Aiuto nel come comportarmi con mio marito

Inviata da Giulietta · 24 dic 2025 Terapia di coppia

Mio marito da ormai 2 anni che siamo insieme non vuole che abbia contatti con nessuno dei miei parenti, che non abbia amicizie e lui si, devo accettare solo quello che dice lui e quello che vuole lui, e io ok va bene e ogni volta doveva controllare il telefono e doveva sapere ogni minima cosa

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Miglior risposta 25 DIC 2025

Gentile,

da quello che descrive emergono dinamiche preoccupanti. Non si tratta di semplici difficoltà di coppia o di incomprensioni reciproche, ma di controllo, isolamento e limitazione della sua autonomia.
Questi comportamenti configurano una forma di controllo relazionale che, nel tempo, può avere un impatto significativo sul benessere psicologico e sull’autostima.
Il fatto che lei abbia cercato di adattarsi o di accettare queste richieste non indica che siano legittime, ma piuttosto quanto la situazione possa essere diventata gradualmente normalizzata. Detto questo, c’è un punto centrale su cui è necessario soffermarsi: il mantenimento dei confini è anche una sua responsabilità. Il fatto che nel tempo lei abbia accettato richieste invasive segnala una difficoltà a tutelare i propri limiti personali. Questo non la rende “colpevole”, ma indica un’area di vulnerabilità su cui è necessario lavorare.
Una relazione può diventare così sbilanciata solo quando i confini vengono progressivamente spostati o ceduti. Per questo il focus non può essere esclusivamente su ciò che fa suo marito, ma anche su come e perché lei si trova a tollerarlo.

Il lavoro iniziale, quindi, non è “lavorare sull’altro", ma ricostruire il suo spazio soggettivo e la sua posizione nella relazione. Questo è un passaggio necessario se vuole tutelare il suo benessere e orientarsi in modo più consapevole sulle scelte future.

Cordialmente
Dott. Emanuele Simonetti

Dott. Emanuele Simonetti Psicologo a Bologna

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30 DIC 2025

Buonasera Giulietta,
Per capire come puoi comportarti con tuo marito bisogna inanzitutto andare a vedere come è nata questa relazione e quali fattori possono aver portato all'attuale situazione. Quella che descrivi sembra essere una sostanziale scarsità della tua rete sociale, sia familiari che amici, e perciò la prima cosa che mi verrebbe da chiedere è come lui giustifichi questa richiesta e che spiegazione dà al non volere che tu abbia contatti con loro.
La seconda area da esplorare è cosa muove e motiva te a rimanere in quel rapporto, è una questione affettiva o c'è qualche altro aspetto di questo equilibrio che può averti indotta ad 'accettare' condizioni che ora vorresti rimettere in discussione. Ci sono diversi livelli di interpretazione sui comportamenti di controlli, alcuni affrontabili con un percorso di terapia individuale e/o di coppia ed altri che invece vanno a configurare dinamiche di vera e propria violenza. Anche questo andrebbe valutato attentamente.

Resto a disposizione,
Dott. Lorenzo Atti

Dott. Lorenzo Atti Psicologo a Bologna

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30 DIC 2025

Salve Giulietta,
Capisco quanto possa essere doloroso e confondente vivere una situazione come quella che descrive. Le sue parole trasmettono un forte senso di rinuncia, di adattamento forzato e, soprattutto, di solitudine. È importante dirle con chiarezza che ciò che sta vivendo non è una sua colpa, né il risultato di un suo errore.
Quello che racconta non ha nulla a che fare con l’amore. L’amore sano si basa su rispetto, fiducia, reciprocità e libertà. Al contrario, impedire i contatti con i familiari, vietare le amicizie, controllare il telefono, pretendere di sapere ogni minima cosa e imporre regole unilaterali sono dinamiche di controllo e manipolazione. In queste dinamiche una persona cerca di esercitare potere sull’altra, limitandone l’autonomia e l’identità.
Questi comportamenti sono tossici e sbagliati perché:

- minano la libertà personale e il diritto di avere relazioni significative;

- erodono progressivamente l’autostima e la fiducia in sé stessi;

- creano dipendenza emotiva e isolamento;

- normalizzano la paura e il senso di dover “obbedire” per evitare conflitti.

L’isolamento, in particolare, è uno degli strumenti più pericolosi del controllo: quando una persona viene allontanata da familiari e amici, perde punti di riferimento fondamentali, supporto emotivo e uno sguardo esterno che potrebbe aiutare a riconoscere ciò che non va. Nessuna relazione affettiva dovrebbe chiedere come prezzo la rinuncia agli affetti, alla socialità e alla propria voce.
Per questo è molto importante che lei non si isoli, anche se suo marito lo desidera. Mantenere contatti con la sua famiglia, con le amicizie o con figure di supporto (come uno psicologo o un centro di ascolto) non è una mancanza di rispetto verso la coppia, ma un atto di tutela verso sé stessa. Le relazioni sane non temono il mondo esterno, non lo vietano e non lo controllano.
Lei merita una relazione in cui possa essere sé stessa, sentirsi libera, ascoltata e rispettata. Merita amore, non controllo. Se sente di avere bisogno di aiuto, cercare supporto non è segno di debolezza, ma di grande forza.
Le sono vicina e la invito a non restare sola con questo peso. Se avrà bisogno resto a sua completa disposizione.
Un carissimo saluto.

Chiara Ilardi Psicologo a Roma

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30 DIC 2025

Da quello che racconta si percepisce quanto questa situazione sia per lei faticosa e dolorosa. Vivere una relazione in cui ci si sente limitati nei contatti, controllati e poco liberi può, nel tempo, generare confusione, senso di colpa e una progressiva perdita di fiducia in se stessi. Spesso queste dinamiche si instaurano gradualmente e non è semplice riconoscerle o trovare la forza di opporsi da soli. Un percorso psicologico potrebbe offrirle uno spazio sicuro di ascolto e riflessione, per comprendere meglio ciò che sta vivendo, dare valore ai suoi bisogni e ritrovare maggiore consapevolezza e autonomia, nel rispetto dei suoi tempi.

Dott.ssa Roberta Barrica Psicologo a Catania

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29 DIC 2025

Gentilissima,
seppure in modo sintetico, la sua descrizione è chiara e rimanda ad una situazione assai delicata; vorrei perciò, pur comprendendo la delicatezza del contesto, andare subito al centro della questione, in modo esplicito: nella sua breve descrizione si possono ravvisare numerose condotte collegabili con una situazione di violenza relazionale: l’isolamento dalle relazioni famigliari, l’isolamento dalle relazioni amicali, il controllo del telefono e l’accettazione incondizionata delle proposte e dei desideri del partner. Potrebbe essere urgente che lei si rivolga, al più presto, ad uno dei molti centri antiviolenza che si trovano (fortunatamente) sul territorio nazionale, o ad uno dei numeri antiviolenza, con lo scopo di verificare insieme a personale specificamente formato, quale sia il grado di severità della situazione e trovare vie d’uscita che le permettano di ritrovare la libertà e la autonomia che sono parte integrante (non residuale) di una relazione d’affetto.
Su questo stesso sito, se vuole, può trovare molti approfondimenti.

Sono a sua disposizione, anche online, se lo ritiene.
Cordialmente
Dott. Andrea Campagna

Dott. Andrea Campagna Psicologo a Bologna

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28 DIC 2025

Buongiorno Giulietta,
la situazione che stai vivendo è sicuramente delicata e complessa. Quando all’interno di una relazione una persona esercita controllo sull’altra, arrivando a limitare o proibire i contatti con familiari e amici, ci troviamo di fronte a una dinamica relazionale tossica, che può avere un impatto significativo sul benessere emotivo e psicologico.

Ti consiglio di intraprendere un percorso di supporto psicologico che possa aiutarti a elaborare ciò che stai vivendo, a comprendere più a fondo la relazione in cui sei inserita e a individuare il tipo di relazione che desideri davvero. Questo spazio potrà permetterti di ritrovare chiarezza, rafforzare le tue risorse personali e trovare modalità per stare in relazione in modo più equilibrato, rispettoso e valorizzante per te. Non sei sola, e chiedere aiuto è un passo importante verso la tutela di te stessa.

Se hai bisogno, ci sono.
Un caro saluto,
dott. Matteo Basso Bondini

Matteo Basso Bondini Psicologo a Udine

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28 DIC 2025

Buongiorno Giulietta,
Le poche righe che scrive indicano efficacemente la situazione nella quale si trova e che si colloca nel campo della violenza domestica.
Questa realtà che vive la persona che la subisce porta a perdere man mano la propria autostima, la propria indipendenza sia economica che psicologica vivendo un controllo continuo e che la porta anche a provare sensi di colpa, i quali possono aumentare nel tempo se non si prendono iniziative efficaci ed in breve tempo.
Inoltre una delle altre caratteristiche della violenza domestica é il creare attorno alla partner (nel suo caso) un isolamento sociale che la portano a non avere più amiche e amici, isolamento dalla famiglia d'origine, cioè viene fatto in modo lei non abbia modo di parlare dei suoi stati d'animo per avere confronti, opinioni, manifestazioni affettive amicali, familiari, o semplicemente scambi sociali.
Parlare di come vive la relazione di coppia e della sua quotidianità e il suo margine di autonomia.
Questi tratti,(isolamento, svalutazione, comportamenti controllanti e coercitivi da parte del partner) compreso forse il tentativo di farle dubitare della propria memoria, negazione da parte del marito di aver avuto certi comportamenti destabilizzanti verso di lei e altri segnali che la possono indurre a dubitare della propria percezione della realtà, vanno affrontati con aiuti adeguati, al fine di riportarla a riottenere una sua vita libera dal controllo e dal timore di non essere soddisfacente per il marito e quelli che lui sente come diritti per il suo benessere esclusivo.
Occorre far in modo che possa ritornare a frequentare senza problemi e veti la sua famiglia come e quando vuole, che possa avere un'indipendenza economica, che possa ricreare un circolo amicale e che il marito non si senta libero di poterle controllare il suo telefono (anche solo questo é passibile di denuncia penale).
Prenda contatto quanto prima con il centro antiviolenza più vicino, se non c'é o ha timore di essere vista, chiami il 1522 che le indicheranno le azioni da compiere e la metteranno in contatto con un centro a lei accessibile. Anche in forma anonima. Se ha timore di chiamare dal suo cell cerchi la prima persona nell'ambito amicale o della sua famiglia della quale si fida e chiami da quello.
Le istituzioni la guideranno verso un percorso di uscita da questa malsana situazione fornendo gli aiuti necessari sia psicologici che giuridici e fornendo anche altri tipi di aiuto qualora se ne rivelasse la necessita.
Forse Giulietta deve rivedere sotto un'altra luce la storia che l'ha portata a non avere più una propria autonomia di movimenti ed economica, non poter più frequentare la propria famiglia, non poter più avere un circolo amicale, insomma non avere più una SUA vita al di fuori di quella imposta del marito.
Inizi a compiere questi passi ora prima che la situazione peggiori.
Un marito che si comporta così ama solo se stesso e la propria convenienza e non la condivisione e l'affetto con la compagna che ha accettato di stare con lui.
Si tenga un diario quotidiano dove annotare tutte le azioni che il marito compie e in che modalità verso il controllo su di lei. Eventuali minacce o frasi che la feriscono, le parole che usa nel vietarle determinate sue volontà o necessità. Questo sarà molto utile nel rapporto con le istituzioni. Non abbia timore di fare questi passi verso sé stessa verso la propria rispettabilità come donna, persona, moglie. Non abbia timore a ritornare ad avere la serenità e l'indipendenza psicologica delle quali ha assolutamente diritto e che sta sacrificando in nome di un marito-padrone. Non penso che il marito sia disponibile ad una terapia di coppia visto il suo scritto, per cui agisca lei in autonomia. Ce la farà!
Cordialmente
dott. Giancarlo Mellano

Dott. Giancarlo Mellano Psicologo a Padova

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28 DIC 2025

Buongiorno Giulietta,
Mi spiace molto per la situazione che sta vivendo che la invito a non sottovalutare restandone vittima ma è molto importante che la affronti. Se l amore diventa possesso è tossico e di per sé non fa più bene ma ci spegne sempre più. Si faccia aiutare da uno psicoterapeuta per affrontare il suo malessere e comprendere come affrontare al meglio la situazione e preservare la sua salute mentale e fisica
A disposizione.
Dott.ssa Erika Giachino

Dott.ssa Erika Giachino Psicologo a Alba

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28 DIC 2025

Buongiorno,

da quello che racconti sembra che, nel tempo, tu abbia rinunciato a molti aspetti importanti della tua vita per mantenere l’equilibrio nella relazione con tuo marito.

L'impossibilità di avere un rapporto con i familiari, la rinuncia alle amicizie e il bisogno di dover rendere conto di ogni cosa possono generare, alla lunga, un forte senso di disagio, perdita di significato di sé e del proprio rapporto, oltre a una sensazione di costrizione e isolamento.

Una relazione sana ed equilibrata dovrebbe permettere di mantenere legami, autonomia e fiducia.

Il fatto che tu senta il bisogno di chiedere un parere indica che una parte di te sta cercando di capire se ciò che stai vivendo ti fa stare davvero bene.

Un confronto con un professionista potrebbe aiutarti a fare chiarezza sui tuoi bisogni e su ciò che desideri per te, sentendoti libera di esprimere le tue emozioni e i tuoi stati d'animo in un luogo protetto.

Un caro saluto.

Dott.ssa Gessica Mestriner
Ricevo a Verona

Gessica Mestriner Psicologo a Verona

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27 DIC 2025

Buonasera Giulietta,

stai riportando qui una dinamica di controllo coercitivo. Quando un partner pretende l’isolamento dall’intera rete affettiva mentre riserva per sé libertà e relazioni, non siamo davanti a una richiesta di rassicurazione, bensì alla costruzione di una gerarchia; e quando questa gerarchia si accompagna alla pretesa di obbedienza (“devi accettare solo ciò che dico”) e alla sorveglianza sistematica del telefono e della quotidianità, il dispositivo è completo. Non si chiede un incontro tra due soggetti, ma si esige la riduzione dell’altro a oggetto amministrabile. In queste configurazioni, il punto decisivo non è tanto come convincerlo o come fargli capire, perché il controllo raramente si lascia disinnescare attraverso la spiegazione. Al contrario, ogni concessione offerta per quieto vivere tende a essere letta come legittimazione. Il controllo si normalizza, e ciò che ieri era un’imposizione diviene domani un diritto acquisito. Il rischio principale, quindi, non è soltanto la sofferenza emotiva immediata, ma l’erosione progressiva dei tuoi confini psichici e della tua capacità di giudicare ciò che è lecito pretendere per te stessa. In altre parole, l’isolamento è la condizione strutturale che rende possibile il dominio, perché quando la persona viene separata dalle proprie fonti di rispecchiamento e sostegno, la realtà finisce per essere definita quasi esclusivamente dallo sguardo di chi controlla.

Per questo, credo sia necessario per te ripristinare al più presto una condizione minima di autonomia e sicurezza. È fondamentale che tu ricostruisca un ponte con l’esterno, anche piccolo, anche sobrio, ma stabile: una persona fidata informata della situazione, un contatto regolare con un familiare o un’amica, un luogo relazionale non sorvegliato in cui poter pensare e parlare senza timore di ritorsioni. Non perché la conclusione debba essere necessariamente la separazione, ma perché qualsiasi scelta richiede che tu non sia sola e non sia confinata dentro una bolla relazionale dove l’altro detiene il monopolio dei criteri. Se, nel momento in cui tu provi a riallacciare contatti o a reclamare privacy, lui reagisce con escalation (maggiore controllo, accuse, minacce, umiliazioni, impedimenti pratici), questo non va interpretato come “gelosia”: è un indicatore che la dinamica si regge sulla necessità di dominio e che la tua libertà viene vissuta come intollerabile. In tale scenario, è opportuno chiedere un supporto qualificato per valutare concretamente il rischio e definire una strategia protettiva. Esistono servizi dedicati e, se tu avverti anche solo una componente di paura o di costrizione, puoi contattare il 1522 per un confronto riservato e orientativo. Vorrei lasciarti un punto fermo, semplice e non negoziabile: una relazione in cui tu devi ridurti, isolarti e rinunciare alla tua privacy per evitare conflitti non è un patto affettivo; è una restrizione. Il lavoro psicologico, in casi come questo, non mira a renderti più “compiacente”, ma a restituirti lo statuto di soggetto pieno con legami, confini, diritto alla riservatezza e libertà di scelta.

Un caro saluto,

Dottoressa Giulia Foddai

Giulia Foddai Psicologo a Torino

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27 DIC 2025

Salve, grazie per la tua storia. Quello che descrivi rientra in una dinamica di controllo coercitivo. Dal punto di vista psicologico, l’isolamento progressivo dai tuoi affetti e la sorveglianza costante servono a ridurre la tua autonomia interna, non solo quella esterna. Quando una persona decide chi puoi vedere, cosa puoi dire, cosa puoi fare e cosa puoi pensare, la tua identità viene lentamente erosa. Con il tempo inizi ad adattarti, a “non disturbare”, a dubitare delle tue percezioni: questo non è consenso, è sopravvivenza relazionale.
Il controllo continuo crea uno stato di allerta cronica: impari a monitorarti, a spiegarti, a giustificarti anche quando non hai fatto nulla. È così che nasce il senso di colpa costante e la sensazione di non essere mai abbastanza. Non perché tu lo sia davvero, ma perché il sistema è costruito per farti sentire in difetto.
Il fatto che lui avesse libertà e tu no indica una relazione asimmetrica di potere, non una coppia. L’amore non chiede rinunce identitarie né isolamento, non controlla, non annulla. Riconoscere questo oggi è un segnale di recupero della tua parte sana. Stai riemergendo da una relazione che ti ha chiesto di sparire per essere accettata, e questo, psicologicamente, è già un atto di forza. Saluti

Dott.ssa Ada Palma Psicologo a Giugliano in Campania

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27 DIC 2025

Gentile Giulietta,

il fatto che lei abbia sentito l'esigenza di condividere questa situazione è già un ottimo segnale: indica che è consapevole che nell’atteggiamento di suo marito c’è qualcosa di profondamente disfunzionale.
Le circostanze che ci descrive delineano una dinamica di controllo costante che rischia di schiacciare la sua identità. In particolare, emergono tre aspetti critici:
L’isolamento affettivo: il tentativo di allontanarla dalla sua famiglia per renderla più vulnerabile.
La negazione del pensiero proprio: l’impossibilità di avere opinioni diverse dalle sue senza scatenare un conflitto.
L’invasione della privacy: un controllo che annulla i suoi spazi vitali e di libertà.
Queste dinamiche sono destinate ad annientare la sua individualità, rendendo la sua famiglia d'origine un ostacolo al controllo totale che lui esercita su di lei. Vivere le giornate con l'unico pensiero di "non fare passi falsi" non è sano: è una condizione di allerta costante che tarpa le ali alla sua crescita e alla sua felicità.
È fondamentale interrompere questo schema e iniziare a concentrarsi su ciò che è importante per lei come individuo e come donna: la sua libertà di scelta e la sua dignità. Per farlo, le consiglio vivamente di intraprendere un percorso con un professionista, orientato a rafforzare la sua autostima e il suo senso di autoefficacia, aspetti che questo rapporto sta inevitabilmente indebolendo.
Non trascuri questi segnali e non sottovaluti il proprio malessere. Lei ha il diritto di riprendere in mano la sua vita e di abitare uno spazio dove il suo pensiero sia rispettato.
Ricordi sempre: lei è importante, il suo benessere conta.
Rimango a disposizione
Cordiali saluti
Drssa Alessandra Marascio
Ricevo anche online

Dott.ssa Alessandra Marascio Psicologo a Merano

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26 DIC 2025

Gentile signora,
da ciò che descrive emergono segnali molto chiari di una relazione sbilanciata e potenzialmente pericolosa sul piano psicologico. L’isolamento dai familiari, il controllo del telefono, la richiesta di rinunciare alle amicizie e l’idea che solo uno dei due possa decidere sono dinamiche che non hanno a che fare con l’amore, ma con il controllo. Spesso questi comportamenti vengono normalizzati poco alla volta, proprio perché l’altro li presenta come “attenzioni”, “preoccupazioni” o “regole per il bene della coppia”.
È importante fermarsi e chiedersi non cosa fare per “non farlo arrabbiare”, ma che spazio resta a lei come persona autonoma, con relazioni, pensieri e bisogni propri. Una relazione sana non chiede di rinunciare a sé stessi per esistere. Il fatto che lei dica “io ok, va bene” fa pensare a una progressiva adattabilità che rischia di trasformarsi in annullamento.
Il primo passo non è convincerlo a cambiare, ma recuperare dentro di sé il diritto a dire dei no, a mantenere legami, a non essere controllata. Se possibile, è fondamentale che lei trovi uno spazio di supporto personale (uno psicologo, un centro di ascolto) per capire come tutelarsi emotivamente e, se necessario, concretamente.
Se desidera, possiamo riflettere insieme su come riaprire gradualmente dei confini senza esporsi a ulteriori pressioni.
Resto a disposizione,
Dr. Elisabetta Carbone.

Dott.ssa Elisabetta Carbone Psicologo a Melzo

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26 DIC 2025

Cara Giulietta,
Grazie per la condivisione!
Da ciò che racconti emergono segnali importanti di controllo e isolamento: il fatto che tuo marito non voglia che tu abbia contatti con i tuoi familiari, che ti impedisca di avere amicizie, che pretenda di decidere cosa puoi o non puoi fare, che controlli il tuo telefono e voglia sapere ogni minimo dettaglio della tua vita non è un comportamento sano né espressione di amore. Si tratta di una forma di controllo psicologico che, nel tempo, può minare profondamente l’autostima, la libertà e il senso di identità della persona che lo subisce. Spesso queste dinamiche si instaurano gradualmente e, per paura di perdere la relazione o per il desiderio di evitare conflitti, si finisce per adattarsi e accettare, come dici tu, “va bene”, rinunciando poco alla volta a parti importanti di sé. L’isolamento dalle persone care è uno dei meccanismi più frequenti nelle relazioni squilibrate, perché rende più soli, più dipendenti e più vulnerabili. È importante che tu sappia con chiarezza che non sei tu a sbagliare: non è normale né giusto dover rinunciare alla famiglia, agli amici, alla privacy e all’autonomia personale per stare in una relazione. L’amore non richiede obbedienza, controllo o rinuncia a sé stessi, ma rispetto, fiducia e reciprocità. Il controllo del telefono, in particolare, rappresenta una violazione della tua intimità ed è spesso legato a gelosia patologica e bisogno di dominio, non a reale preoccupazione. Dal punto di vista psicologico, la tua situazione merita attenzione e supporto: parlare con una psicologa o con un servizio di ascolto può aiutarti a fare chiarezza, a riconnetterti con i tuoi bisogni e a ritrovare gradualmente confini e forza. Meriti una relazione in cui puoi sentirti libera, rispettata e pienamente te stessa.
Un caro saluto,

Dr.ssa Gabrielle Bolzoni

Dott.ssa Gabrielle Bolzoni Psicologo a Roma

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26 DIC 2025

Buonasera signora
Perché lei si trattare in questo modo da suo marito?
Dove sta scritto che una moglie non deve poi frequentare più i suoi genitori e parenti e deve sapere tutto?
Mi sembra che suo marito la voglia controllare.
Chieda aiuto ad uno psicoterapeuta per riprendersi la sua vita.
Dottssa Patrizia Carboni
Psicologa Psicoterapeuta
Roma

Dott.ssa Patrizia Carboni Psicologo a Roma

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25 DIC 2025

Mio marito, da due anni che stiamo insieme, non vuole che abbia contatti con la mia famiglia, non vuole che abbia amicizie. Controlla il mio telefono e vuole sapere ogni cosa.” Così inizia il messaggio. Diretto. Spoglio. Ma soprattutto: senza la presenza di chi lo scrive. In questa descrizione, lui è una figura grigia, pesante, impositiva. Ma tu non ci sei. Non c’è una frase che dica cosa provi, cosa pensi, cosa desideri. È qui che iniziamo: non dal giudizio su di lui, ma dall’assenza di te. Non ti sei presa il tuo spazio nemmeno nella domanda. Questo a cosa ti serve? Quale colpa devi espiare? In queste relazioni, non c’è solo chi comanda e chi subisce. C’è anche una collusione psicologica: un accordo tacito in cui uno impone, e l’altro accetta, spesso per evitare lo scontro, la solitudine, il senso di colpa. Ma col tempo, anche questo equilibrio si rompe. La collusione smette di funzionare quando inizia a fagocitare anche te. Quando non solo ti adatti, ma cominci a svuotarti, a non riconoscerti più. Allora il primo passo non è andarsene. È riconoscere che non stai più vivendo, solo eseguendo. “Come posso capire se ho bisogno di uno psicologo?” → Se non riesci più a distinguere quello che vuoi da quello che ti è stato concesso di volere, è già il momento. Chi resta in queste relazioni spesso non sceglie di restare per amore, ma per paura di dover scegliere davvero. È una forma di masochismo relazionale: cedere la propria identità in cambio della sensazione di essere “protetti”, “al sicuro”. Ma è una sicurezza falsa, costruita sulla libertà di non decidere nulla. È lo stesso meccanismo che esisteva nello schiavo romano, che in cambio di vitto e alloggio, cedeva il diritto di esistere come soggetto. Non decideva nulla, e in questo, era “sollevato da ogni incomodo”. Ma non era vivo: era solo tenuto in piedi. In terapia, si lavora proprio lì: “Perché sono rimasta? Cosa ci guadagno nel non essere libera?” Cambiare non vuol dire “lasciare”. Cambiare significa ricominciare a pensare con la propria testa, a parlare con la propria voce, a riconoscere i propri bisogni. Ma per farlo bisogna partire da domande scomode: Cosa ho perso di me in questa relazione? Cosa guadagno a rimanere così? Cosa succederebbe se cominciassi a dire “no”?
Chi si è adattato troppo a lungo non sa più chi è, e il lavoro in terapia non parte da lui, ma da te.
“Quanto dura una terapia?” → Quanto serve per riconoscersi senza dover chiedere il permesso.
Non servono grandi rivoluzioni. Bastano azioni piccole, ma nuove: parlare con qualcuno al di fuori del sistema relazionale, dire “no” anche solo una volta, per vedere cosa succede, scrivere pensieri propri senza autocensura, tornare in contatto con amici, familiari, luoghi dove ci si è sentiti vivi, chiedere supporto professionale non per “guarire”, ma per tornare presenti a sé stessi.
“Come si fa a sapere se la terapia funziona?” → Quando smetti di raccontare solo l’altro, e cominci a raccontare te.
Chi si ritira dalla vita per paura di affrontarla, spesso si convince che sia l’unico modo possibile per sopravvivere. Ma resistere non è vivere, e sottomettersi non è amare.
Ricominciare non significa stravolgere tutto, ma riprendersi un passo alla volta. Il cambiamento non comincia con la fuga, ma con una domanda semplice:
Io, adesso, dove sono?

Dott. Francesco Coppola Psicologo a Napoli

31 Risposte

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25 DIC 2025

Cara Giulietta, grazie per aver condiviso la tua situazione.
Da quello che racconti si percepisce una grande fatica, ma anche una cosa molto importante: ti stai facendo delle domande.
Il fatto che tu abbia scelto di scrivere qui, su un sito di psicologi, dice molto di te: significa che a un livello profondo senti che qualcosa non ti fa stare bene e stai cercando di capirlo, non di negarlo.
Quando in una relazione una persona chiede di rinunciare ai propri legami, alle amicizie, ai contatti con la famiglia, o sente il bisogno di controllare il telefono e ogni aspetto della vita dell’altro, spesso non lo fa per cattiveria, ma per insicurezza o paura.
Tuttavia, l’effetto resta lo stesso: chi sta dall’altra parte si sente sempre più sola, limitata, senza spazio.
Una relazione sana si basa sulla fiducia e sul rispetto reciproco, non sul controllo.
Amare qualcuno non significa possederlo né decidere per lui, ma lasciargli la possibilità di essere se stesso, con i suoi affetti e la sua autonomia.
Il fatto che tu abbia “accettato” certe richieste non ti rende debole: spesso lo si fa per amore, per evitare conflitti o per tenere insieme la relazione. Ma è importante ascoltare quel disagio che ti ha portata a chiedere aiuto: è un segnale prezioso.
Prenderti il tempo per riflettere su quello che stai vivendo è già un primo passo di tutela verso te stessa.
Meriti una relazione in cui sentirti libera, rispettata e al sicuro, anche emotivamente.
Buone Feste, D

Debora Mugnaini Psicologo a Pordenone

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25 DIC 2025

Cara Giulietta, la situazione che stai vivendo immagino che ti procuri stress e frustrazione. Avere lo stesso punto all’interno della coppia non è semplicissimo ma bisogna sempre avere il rispetto e l’affetto per la persona che abbiamo scelto come nostra compagna di vita. Non so però se questi atteggiamenti li avesse prima del matrimonio, ; quanto tempo siete stati fidanzati. Proverei a parlargli o a chiedere una consulenza ad uno psicologo per capire come gestire la possesivita’di tuo marito , il suo celato esercizio di potere psicologico che ha nei tuoi confronti. Amare significa avere un nido sicuro non una serie di regole a cui bisogna obbedire. Rifletti bene sulla tua situazione e su quello che vuoi dalla vita . Dott.ssa Beatrice Canino

Dott.ssa Beatrice Canino Psicologo a Napoli

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25 DIC 2025

Gentile Giulietta,
dalla tua descrizione si evincono elementi che sono indicatori di una relazione non sufficientemente funzionale,
Rifletti su come tu ti senti in questa relazione, chiediti cosa vuoi per te.
Se non riesci, chiedi supporto ad un professionista.

Ti saluto e ti auguro Buon Natale

Dott.ssa Matilde Ragno Psicologo a Avellino

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25 DIC 2025

Quello che descrivi non è una relazione sana. È una forma di controllo e isolamento, e non è colpa tua.
Impedirti di avere contatti con i tuoi familiari e amici, pretendere che solo lui possa avere relazioni, decidere cosa puoi o non puoi fare, controllare il telefono e ogni tuo movimento: tutto questo rientra nella violenza psicologica. Anche se non ci sono urla o botte, il meccanismo è lo stesso: toglierti libertà, autonomia e voce.
Il fatto che tu dica “io ok va bene” è comprensibile: spesso, in queste dinamiche, si cede per evitare conflitti, paura di perderlo o nella speranza che le cose migliorino. Ma col tempo questo tipo di relazione svuota, fa dubitare di sé e fa sentire sbagliate anche le proprie emozioni.
Una cosa importante da sapere è che:

- L’amore non isola
- L’amore non controlla
- L’amore non chiede obbedienza

Hai diritto ad avere affetti, amicizie, privacy, pensieri tuoi. Non stai chiedendo troppo, stai chiedendo il minimo.
Se senti di essere pronta, il passo più importante è non restare sola: parlare con qualcuno di fiducia (anche solo una persona) o con un professionista o un centro antiviolenza. Anche solo raccontare quello che vivi, senza dover decidere subito cosa fare, può aiutarti a rimettere a fuoco la realtà.

Dott. Mirko Manzella Psicologo a Noventa Padovana

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25 DIC 2025

Buongiorno Giulietta,
questo isolarti dai tuoi familiari, impedirti di avere amicizie, controllare il telefono, pretendere di sapere ogni tuo movimento e imporre solo il suo punto di vista non è amore né protezione: sono segnali chiari di controllo e violenza psicologica. Il fatto che tu abbia “accettato” nel tempo non significa che sia giusto o normale, ma spesso accade quando, poco alla volta, l’altra persona restringe sempre più gli spazi fino a farti dubitare di te stessa.

Un rapporto sano non chiede di rinunciare alla propria identità, ai legami, alla libertà. Al contrario, sostiene l’autonomia, il rispetto reciproco e la fiducia. Qui invece emerge una dinamica sbilanciata, in cui il potere è tutto da una parte e tu vieni progressivamente annullata. Questo può avere conseguenze profonde sull’autostima, sulla sicurezza personale e sul benessere psicologico.

È importante che tu sappia una cosa con chiarezza: non sei tu a sbagliare, e non sei “esagerata” nel sentire che qualcosa non va. Questi comportamenti tendono purtroppo a intensificarsi nel tempo, non a ridursi da soli.

Ti incoraggio fortemente a non restare sola con questo peso. Parlane con qualcuno di fiducia, un familiare, un’amica, oppure rivolgiti a un professionista o a un centro antiviolenza (anche solo per un confronto, senza obblighi). Avere uno spazio sicuro in cui raccontare ciò che vivi è già un primo passo fondamentale per rimettere al centro te stessa.

Meriti rispetto, libertà e relazioni che non ti facciano paura. Se vuoi, puoi chiedere aiuto: farlo non è una debolezza, ma un atto di grande forza.

Un abbraccio sincero,
Dott.ssa Valeria Di Stasi
Psicologa clinica
Ricevo anche online

Dott.ssa Valeria Di Stasi Psicologo a Bari

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25 DIC 2025

Gentile Giulietta,

quello che viene descritto appare come una situazione molto faticosa e dolorosa, nella quale il controllo, l’isolamento e la rinuncia progressiva agli spazi personali sembrano aver preso il posto del confronto e della reciprocità. È comprensibile che, vivendo a lungo in un clima simile, si possa arrivare a normalizzare richieste che in realtà pesano profondamente sul benessere emotivo. Come sembra che, in effetti, stia già accadendo.
Nelle relazioni affettive sane, come in un giardino ben curato, ciascuno può crescere mantenendo le proprie radici: i legami familiari, le amicizie, la possibilità di scegliere e di esprimersi. Quando uno solo decide, controlla e limita, l’altro rischia di sentirsi lentamente privato di aria, anche se l’intenzione iniziale può essere quella di “andare bene” o di evitare conflitti.
È importante riconoscere che il bisogno di autonomia, di relazioni e di rispetto non è un capriccio, ma una componente essenziale dell’equilibrio psicologico. Dare spazio a queste riflessioni non significa accusare o giudicare, bensì iniziare a prendersi cura di ciò che si prova.
Proseguire potrebbe voler dire fermarsi un momento, ascoltare con attenzione il disagio che emerge e valutare, con il supporto adeguato, quali passi possano tutelare il benessere e la dignità personale. Un confronto con un professionista può offrirle uno spazio sicuro per chiarire quanto sta accadendo e per ritrovare gradualmente una prospettiva più equilibrata e rispettosa di sé.

Resto a disposizione
Un caro saluto

Dott.ssa Sara Antoniolli Psicologo a Treviso

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25 DIC 2025

Cara Giulietta, la relazione sana é quella equilibrata ed equa basata sulla fiducia reciproca. Sembra che ci sia un senso profondo di paura da parte di sua marito, di insicurezza, forse per qualche esperienza passata che lo ha segnato, qualche abbandono o delusione, che lo porta ad essere ipercontrollante. Occorrerebbe approfondire in terapia di coppia da cosa nasce questo eccesso di controllo, quale vuoto ed ansia egli cerca di tenere a bada dentro di sé mentre controlla lei.
Se le é possibile si rivolga ad un professionista per un percorso di sostegno che possa aiutarla in questa battaglia ed aiutare voi a capirvi e comprendervi.
Dott.sa Mazzilli Marilena

Anonimo-203135 Psicologo a Canelli

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