25 DIC 2025
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Mio marito, da due anni che stiamo insieme, non vuole che abbia contatti con la mia famiglia, non vuole che abbia amicizie. Controlla il mio telefono e vuole sapere ogni cosa.” Così inizia il messaggio. Diretto. Spoglio. Ma soprattutto: senza la presenza di chi lo scrive. In questa descrizione, lui è una figura grigia, pesante, impositiva. Ma tu non ci sei. Non c’è una frase che dica cosa provi, cosa pensi, cosa desideri. È qui che iniziamo: non dal giudizio su di lui, ma dall’assenza di te. Non ti sei presa il tuo spazio nemmeno nella domanda. Questo a cosa ti serve? Quale colpa devi espiare? In queste relazioni, non c’è solo chi comanda e chi subisce. C’è anche una collusione psicologica: un accordo tacito in cui uno impone, e l’altro accetta, spesso per evitare lo scontro, la solitudine, il senso di colpa. Ma col tempo, anche questo equilibrio si rompe. La collusione smette di funzionare quando inizia a fagocitare anche te. Quando non solo ti adatti, ma cominci a svuotarti, a non riconoscerti più. Allora il primo passo non è andarsene. È riconoscere che non stai più vivendo, solo eseguendo. “Come posso capire se ho bisogno di uno psicologo?” → Se non riesci più a distinguere quello che vuoi da quello che ti è stato concesso di volere, è già il momento. Chi resta in queste relazioni spesso non sceglie di restare per amore, ma per paura di dover scegliere davvero. È una forma di masochismo relazionale: cedere la propria identità in cambio della sensazione di essere “protetti”, “al sicuro”. Ma è una sicurezza falsa, costruita sulla libertà di non decidere nulla. È lo stesso meccanismo che esisteva nello schiavo romano, che in cambio di vitto e alloggio, cedeva il diritto di esistere come soggetto. Non decideva nulla, e in questo, era “sollevato da ogni incomodo”. Ma non era vivo: era solo tenuto in piedi. In terapia, si lavora proprio lì: “Perché sono rimasta? Cosa ci guadagno nel non essere libera?” Cambiare non vuol dire “lasciare”. Cambiare significa ricominciare a pensare con la propria testa, a parlare con la propria voce, a riconoscere i propri bisogni. Ma per farlo bisogna partire da domande scomode: Cosa ho perso di me in questa relazione? Cosa guadagno a rimanere così? Cosa succederebbe se cominciassi a dire “no”?
Chi si è adattato troppo a lungo non sa più chi è, e il lavoro in terapia non parte da lui, ma da te.
“Quanto dura una terapia?” → Quanto serve per riconoscersi senza dover chiedere il permesso.
Non servono grandi rivoluzioni. Bastano azioni piccole, ma nuove: parlare con qualcuno al di fuori del sistema relazionale, dire “no” anche solo una volta, per vedere cosa succede, scrivere pensieri propri senza autocensura, tornare in contatto con amici, familiari, luoghi dove ci si è sentiti vivi, chiedere supporto professionale non per “guarire”, ma per tornare presenti a sé stessi.
“Come si fa a sapere se la terapia funziona?” → Quando smetti di raccontare solo l’altro, e cominci a raccontare te.
Chi si ritira dalla vita per paura di affrontarla, spesso si convince che sia l’unico modo possibile per sopravvivere. Ma resistere non è vivere, e sottomettersi non è amare.
Ricominciare non significa stravolgere tutto, ma riprendersi un passo alla volta. Il cambiamento non comincia con la fuga, ma con una domanda semplice:
Io, adesso, dove sono?