10 MAR 2026
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Cara Sharon, la ringrazio per aver scritto nuovamente e per non aver smesso di cercare un ascolto che evidentemente non ha ancora trovato nella forma di cui ha bisogno. Forse non è ancora stato individuato il punto vivo di ciò che lei sta attraversando, e proprio per questo lei continua a scrivere, a cercare, a non sentirsi raggiunta.
Proverò dunque a parlarle diversamente. Lei ha scoperto che l'uomo con cui vive da diciassette anni abita un mondo parallelo, popolato di corpi frammentati, immagini che si susseguono compulsivamente, sguardi che inseguono per strada qualsiasi figura femminile passi nel suo campo visivo. Venti video al giorno, cambiati senza sosta, fumetti, giochi erotici, chat con gli amici ridotte a un inventario di anatomie. E poi quelle donne su YouTube che fingono di essere dottoresse e guardano in camera con voce suadente, simulando una cura che è in realtà una seduzione. Ciascuna di queste immagini, presa singolarmente, potrebbe essere archiviata come abitudine maschile diffusa. Ma lei le ha viste tutte insieme, e ciò che ha visto non è una collezione di contenuti. È un mondo. Un mondo intero che suo marito abitava accanto al vostro senza che lei ne sospettasse l'esistenza.
È questo il vero crollo. Non la pornografia in sé, non lo sguardo sulle altre, non la masturbazione. Il crollo è scoprire che la persona con cui si condivide il letto, il figlio, i diciassette anni di storia, viveva simultaneamente in un altrove al quale lei non aveva accesso e del quale non sospettava nemmeno l'esistenza. È come scoprire una stanza murata nella propria casa. La casa è la stessa, i muri sono gli stessi, eppure tutto appare diverso, perché adesso lei sa che dietro una di quelle pareti c'era qualcosa che non le è mai stato mostrato. E la mente, di fronte a questa scoperta, compie un'operazione terribile ma comprensibile: se non sapevo di questa stanza, cosa altro non so? Se questo era nascosto, cos'altro è nascosto? Il pensiero ossessivo che la perseguita non è follia, non è debolezza, non è nemmeno, in senso stretto, gelosia. È la mente che tenta disperatamente di ricostruire una mappa del reale dopo che la mappa precedente si è rivelata falsa.
Ma vorrei ora che osservassimo insieme questo fatto: il mondo in cui suo marito si immerge ha una caratteristica precisa, e cioè è un mondo di immagini senza incontro. Corpi senza nome, volti senza storia, video che durano secondi prima di essere sostituiti dal successivo. Persino quelle finte dottoresse non lo toccano: guardano una telecamera, non guardano lui. Suo marito non cerca un'altra donna. Non cerca nemmeno il piacere, in senso pieno. Cerca qualcosa che è al tempo stesso più primitivo e più disperato: una stimolazione continua che non richiede presenza, che non domanda reciprocità, che non lo espone a nulla. È un desiderio che ha abolito l'altro come soggetto. Restano solo superfici, frammenti, oggetti parziali che scorrono e si consumano nell'istante stesso in cui appaiono.
Le difficoltà erettili che lei descrive non sono un dettaglio secondario. Sono la conseguenza più coerente di questo meccanismo: un uomo che ha addestrato il proprio sistema di eccitazione a rispondere solo alla velocità, alla novità, alla frammentazione dell'immagine, perde progressivamente la capacità di rispondere a ciò che è lento, intero, presente. Il corpo di una donna reale, il suo corpo, è tutto ciò che l'immagine pornografica non è: è stabile, è conosciuto, è vivo, chiede di essere incontrato e non soltanto guardato. Questo non significa che lei non sia desiderabile. Significa che il sistema percettivo di suo marito si è configurato in modo tale da non saper più rispondere a ciò che è reale. Il suo corpo non è il problema. È, semmai, la cosa più vera che suo marito ha davanti, e proprio per questo la più difficile da raggiungere per un uomo che ha costruito la propria sessualità sull'irreale.
Ora vengo a lei, perché ciò che accade in lei è altrettanto profondo e non può essere ridotto alla formula del "pensiero ossessivo da interrompere". Lei non riesce più a lavarsi, a pulire la casa, a uscire, a vivere. Questo non è un effetto collaterale. È il cuore della questione. Lei si sta spegnendo. E si sta spegnendo non soltanto perché soffre, ma perché la scoperta di quel mondo segreto ha retroattivamente avvelenato il senso di tutto ciò che credeva di sapere. Se per diciassette anni non ha visto ciò che accadeva sotto il suo stesso tetto, allora il suo sguardo, la sua percezione, il suo giudizio sulle cose le appaiono inaffidabili. Non è solo la fiducia in lui ad essere crollata. È la fiducia in sé stessa come persona capace di conoscere la realtà in cui vive. Questa è una ferita epistemologica, prima ancora che sentimentale, e la sua gravità non va sottovalutata. L'impulso a controllare ogni sua uscita, ogni suo sguardo, ogni suo movimento nasce da qui: dal bisogno di ricostruire con la sorveglianza ciò che è andato perduto con la scoperta. Ma il controllo non restituisce la fiducia. La parodia soltanto. E intanto la sua vita si restringe fino a coincidere interamente con il perimetro dei movimenti di lui. Lei non vive più la propria vita: vive la vita di suo marito vista attraverso la lente del sospetto. Si è svuotata di sé per riempirsi di lui, e questo svuotamento è la cosa più urgente da arrestare.
Non le dirò che deve "separare il suo valore dal comportamento di lui". È una frase corretta ma insufficiente, perché il punto non è intellettuale: lei sa già, razionalmente, che il suo valore non dipende da ciò che lui guarda. Ma il sapere non basta, perché la ferita non abita nella ragione. Abita nel corpo che non trova più la forza di lavarsi, negli occhi che non riescono a guardare un'altra donna senza sentirsi annientata, nello stomaco che si chiude ogni volta che lui esce di casa. È a quel livello che occorre lavorare, ed è per questo che un percorso terapeutico serio e prolungato, non qualche seduta - non qualche tecnica di gestione del pensiero - è ciò di cui lei ha bisogno. Non per imparare a "non pensarci", ma per ricostruire dalle fondamenta un rapporto con sé stessa che questa vicenda ha devastato.
E c'è un'ultima cosa che desidero dirle. Lei ha un figlio di quindici anni. Un adolescente che vive in una casa dove la madre si sta spegnendo e il padre abita un mondo segreto. Quel ragazzo vede, sente, percepisce, anche ciò che non viene detto. Prendersi cura di sé, in questo momento, forse non è soltanto un diritto, ma anche una responsabilità.
Un caro saluto,
Dottoressa Giulia Foddai