovare.
Per il rapporto con suo figlio: provare a creare, anche piccoli, momenti di parola con lui, fuori dai momenti di tensione o di richiesta — non per "discutere di scuola o di telefono", ma semplicemente per stare insieme senza l'agenda del conflitto. È da lì, più che da una grande decisione (trasferirsi o non trasferirsi), che spesso ripartono le cose.

Un caro augurio per questo percorso, che richiede molta forza ma che lei sta già affrontando, semplicemente scrivendo e chiedendo aiuto.
Rimango a disposizione, anche online, per eventuali ulteriori approfondimenti.
Dott.ssa Elsink

Dott.ssa Liesbeth Elsink Psicologo a Pavia

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24 GIU 2026

Gentile Giulia,
comprendo le sue difficoltà.
Leggendo il suo messaggio mi sono domandato se il problema fosse davvero suo figlio o se suo figlio sta esprimendo qualcosa che riarda l'intero sistema famiglia. Mi colpisce che descriva un ragazzo di 14 anni come disinteressato, oppositivo e concentrato esclusivamente sul telefono e videogiochi. Prima di considerarlo il problema, mi domanderei che significato abbia per lui questo ritiro. Spesso ciò che adulti definiscono pigrizia o disinteresse può essere anche una forma di adattamento, una forma di protesta e il segnale di una fatica che non riesce ad esprimere differentemente. Allo stesso tempo mi sembra che anche lei stia attraversando un momento di forte stanchezza. Quando un genitore arriva a dire non lo tollero più è importante anche ascoltare il livello di esasperazione che si è creato nella relazione. Rispetto al trasferimento, le scelte familiari rimangono in mano all'adulto anche se è giusto ascoltarlo. La domanda forse non è se assecondare lui o se stessa, ma quale scelta ritiene più adeguata per il benessere complessivo nel breve- medio termine. Sarebbe utile chidersi non solo "come faccio a gestire mio figlio?" ma cosa mi sta cercando di comunicare con questo comportamento ?
Un cordiale saluto
Dott. Lorenzo Vazzoler

Lorenzo Vazzoler Psicologo a Roma

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18 GIU 2026

Buongiorno Giulia,

dalle sue parole emerge una grande stanchezza. Più che il singolo problema di suo figlio, colpisce il peso che sembra portare sulle spalle da sola: il lavoro, la gestione quotidiana, le preoccupazioni per la sua sicurezza, le difficoltà scolastiche e la sensazione di non avere più energie.

A 14 anni è abbastanza comune che gli interessi dei ragazzi si concentrino molto sugli amici, sui videogiochi e sulla tecnologia, ma questo non significa che le difficoltà che descrive debbano essere sottovalutate. Sarebbe importante capire se si tratta di una fase adolescenziale particolarmente intensa o se dietro la disattenzione, la scarsa motivazione e il ritiro dagli impegni ci siano altre fatiche che meritano attenzione.

Per quanto riguarda il trasferimento, credo che la questione non possa essere ridotta a scegliere tra lei e suo figlio. Le esigenze di entrambi sono importanti. Da un lato suo figlio è in un'età in cui le relazioni con i pari e il senso di appartenenza al proprio contesto diventano centrali; dall'altro, se lei sta vivendo una condizione di forte sofferenza e sovraccarico, anche questo va preso seriamente.

Forse la domanda da porsi non è tanto "chi deve vincere?", ma "di cosa abbiamo bisogno entrambi per stare meglio?". Prima di prendere una decisione così significativa potrebbe essere utile aprire uno spazio di dialogo, eventualmente con il supporto di un professionista, per comprendere meglio i bisogni reciproci e valutare insieme le possibili alternative.

Nel frattempo, le suggerirei di non trascurare il suo benessere: un genitore esausto spesso si trova a dover affrontare problemi molto più grandi delle sole difficoltà educative del figlio.

Resto a sua disposizione, Un caro saluto.

Valentina Moracci Psicologo a Perugia

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18 GIU 2026

Buongiorno Giulia,
Comprendo perfettamente la sua grande stanchezza e frustrazione. Essere genitori di adolescenti è sempre difficile; farlo da soli ancora di più. Gli adolescenti sono, per certi versi, dei "distruttori". Si trovano in una fase della vita in cui è necessario rompere un equilibrio per crearne uno nuovo e differente. Si tratta di un processo difficile per chi lo mette in atto e per chi gli sta vicino, ma indispensabile per lo sviluppo di una personalità matura e autonoma. Per questo gli adolescenti sono spesso oppositivi e aspirano a una libertà maggiore di quella che sono ancora pienamente pronti a gestire. Vogliono fare tutto e decidere tutto, pur non essendo ancora psicologicamente e fisiologicamente pronti a sostenere tutta la responsabilità che ne consegue.
In questo quadro, la sua fatica, che trova eco in quella di milioni di altri genitori, non stupisce. Può aiutare riposizionarsi alla luce di queste riflessioni, considerando che non si tratta davvero di una guerra tra voi, quanto dello sforzo necessario perché suo figlio possa raggiungere una maturità sempre maggiore. È un obiettivo che, in fondo, condividete. Non si tratta quindi di scegliere tra lui e sé stessa, ma di trovare il modo di attraversare insieme questa fase evolutiva.
Spero che queste riflessioni possano esserle d'aiuto. Se la fatica dovesse farsi insostenibile, un breve percorso di sostegno alla genitorialità potrebbe essere utile. Resto a disposizione.
Un caro saluto,
Francesca Calvano

Dott.ssa Francesca Calvano Psicologo a Roma

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18 GIU 2026

Cara Giulia,

quello che descrive — l'esaurimento di una madre sola dopo un anno scolastico durissimo — è una condizione reale e molto più diffusa di quanto sembri. Prima di tutto: la frustrazione che prova non fa di lei una cattiva madre. È il segnale che sta reggendo da sola un peso pensato per due.

Tre cose, da psicologo che lavora con adolescenti e genitori:

1. La domanda "assecondo lui o me stessa?" rischia di essere una trappola: non è un aut-aut. Un quattordicenne che si chiude nei videogiochi, non si concentra e non collabora quasi mai lo fa "contro" il genitore. Spesso è il modo in cui un ragazzo gestisce un disagio che non sa ancora nominare (il salto al liceo, la fatica scolastica, la solitudine, l'assenza di una seconda figura). Capire cosa c'è sotto il comportamento è il primo passo, e cambia completamente le strategie da usare.

2. Sul trasferimento: lo deciderei dopo, non prima. Spostare città mentre siete entrambi in crisi rischia di togliere a lui gli unici punti di riferimento (scuola, amici) e di aumentare il conflitto, senza alleggerire la fatica che porta dentro lei. Prima vale la pena capire se il malessere è soprattutto relazionale o legato al contesto.

3. In questi casi il lavoro più efficace parte dal genitore. Un percorso di sostegno alla genitorialità dà strumenti concreti per comunicare, mettere limiti senza escalation e recuperare un po' di serenità: e spesso, quando cambia il clima a casa, qualcosa si muove anche in lui.

Se vuole fare il punto, un primo colloquio (che io offro gratuito, anche online) serve proprio a capire da dove partire. Ma il messaggio più importante è questo: non è sola, e chiedere aiuto adesso è la cosa più sensata che possa fare.

Un caro saluto,
Dott. Mattia Degli Esposti
Psicologo Clinico — Ordine Psicologi Emilia-Romagna n. 12375

Dott. Mattia Degli Esposti Psicologo a Bologna

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15 GIU 2026

Carissima Giulia,

la tua situazione è comune a quella di tante mamme che come te faticano a farsi rispettare dai figli. Sappiamo che non è un compito facile ma con la condivisione di un partner si dovrebbe riuscire a risolvere al meno in parte il problema. Nella tua mail non specifichi se hai o meno un compagno ma se lo hai affidati alla vostra sinergia di richieste e vedrai che i problemi si risolvono. Con il telefono bisogna imporsi costi quel che costi, lo si deve lasciare usare un numero definito di ore al giorno, dopo di che, viene sequestrato dai genitori senza tanti complimenti. Per la scuola chiediti se il Liceo Scientifico sia effettivamente la scelta adatta a tuo figlio. Ascoltalo e chiarisci con lui le sue reali preferenze. A volte le nostre aspettative non incontrano la volontà dei figli. Prendete magari in considerazione l'idea di fare una scelta scolastica più alla sua portata o nelle sue effettive preferenze.
Rimango a tua disposizione per chiarimenti
Grazie della domanda
Dott.Gabriele Lenti Psicoterapeuta

Dott. Gabriele Lenti Psicologo a Genova

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15 GIU 2026

Salve, quello che emerge è una stanchezza molto profonda, quasi di saturazione. Non è solo “gestire un adolescente difficile”, è portare avanti tutto da sola, con poche energie residue e la sensazione di non avere più spazio nemmeno per respirare. È comprensibile che tu ti senta sopraffatta e frustrata.A 14 anni tuo figlio sta dentro una fase in cui il ritiro nei videogiochi, la chiusura e l’opposizione sono frequenti, ma questo non rende meno pesante per te viverli ogni giorno senza un sostegno accanto. Quando un genitore è solo nella gestione, anche le difficoltà normali diventano molto più dure e logoranti.Il tuo desiderio di cambiare città sembra nascere da un bisogno molto umano di alleggerire il peso e ritrovare un senso di vita più sostenibile, non da un rifiuto di tuo figlio. E allo stesso tempo è altrettanto comprensibile che lui si opponga, perché per lui il cambiamento significherebbe perdere punti di riferimento.In mezzo a tutto questo non c’è una scelta “giusta” o facile, ma c’è soprattutto il bisogno che tu non resti da sola dentro questa fatica, perché nessun genitore può reggere tutto questo a lungo senza supporto. Saluti

Dott.ssa Ada Palma Psicologo a Giugliano in Campania

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14 GIU 2026

Buongiorno Giulia,

dalle sue parole emerge una grande stanchezza, e credo sia importante partire proprio da qui. Essere una madre sola, lavorare e sostenere quotidianamente la gestione di un figlio adolescente può richiedere enormi risorse emotive e pratiche. Quando per lungo tempo si ha la sensazione di dover reggere tutto da soli, è comprensibile arrivare a sentirsi sopraffatti, frustrati e senza energie.

L’adolescenza è una fase caratterizzata da una forte ricerca di autonomia e da frequenti conflitti con le figure genitoriali. Comportamenti come la chiusura, la scarsa collaborazione domestica, il forte interesse per videogiochi e dispositivi elettronici o la tendenza a sottrarsi al controllo dei genitori sono spesso fonte di preoccupazione e tensione nelle famiglie. Questo non significa che vadano ignorati, ma che è utile leggerli anche alla luce della fase evolutiva che suo figlio sta attraversando.

Mi sembra però che la questione centrale non riguardi soltanto suo figlio, ma anche il suo benessere. Quando ci troviamo a dover prendere una decisione importante, come un trasferimento, può essere utile distinguere ciò che nasce da un bisogno profondo e stabile da ciò che nasce da un accumulo di stress e fatica.

In altre parole, il desiderio di cambiare città rappresenta un progetto che sente suo da tempo o è diventato più forte soprattutto in questo periodo particolarmente difficile?

Nei momenti di forte sovraccarico emotivo è facile percepire le opzioni come opposte: “assecondare lui o me stessa”. Talvolta, però, esistono possibilità intermedie che inizialmente facciamo fatica a vedere.

Potrebbe essere utile chiedersi quali sono i bisogni che stanno dietro a entrambe le posizioni: da una parte il suo bisogno di serenità, sostegno e qualità di vita; dall’altra il bisogno di suo figlio di mantenere i propri riferimenti sociali e la propria stabilità in una fase delicata della crescita.

Prima di prendere una decisione così significativa, potrebbe essere utile aprire un dialogo con lui non tanto sul “trasferirsi o no”, ma sui motivi che portano entrambi a desiderare cose diverse e su quali aspetti della situazione attuale risultino più difficili da sostenere.

Ritrovare un po’ di sostegno e chiarezza può aiutare a prendere decisioni più in linea con i propri valori e con il benessere di tutta la famiglia.

Resto a disposizione
Dott.ssa Martina Vallocchia

Dott.ssa Martina Vallocchia Psicologo a Roma

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13 GIU 2026

Gentile Giulia, dalle sue parole emerge una profonda stanchezza. Essere madre, lavorare e portare avanti da sola la gestione quotidiana di un figlio adolescente può rappresentare un carico emotivo molto elevato, soprattutto quando si ha la sensazione di non essere ascoltate e di dover sostenere tutto da sole.
L'adolescenza è una fase evolutiva complessa, caratterizzata dal bisogno di maggiore autonomia, dalla ricerca di indipendenza e, spesso, da conflitti più frequenti con le figure genitoriali. Tuttavia, ciò non significa che ogni comportamento debba essere accettato passivamente. La difficoltà a rispettare le regole, il ritiro nelle attività digitali, il disimpegno rispetto ai doveri scolastici o domestici e la chiusura comunicativa possono diventare fonte di forte preoccupazione e logoramento per i genitori.
Mi colpisce la domanda finale: "Devo assecondare lui o me stessa?". Forse la questione potrebbe essere riformulata in questo modo: come posso tenere insieme i bisogni di entrambi? Lei ha diritto a considerare il proprio benessere psicologico, la qualità della vita che desidera costruire e il peso che sta sostenendo quotidianamente. Allo stesso tempo, suo figlio, a 14 anni, si trova in una fase in cui il gruppo dei pari, le abitudini e i punti di riferimento esterni alla famiglia assumono un'importanza centrale, e un trasferimento potrebbe essere vissuto con forte opposizione.
Proprio perché si tratta di una decisione significativa, potrebbe essere utile evitare che venga presa nel pieno dell'esasperazione. Quando ci si sente al limite, il rischio è quello di vivere il cambiamento come un'unica via di fuga possibile, mentre sarebbe importante valutare anche altri aspetti: quanto il suo malessere dipende dal contesto in cui vive e quanto dalla fatica relazionale che sta sperimentando con suo figlio? Quali risorse di supporto ha attualmente? Quali cambiamenti potrebbero essere introdotti nella gestione familiare prima di arrivare a una scelta così radicale?
Potrebbe essere utile, inoltre, interrogarsi sul funzionamento complessivo di suo figlio: le difficoltà di concentrazione e organizzazione sono recenti o presenti da tempo? Si manifestano esclusivamente a casa o anche a scuola? In alcuni casi, un confronto con professionisti dell'età evolutiva può aiutare a comprendere meglio il significato di alcuni comportamenti e a individuare strategie educative più efficaci.
Anche lei, però, merita uno spazio di ascolto. Le madri sole spesso si trovano a dover essere contemporaneamente figure affettive, educative, organizzative ed economiche, con il rischio di trascurare il proprio stato emotivo fino a sentirsi esauste. Chiedere un supporto psicologico non significa essere "deboli", ma concedersi un luogo in cui poter riflettere, alleggerire il carico e ritrovare lucidità nelle decisioni.
Qualunque scelta farà, provi a non viverla come una contrapposizione tra i suoi bisogni e quelli di suo figlio. Il benessere di un figlio passa anche attraverso la presenza di un genitore che riesca, per quanto possibile, a prendersi cura di sé e a sentirsi sufficientemente sostenuto nel proprio ruolo.
Se sente che questa situazione sta compromettendo in modo significativo la sua serenità e il clima familiare, un percorso di sostegno alla genitorialità potrebbe aiutarla a trovare nuove modalità di comunicazione e gestione con suo figlio, accompagnandola nel comprendere quale decisione sia maggiormente rispettosa sia dei suoi bisogni sia di quelli di suo figlio.

Federica Mileto Psicologo a Lecce

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10 GIU 2026

Buongiorno Giulia,
dal suo racconto emerge una difficoltà nella relazione con suo figlio.
Ci sono alcuni comportamenti tipici della pre-adolecenza e dell'adolescenza. In questa fase di vita i ragazzi sperimentano la costruzione della propria identità anche attraverso lo scontro con la figura adulta, per testare regole, confini e scoprire anche le proprie risorse personali. Iniziano a legarsi più agli amici che ai genitori, a passare più tempo fuori casa, a richiedere maggiore spazio per sè e a condividere meno della propria vita privata.
Dice però che questo è stato un anno scolastico estremamente faticoso, ma non capisco bene il motivo: ha fatto assenze da scuola? Ha numerosi voti negativi? Ha atteggiamenti molto oppositivi a scuola, tali per cui gli hanno creato problemi coi professori o coi compagni?
Lei dice che non lo tollera più: capisco la sua frustrazione e anche le preoccupazioni che ha come genitore nei confronti dei pericoli a cui un ragazzo di 14 anni può andare incontro in una città come Roma. Il solo GPS, però, non penso sia sufficiente a garantire sicurezza. Inoltre, suo figlio l'ha vissuto come qualcosa di "intruisvo" e l'ha tolto. La fiducia va costruita in maniera reciproca: il genitore deve dare confini chiari, ma anche ascoltare i bisongi del figlio tollerando la frustrazione. Non sempre i ragazzi riescono ad esprimersi chiaramente, spesso manifestano disagio e disapprovazione attraverso il comportamento.
Capisco che per lei cambiare città sia un modo per proteggere suo figlio, ma proverei ad ascoltare meglio il ragazzo ed a capire cosa non è andato bene per lui quest'anno.

Un cordiale saluto
Dott.ssa Mara Lever

Mara Lever Psicologo a Trento

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10 GIU 2026

Buongiorno Giulia,

La questione di assecondare il tuo bisogno di un cambiamento oppure rispettare la volontà di tuo figlio sembra un dilemma importante. Non c’è una risposta semplice e entrambe le scelte hanno un costo.

Può essere utile riflettere su alcuni punti concreti: cosa immagini che succederebbe se continuassi così ancora per molto tempo? E cosa succederebbe se decidessi di mettere il tuo limite e il tuo benessere più al centro? Invece, quali potrebbero essere gli effetti sulla relazione con tuo figlio se restassi solo perché lui non vuole trasferirsi?

Forse non serve una scelta tutto o niente. Potrebbe avere senso esplorare prima alcune soluzioni intermedie insieme a lui, ma anche riconoscere quando è necessario prendere una decisione da genitore, pur sapendo che non sarà facile.

In momenti come questo un supporto esterno (un percorso individuale per te, per lui o anche familiare) può aiutarti a chiarire le priorità, gestire meglio la fatica quotidiana e arrivare a una decisione più sostenibile.

Un saluto,
Dott. Fabio Menezes

Dott. Fabio Menezes Psicologo a Torino

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9 GIU 2026

Buongiorno Giulia, dal suo messaggio arriva innanzitutto la stanchezza. Più che il comportamento di suo figlio, sembra essere lei a sentirsi arrivata a un limite dopo un anno trascorso a sostenere da sola lavoro, responsabilità quotidiane e preoccupazioni educative.
L'adolescenza è spesso una fase in cui i figli appaiono improvvisamente lontani, disinteressati a ciò che per i genitori è importante e fortemente orientati verso il proprio mondo. Questo non significa che non abbiano bisogno degli adulti; anzi, talvolta è proprio nei momenti in cui sembrano rifiutarli che ne dipendono maggiormente.
Mi colpisce però che la domanda finale non riguardi soltanto suo figlio, ma lei stessa: "Devo assecondare lui o me stessa?".
Forse la questione non è scegliere chi dei due debba vincere, ma interrogarsi su cosa rappresenti per lei il desiderio di trasferirsi. È possibile che questo progetto contenga anche il bisogno di uscire da una situazione che la fa sentire sola, sopraffatta e senza risorse. In questo senso, il problema potrebbe non essere soltanto l'adolescenza di suo figlio, ma anche il peso che lei sta portando da molto tempo.
Come ricordava Winnicott, un genitore non deve essere perfetto, ma "sufficientemente buono". A volte la fatica nasce proprio dal tentativo di continuare a reggere tutto quando le proprie energie sono ormai esaurite.
Prima ancora di decidere se trasferirsi o meno, potrebbe essere importante dare spazio alla sua sofferenza e comprendere che cosa sta accadendo nella relazione con suo figlio e nella sua vita in questo momento. Un percorso psicologico (a mio avviso meglio se di orientamento psicoanalitico) potrebbe aiutarla a farlo, senza ridurre tutto a una scelta tra i suoi bisogni e quelli di suo figlio.

Le mando un saluto,
Dott. Valentino Moretto

Dott. Valentino Moretto Psicologo a Salerno

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9 GIU 2026

Salve Giulia,
Grazie per aver scelto di condividere questo suo momento difficile di vita qui con noi, immagino non sia facile e dalle poche righe che ha scritto arriva la fatica che sente. Mi viene in mente che forse avrebbe bisogno di fermarsi, essere madre, lavorare e avere un figlio in piena fase adolescenziale può non essere semplice. Mi sento di rincuorarla nel dirle che certamente fa parte di questo periodo della vita del suo ragazzo essere ribelle, nel suo cervello stanno avvenendo molti cambiamenti e il suo modo per differenziarsi ed individuarsi passa anche attraverso questo periodo di difficile tollerazione. In merito al cambiamento del luogo Giulia mi sento di dirle due cose.. la prima è che la scelta è sua e per sua non intendo che non deve contemplare suo figlio (ma che non posso di certo essere io, ne nessun altro a dirle cosa è meglio per voi); l'altra invece è che mi sembra che il desiderio di cambiare posto sia un tentativo per lei di risoluzione della difficoltà che sta vivendo, come se immaginasse che in un posto più tranquillo sarebbe più semplice gestirlo. Probabilmente però lui sarebbe lo stesso, anche in un altro posto e mi sento di dirle che forse sarebbe anche più complesso se a Roma suo figlio si trova bene, perché significherebbe lasciare gli amici, la scuola e così via. Mi sembra inoltre Giulia che lei abbia bisogno di aiuto sicuramente per comprendere come gestire questa situazione e poi forse proprio per avere uno spazio per se stessa, che pian piano ha perso.

Spero di averle dato qualche spunto di riflessione e, se dovesse aver bisogno di aiuto, sarei lieta di aiutarla.
Dott.ssa Giorgia Tanda

Dott.ssa Giorgia Tanda Psicologo a Roma

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9 GIU 2026

Gentile Giulia,
dalle sue parole emerge una profonda stanchezza e mi colpisce il peso che lei sta sostenendo da sola: il lavoro, la gestione quotidiana e la sensazione di non avere più energie.
L'adolescenza è una fase in cui i ragazzi tendono a opporsi, a cercare autonomia e a investire molto nel mondo esterno, talvolta trascurando responsabilità e richieste familiari. Questo può essere molto frustrante, soprattutto quando si è l'unica figura genitoriale e manca un sostegno condiviso .
Non sempre i bisogni di un figlio e quelli di un genitore sono in contrapposizione e penso che non dovrebbe ritrovarsi nella posizione di dover compiere una scelta tra se stessa e suo figlio. Prima di decidere se trasferirsi o meno, potrebbe essere utile chiedersi cosa rappresenti per lei questo cambiamento, se sia una scelta per suo figlio o anche il bisogno legittimo di ritrovare un maggiore benessere personale?
Un adolescente non sempre è nelle condizioni di decidere da solo ciò che è meglio per la famiglia, pur avendo il pieno diritto di poter esprimere il proprio dissenso, è importante ascoltare le sue resistenze e comprenderne il significato insieme.
Ritengo che sarebbe importante trovare uno spazio in cui poter elaborare la fatica e la solitudine che sta sperimentando. Quando ci sentiamo sopraffatti, infatti, ogni decisione rischia di apparire come un aut-aut e spesso non è così. La terapia può sicuramente aiutare lei e suo figlio in questo momento così complesso.
Un cordiale saluto,

Beatrice Ilari,
psicologa clinica e psicoterapeuta in formazione
(Roma e online)

Dott.ssa Beatrice Ilari Psicologo a Roma

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9 GIU 2026

Cara Giulia,
dalle sue parole emerge una fatica profonda, che sembra andare oltre le difficoltà scolastiche o comportamentali di suo figlio. Lei descrive una condizione di solitudine, sovraccarico e mancanza di risorse emotive che, dopo un anno particolarmente impegnativo, appare comprensibilmente difficile da sostenere.
Suo figlio si trova in una fase evolutiva complessa come l'adolescenza, un periodo in cui è frequente osservare una maggiore oppositività, una forte ricerca di autonomia, una riduzione della collaborazione familiare e un investimento massiccio nel gruppo dei pari, nel mondo digitale e negli spazi percepiti come propri. Comportamenti come togliere la geolocalizzazione o opporsi all'idea di un trasferimento possono essere letti anche come tentativi di affermare una separazione psicologica dalle figure genitoriali e di costruire una propria identità.
Allo stesso tempo, però, non va trascurato il suo vissuto. Quando un genitore è costantemente impegnato a contenere, controllare e sostenere un figlio senza sentirsi a sua volta sostenuto, il rischio è quello di arrivare a un livello di esaurimento emotivo che rende difficile mantenere uno sguardo lucido sulle scelte da compiere.
La domanda che pone "assecondare lui o me stessa?" forse può essere riformulata in modo meno polarizzato. Nelle relazioni familiari più sane, infatti, il benessere dell'uno non dovrebbe necessariamente escludere quello dell'altro. Prima di decidere se trasferirsi o meno, potrebbe essere utile chiedersi quanto questa scelta risponda a un progetto di vita meditato e quanto, invece, rappresenti il tentativo di trovare una via di fuga da una situazione che oggi la fa sentire impotente e sopraffatta.
Un cambiamento di città può certamente offrire nuove opportunità e contesti diversi, ma difficilmente risolve da solo le dinamiche relazionali e le difficoltà evolutive che stanno emergendo. Per questo motivo potrebbe essere importante aprire uno spazio di confronto, per lei e possibilmente anche per suo figlio, con un professionista che vi aiuti a comprendere meglio cosa sta accadendo nella vostra relazione e quali bisogni stiano cercando di esprimersi dietro i conflitti attuali.
In questo momento, più che scegliere tra sé e suo figlio, sembra fondamentale trovare il modo di prendersi cura anche di sé stessa. Un genitore sufficientemente sostenuto e ascoltato può infatti aiutare molto meglio un adolescente che sta attraversando una fase delicata del suo percorso di crescita.
Cordiali saluti.
Dott.ssa Barbara Pirazzi Maffiola
Psicologa in presenza e online

DOTT.SSA PIRAZZI MAFFIOLA BARBARA Psicologo a Alessandria

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8 GIU 2026

Buongiorno Giulia,

accolgo quanto dice con profondo rispetto per la fatica e la solitudine che sta attraversando. Gestire da sola un figlio di quattordici anni in adolescenza e all'inizio del liceo, lavorando e muovendosi in una realtà complessa come quella di una grande città, espone a un rischio concreto di burnout. La salute mentale e la serenità del caregiver sono il fattore predittivo principale per il benessere dei figli: questo significa che non si trova davanti a un bivio in cui deve scegliere se assecondare sé stessa o lui, perché se crolla lei, crolla l'intero sistema familiare. Prendersi cura della sua infelicità e della sua stanchezza non rappresentano un atto di egoismo, ma il primo dovere protettivo che ha verso entrambi.

L’opposizione di suo figlio all’idea di un trasferimento, così come il suo rifugio nei videogiochi e il gesto di disattivare la geolocalizzazione, sono risposte evolutive tipiche, seppur apparentemente disfunzionali. A questa età il gruppo dei pari e l'ambiente circostante rappresentano la base dell'identità in costruzione, la minaccia di perderli genera inevitabilmente delle difese, anche quando il ragazzo sembra apparentemente isolato in camera sua. Rifiutare il controllo rappresentato dalla geolocalizzazione non è necessariamente un atto di pura ostilità, ma spesso un tentativo maldestro e disperato di rivendicare un’autonomia che ancora non sa gestire, perché non ne ha i pieni strumenti. Invece di ingaggiare una lotta di potere simmetrica che aumenterebbe solo la distanza tra di voi, la strategia più efficace richiede di riposizionarsi come guida ferma ma non punitiva. Come adulti, si ha la responsabilità di scegliere il setting di vita più sostenibile per la famiglia, specialmente se un luogo più tranquillo Le permetterebbe di recuperare energie e reti di supporto sociale, soprattutto se si trova profondamente sola anche nella gestione organizzativa della casa, del lavoro e della crescita di suo figlio.

Il mio consiglio è di non subire passivamente questo stallo, ma di iniziare a introdurre piccolissimi cambiamenti nella quotidianità domestica. È fondamentale concordare pochissimi confini chiari e non negoziabili relativi alla sicurezza e alla collaborazione in casa, in modo da rendere tutto più "prevedibile". Soprattutto, la invito a non restare sola con questo peso emotivo immenso. Valuti la possibilità di attingere alle risorse del territorio o di richiedere un percorso di consulenza genitoriale: farsi aiutare da un professionista esterno non è un segno di resa, ma il modo più lucido per riaprire un canale di comunicazione che oggi sembra bloccato e per restituire a suo figlio una figura genitoriale quanto più sicura, anche esprimendo in modo sincero e autentico il suo vissuto a suo figlio.

Un cordiale saluto,
Dott.ssa Carola Lama

Dott.ssa Carola Lama Psicologo a Aosta

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8 GIU 2026

Gentile Giulia,
leggendola la prima cosa che mi sento di restituirle, è che credo sia fondamentale accogliere e validare la sua profonda stanchezza. Essere una madre sola, gestire un lavoro, le fatiche quotidiane di una grande città e l'educazione di un figlio quattordicenne è un compito ricco di responsabilità. Da quello che racconta, il suo sfinimento non nasce da un singolo momento di nervosismo, ma da un intero anno scolastico vissuto in trincea, che sta incidendo pesantemente sulla sua serenità e sulla sua felicità.

Allo stesso modo mi ha colpito e mi sembra molto importante il dilemma che pone alla fine: "Assecondare lui o me stessa?". Tuttavia, mettere la questione nei termini di un aut-aut rigido rischia di aumentare il suo senso di colpa e la sua frustrazione. Il fatto che una madre sperimenti il desiderio profondo di fuggire in un luogo più tranquillo è una reazione del tutto comprensibile al senso di sopraffazione, ma non implica che il trasferimento sia l'unica o la più immediata soluzione ai problemi di comportamento e di confine con suo figlio.

Se analizziamo la situazione, le difficoltà che state vivendo a Roma (la disattenzione, il rifugio negli schermi, il sottrarsi al controllo togliendo la geolocalizzazione) sono dinamiche tipiche della delicatissima fase dei 14 anni contemporanei. A questa età, i ragazzi tendono a testare i limiti e a cercare un’autonomia che spesso si manifesta proprio attraverso l'opposizione e il segreto. Il rischio reale è che, cambiando città senza aver prima modificato il modo in cui comunicate e gestite le regole in casa, quelle stesse dinamiche adolescenti si ripresentino identiche anche in un luogo più piccolo, con l'aggravante per suo figlio di aver perso i suoi punti di riferimento, le sue amicizie e tutti i suoi contatti.

Ci tengo a dirle che rimettere al centro se stessa e il suo benessere non è un atto di egoismo, ma un passo necessario. Una madre esausta e infelice farà sempre più fatica a contenere l'esuberanza o la necessità di un figlio adolescente che sta cercando di capire come chiedere, come costruire uno spazio interno per sè. Prendersi cura di sé, in questo momento, potrebbe significare non tanto fare le valigie nell'immediato, quanto cercare piccoli spazi di decompressione per lei e, se possibile, un supporto esterno (uno spazio di ascolto per genitori o una mediazione familiare) che la aiuti a non sentirsi sola in questa gestione.

Nessuno dall'esterno può dirle se sia giusto o sbagliato trasferirsi. Di conseguenza, prima di prendere una decisione così radicale che cambierebbe la vita di entrambi, potrebbe essere utile provare a ridefinire la situazione attuale non come una lotta come nella trincea che descrive nella sua richiesta di aiuto, tra i bisogni di suo figlio e i suoi, ma come la necessità di ricostruire un patto educativo in cui lei possa rimettere dei confini solidi e protettivi (anche sull'uso della tecnologia e sulla sicurezza), recuperando gradualmente le sue forze. Ricordi che lei ha il pieno diritto di stare bene e di chiedere aiuto per non dover portare questo peso interamente da sola.

I miei migliori auguri.

Roberto Casella Psicologo a Caserta

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8 GIU 2026

Gentile signora, comprendo il suo disagio, ma le sue parole sono molto forti e, anche se mi rendo conto della sua difficoltà,
mi sento di ricordarle che la scelta di diventare genitori è imprescindibile da una piena assunzione di responsabilità e di assoluta consapevolezza di quanto il " mestiere" di genitore sia complesso e richieda un continuo " mettersi in discussione" non da parte del figlio, ma da parte del genitore. Questo, tanto per chiarire. I figli sono come sono; non possiamo appellarci al fatto che; poiché, siamo soli, loro debbano comportarsi da " adulti" ed essere comprensivi nei nostri confronti poichè viviamo una situazione difficile. Sono certa che lei sia una buona madre, ma sono altrettanto sicura della sua necessità di farsi aiutare, intraprendendo un percorso di psicoterapia che la possa sostenere nel rafforzare le sue competenze genitoriali e poter gestire al meglio la sua vita , non solo come madre, ma anche come persona. Le faccio tantissimi auguri e rimango a disposizione, senza alcun impegno, per eventuali approfondimenti. Dott.ssa Daniela Noccioli.

Dottoressa Daniela Noccioli Psicologo a Cascina

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8 GIU 2026

Gentile Giulia, dalle sue parole emerge una stanchezza enorme. Sta portando avanti da sola il lavoro, la gestione della casa e le difficoltà tipiche di un figlio adolescente, ed è comprensibile che si senta frustrata e senza energie.

Più che scegliere tra assecondare suo figlio o se stessa, forse la domanda è: come trovare una soluzione che tenga conto dei bisogni di entrambi? Quando si è molto provati, decisioni importanti come un trasferimento rischiano di essere influenzate dall'esaurimento del momento.

Prima di decidere, potrebbe essere utile fermarsi a comprendere meglio cosa la fa sentire così sopraffatta e quali cambiamenti potrebbero davvero migliorare la sua qualità di vita. A volte il problema non è solo il comportamento del figlio, ma il peso che si è costretti a sostenere da soli.

Rimango a disposizione
Dott.ssa Covini Sofia

Dott.ssa Sofia Covini Psicologo a Milano

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8 GIU 2026

Buongiorno Giulia, dalle tue parole emerge tutta la fatica di una madre che da sola sta cercando di sostenere il peso del lavoro, della gestione familiare e dell'accompagnamento di un figlio che sta attraversando una fase delicata come l'adolescenza. È comprensibile sentirsi sopraffatta, frustrata e senza energie dopo un anno così impegnativo.

Vorrei però sottolineare una risorsa importante: nonostante la stanchezza, continui a interrogarti su ciò che è meglio fare e a cercare soluzioni. Questo dimostra attenzione, responsabilità e amore verso tuo figlio, anche quando la situazione sembra bloccata.

L'adolescenza è spesso un periodo complesso, in cui i ragazzi cercano autonomia, si oppongono alle regole e faticano a considerare le conseguenze delle proprie scelte. Allo stesso tempo, anche per i genitori rappresenta una fase di passaggio che può mettere a dura prova la relazione. Per questo motivo potrebbe essere molto utile ricorrere al sostegno di un professionista che possa accompagnarti nella genitorialità e aiutarti a mediare i conflitti, favorendo il dialogo e prevenendo fratture o incomprensioni che nel tempo potrebbero incidere sulla fiducia reciproca.

Puoi valutare di rivolgerti a uno psicologo attraverso questa piattaforma oppure ai servizi territoriali, come il consultorio familiare della tua zona, associazioni che lavorano con adolescenti e famiglie, o anche alla scuola, coinvolgendo un insegnante di riferimento o il servizio di supporto scolastico, se presente. Non sei sola: esistono risorse e persone che possono sostenerti.

Rispetto alla scelta di trasferirti o meno, credo che prima di prendere una decisione così importante possa essere utile creare uno spazio di confronto e ascolto che tenga conto sia dei tuoi bisogni sia di quelli di tuo figlio, evitando che una decisione presa in un momento di forte esasperazione diventi fonte di ulteriore conflitto.

La mindfulness può aiutarti a ritrovare centratura, lucidità e regolazione emotiva, soprattutto nei momenti in cui senti di non avere più energie. La bioenergetica può invece sostenerti nello scaricare tensioni, stress e senso di sovraccarico, aiutandoti a recuperare forza, presenza e contatto con i tuoi bisogni profondi.

Ti auguro di continuare a prenderti cura di te con la stessa determinazione con cui ti stai prendendo cura di tuo figlio. Hai più risorse di quelle che in questo momento riesci a vedere e meriti di sentirti sostenuta in questo percorso.

Resto disponibile se vorrai approfondire.

Dott.ssa Chiara Girolamo
Psicologa Clinica e Facilitatrice Mindfulness
Ricevo anche online.

Dott.ssa Chiara Girolamo Psicologo a Martina Franca

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8 GIU 2026

Buongiorno, vorrei provare a dirle qualcosa che spero le tolga un po' di colpa e le dia un'idea di cosa fare.

Premessa importante: ammettere "non tollero più mio figlio" non è essere una cattiva madre o un cattivo padre. È essere una persona arrivata a un limite emotivo reale dopo settimane (mesi?) di tensione costante. Quel limite parla del carico che sta portando, non del suo amore per il ragazzo. Sentire questo le permette di chiedere aiuto, ed è già un atto sano.

Sui 14 anni come età, da psicologo che lavora con adolescenti: è statisticamente l'età più "esplosiva" dell'adolescenza italiana. Cambi fisici, identitari, scolastici, sociali tutti insieme. Il ragazzo a 14 anni ha bisogno di rendersi diverso dai genitori per costruire chi sarà — e il modo più rapido per farlo è opporsi a chi lo ama di più. Significa che la sua "intolleranza" non è verso di lui in quanto persona, ma verso la posizione strutturale di "genitore di un adolescente che si oppone a tutto". Tutti i genitori di adolescenti, a un certo punto, attraversano questa sensazione.

Tre cose concrete da fare in ordine di urgenza:

1. **Un colloquio per lei** (da solo o con il partner se c'è). Spesso il primo intervento utile non è "portare il ragazzo dallo psicologo" — è dare uno spazio al genitore in cui poter esprimere la stanchezza, la rabbia, il senso di fallimento, senza vergogna e senza dover proteggere nessuno. Da questo spazio nasce poi una nuova capacità di stare nella relazione col figlio. Il primo colloquio è gratuito (50 minuti, in studio o online — il mio caso ma anche tanti colleghi). Non aspetti.

2. **Verificare lo stato del ragazzo**. Sotto la sua intolleranza c'è spesso una sofferenza del ragazzo che lui non sa nominare e che esprime per opposizione, ritiro o aggressività. Se nota anche solo qualcuno di questi segnali — calo del sonno, isolamento sociale, calo del rendimento, irritabilità persistente, gesti autolesivi anche minori, frasi cupe su sé stesso — è il momento di proporgli un colloquio dedicato (lui, da solo, con uno psicologo per adolescenti).

3. **Nel frattempo**: ridurre il numero di conflitti su cose piccole (camera, orari, telefono) e tenere fermi solo i confini essenziali (scuola, sicurezza, rispetto reciproco). I genitori di adolescenti che resistono di più sono quelli che imparano a "scegliere le battaglie", non quelli che le combattono tutte.

Non è facile, e nessuno se la cava da solo. Lo spazio di un colloquio serve esattamente a questo: respirare un attimo, capire cosa sta succedendo dentro di lei e dentro di lui, decidere come muoversi.

Un caro saluto.

Dott. Mattia Degli Esposti Psicologo a Bologna

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8 GIU 2026

Buongiorno Giulia. Accolgo con profondo rispetto il suo sfogo. Dalle sue parole emerge una stanchezza profonda, l'esaurimento di chi sta portando da sola un carico emotivo e pratico diventato insostenibile. Qui posso offrirle un'analisi clinica delle dinamiche in atto per aiutarla a fare chiarezza in questo momento di "burnout" genitoriale.
La sua domanda finale è netta e disperata: "Assecondare lui o me stessa?". In realtà, la situazione richiede di uscire da questa logica bianca o nera. Le questioni in gioco sono due e vanno separate, da un lato il suo fisiologico bisogno di respiro, dall'altro la crisi evolutiva di suo figlio.
Il desiderio di cambiare città è assolutamente comprensibile. Roma è una realtà complessa, dispersiva, che richiede un livello di allerta costante. Tuttavia, in psicologia mettiamo spesso in guardia dal rischio della "fuga geografica". Le difficoltà di concentrazione, l'iperconnessione e l'atteggiamento oppositivo di suo figlio non sono causati dal luogo in cui vivete. Se vi trasferiste contro la sua volontà, lui si porterebbe dietro il telefono, il disinteresse per lo studio e, in aggiunta, una fortissima rabbia verso di lei per essere stato sradicato dal suo mondo.
Un adolescente trascinato via contro la propria volontà potrebbe usare il ritiro sociale e l'isolamento tecnologico come vera e propria arma di ripicca, peggiorando drasticamente la vostra già fragile comunicazione.
A 14 anni, in concomitanza con il salto verso il Liceo Scientifico (che impone un carico cognitivo, organizzativo e di aspettative enorme), molti ragazzi vanno in cortocircuito. L'uso compulsivo di telefono, PC e PlayStation molto spesso non è la causa del problema, ma il sintomo. Per un ragazzo che non si concentra o fatica a scuola, il videogioco diventa un "rifugio" in cui si sente capace, in controllo e gratificato istantaneamente, a differenza della realtà che lo fa sentire inadeguato o sotto pressione.
Per quanto per una madre sia un pensiero logorante e terrorizzante, dal punto di vista evolutivo è il suo tentativo maldestro, immaturo ma fisiologico di tagliare il cordone ombelicale. È il suo modo per affermare "Io ho il controllo sui miei confini e non sono di tua proprietà".
Prima di prendere decisioni drastiche che stravolgerebbero la vita di entrambi, è fondamentale che lei riprenda il timone della situazione all'interno della vostra casa, proteggendo prima di tutto se stessa.
Non può costringere fisicamente suo figlio ad ascoltare o a studiare, ma essendo lei l'adulta che provvede alla casa, ha il totale controllo sulle risorse. Il Wi-Fi, la PlayStation e le ricariche del telefono non sono diritti inalienabili, ma privilegi che lei fornisce. Stabilire regole inamovibili (come lo spegnimento del router a una certa ora) genererà esplosioni di rabbia iniziali, ma è un confine necessario.
Essere una madre sola spinge spesso a credere di dover risolvere tutto e salvare i propri figli dalle loro stesse mancanze. A volte, il gesto più terapeutico che un genitore può fare è ritirarsi e permettere all'adolescente di schiantarsi contro le conseguenze delle proprie azioni (inclusa un'eventuale bocciatura), affinché impari ad assumersi delle responsabilità.
Scelga di assecondare se stessa smettendo di supplire alle sue mancanze domestiche. Se lui non aiuta in casa, non si occupi delle sue pertinenze (non riordini la sua stanza, non lavi le sue cose fuori posto). Risparmi quelle preziose energie per il suo benessere personale.
Giulia, lei ha il diritto di cercare un ambiente più sereno, ma il primo "luogo" da pacificare è la dinamica tra di voi, partendo da confini più piccoli e gestibili.

Resto a disposizione.
Ricevo anche online.
Dr.ssa Roberta Fornarelli
Un caro saluto

Roberta Fornarelli Psicologo a Bari

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8 GIU 2026

Salve Giulia,
Da quanto scrive emerge in modo molto vivido il profondo senso di esaurimento che la sta travolgendo, poiché farsi carico interamente della gestione di un figlio adolescente da sola, e dovendo quindi compensare ogni giorno la mancanza di una figura paterna o di un terzo elemento che faccia da sponda e aiuti a dettare le regole, rappresenta un peso emotivo e pratico oggettivamente schiacciante.

Nelle sue parole si coglie lo smarrimento di fronte a un ragazzo che si rifugia costantemente nel mondo virtuale degli schermi e che compie gesti di forte chiusura, come l'aver disattivato la geolocalizzazione, tuttavia riterrei fondamentale leggere questi comportamenti non come semplici dispetti, ma come il tentativo, per quanto ruvido e oppositivo, di un quattordicenne di creare lui stesso una distanza vitale e di introdurre un confine in un rapporto a due che, proprio per l'assenza di un "terzo" che lo regoli, rischia di essere percepito come troppo stretto e controllante, a maggior ragione in età adolescenziale.
L'interrogativo cruciale che lei si pone, ovvero se debba assecondare se stessa o suo figlio trasferendosi in un luogo più tranquillo, rischia di intrappolarla in una finta soluzione, poiché credere che un cambio di geografia possa colmare questa profonda solitudine genitoriale o risolvere un conflitto relazionale così strutturale è un'illusione che non tiene conto del fatto che questa complessa dinamica a due viaggerebbe inevitabilmente con voi.

Invece di ricorrere a fughe geografiche o di continuare a logorarsi nel tentativo estenuante di essere per lui madre, padre e controllore simultaneamente, la cosa migliore che può tentare è di intraprendere lei stessa un percorso psicologico, trovando così uno spazio in cui poter elaborare la sua legittima frustrazione e farsi supportare nell'introdurre quei necessari confini relazionali che permetteranno a suo figlio di crescere e separarsi senza doversi difendere chiudendosi in una stanza.

Un cordiale saluto,
Dott. Saraniti Lana Simone

Dott. Simone Saraniti Lana Psicologo a Catania

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8 GIU 2026

Buongiorno Giulia , crescere un figlio da sola è veramente molto difficile. Suo figlio si sta affacciando all'adolescenza ed è normale che il vostro rapporto si faccia più conflittuale. Lui necessita di sentirsi più autonomo e di prendere le distanze dalla figura materna e lei vede soprattutto i pericoli a cui potrebbe andare incontro. Anche lei ha bisogni e desideri che sente insoddisfatti. Cambiare città può sembrare una soluzione ma quello di cui ha bisogno è trovare uno spazio protetto e sicuro dove potersi sentire accolta e ascoltata.
Le soluzioni ai suoi problemi ci sono . È importante superare la rabbia e il fatto di sentirsi sopraffatta e questo lo può fare in un contesto terapeutico.
Un caro saluto.
Dott.ssa Noemi Sembranti

Noemi Sembranti Psicologo a Pescia

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