Accesso Psicologi Registra il tuo centro gratis

Vivere un lutto: dalla perdita alla risignificazione dell’esperienza

<strong>Articolo rivisto</strong> dal

Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

L'esperienza del lutto, il percorso di rielaborazione dei vissuti e sei suggerimenti pratici per chi si trova a dover affrontare la morte di una persona cara.

27 GIU 2019 · Tempo di lettura: min.
Vivere un lutto: dalla perdita alla risignificazione dell’esperienza

Ci sono cose con le quali un terapeuta, prima o poi, si scontra o forse dovrei dire si "incontra", una di queste è l'esperienza del lutto. Da quello che ho potuto sperimentare nella mia pratica clinica e nella mia "esperienza umana", l'incontro con la morte ha un suo potere implicito e trasformante. La forza che ha in sé sta nel fatto che quando avviene non si possono cambiare le cose: dall'incontro con la morte non si "guarisce".

"Guarire" è un termine complesso che solitamente facciamo corrispondere all'antico Guerire e che traduciamo con "rimettere in salute", "provocare la regressione di una malattia" (E.F. Poli, 2014). Se si approfondisce la ricerca etimologica troviamo che questa parola ha origine nella lingua spagnola -garir che, a sua volta, affonda le sue radici nel germanico Varian (da Wher -difesa, protezione). L'aspetto interessante di tutto ciò è che, in nessuno di questi ambiti di significato, è possibile operare per chi si trova ad accogliere il dolore provocato dalla morte di qualcuno che si ama.

In alcun modo potrà essere ripristinata la situazione di partenza (non possiamo restituire il caro defunto) e non è possibile nemmeno proteggere la persona dall'esperienza della perdita e dai vissuti che ne derivano, ammesso e non concesso che questo possa essere utile.

Questa disquisizione etimologia per mettere in evidenza non solo come "guarire" sia un termine medico spesso impropriamente usato per avvicinarsi a vissuti psicologici, ma soprattutto per sottolineare l'iniziale vissuto di impotenza e, forse, anche di paura che ognuno di noi ha di fronte alla morte.

Dal lutto non si guarisce, è un dato di fatto, eppure se lo viviamo, se gli permettiamo di raccontarsi un po', è l'esperienza stessa che ci guarisce, facendo regredire in noi quella "malattia" data dalla convinzione che le cose debbano durare per sempre, potremmo chiamarlo "attaccamento". Questo incontro ci protegge dal vivere con superficialità le nostre giornate, le nostre relazioni, la morte arriva per dirci "guarda che non starai qui per sempre perciò smettila di esistere e comincia a vivere". Ma ci vuole coraggio per lasciarla parlare e ci vuole tempo per risignificare l'esperienza del lutto e farla divenire fonte di cambiamento e crescita personale.

Se consideriamo la parola "morte" in un senso più ampio possiamo accorgerci che sono molti i lutti che ci troviamo a sperimentare nelle nostre vite: la perdita di un lavoro, la fine di una relazione, la conclusione di un percorso. Tutte queste situazioni hanno un denominatore comune: la sensazione di "aver perso qualcosa" e forse qualcosa lo perdiamo davvero: muore una parte di noi o meglio muore la parte di noi che si identificava con quelle esperienze. Ogni cambiamento della nostra vita ci chiede di elaborare una specie di lutto, muore un'identità e ne nasce un'altra, dovremmo pertanto essere allenati a farlo, invece non è così.

La perdita e le fasi del lutto

Quando la perdita che subiamo è in carne ed ossa, l'esperienza può essere travolgente: quella persona aveva un odore, una voce, delle idee, un calore che non ci sarà più possibile sperimentare. Non ci saranno più telefonate, né cene insieme, non sentiremo mai più le chiavi girare nella serratura o la macchina entrare nel vialetto; eppure ci sarà una parte di noi che, per un po', continuerà ad aspettare invano e ogni volta resterà delusa, ne conseguiranno tristezza, paura e forse un po' di rabbia. 

È importante osservare tutto questo perché la frasi che più di frequente mi sento dire sono: "mi hanno detto che devo andare avanti", "mi hanno detto che lui/lei è sempre con me". Si, probabilmente è così ma ci sono dei passaggi da fare: percepire l'assenza e trasformarla in incessante presenza è un percorso di ricostruzione, non sempre automatico e per nulla scontato.

A questo proposito J. Bowlby ha identificato quattro fasi distinte e consecutive nell'elaborazione del lutto:

  1. la fase della protesta: nella quale la persona, verificata l'impossibilità di recuperare chi ha perduto, prova un sentimento di profonda delusione e reagisce con angoscia, paura e rabbia;
  2. la fase della nostalgia: caratterizzata, secondo Bolwby, da rassegnazione alla perdita, un profondo coinvolgimento nei confronti della persona deceduta e, contemporaneamente, un distacco dal mondo che appare vuoto e privo di significato;
  3. la fase della disperazione: in cui i ricordi si fanno più intensi e si accompagnano a vissuti di irrequietezza, irritabilità, mancanza di motivazione, tendenza ad evitare i rapporti sociali e, talvolta, disturbi somatici;
  4. la fase della riorganizzazione: è il periodo della rielaborazione della relazione con il defunto, sia dal punto di vista cognitivo che affettivo. In questa fase è possibile anche riprendere "investimenti affettivi" con il mondo.

Un percorso tortuoso: perché talvolta le cose si complicano ancor di più?

Questo è un percorso in cui molte persone inciampano, tanto che nel DSM-5 troviamo il Disturbo da lutto persistente e complicato tra le "patologie mentali", descritto in questo modo: uno stato caratterizzato da vissuti di tristezza, colpa, invidia, rabbia associati a persistenti ruminazioni relative alle cause, circostanze e conseguenze della perdita, dopo che sono trascorsi almeno 12 mesi dalla morte di qualcuno (per i criteri diagnostici completi è possibile consultare il DSM-5, A.P.A., ed. Italiana 2014). Non è questa la sede in cui discutere se sia appropriato o meno etichettare come patologica un'esperienza di sofferenza forse legittima, o chiederci su che base possiamo dare un tempo al dolore. Quello che mi interessa di questa definizione dell' American Psychiatric Association, sono i termini che utilizza per definire il disturbo: "persistente e complicato".

Il vissuto del lutto può complicarsi e divenire persistente proprio a causa di alcuni fattori di interferenza: l'impossibilità propria o altrui di lasciarsi attraversare dall'esperienza, la mancanza di contatto e consapevolezza rispetto ai propri vissuti di tristezza, rabbia e paura, la presenza di amici o parenti che nel tentativo di aiutare interferiscono, invece, con il processo e, infine, la paura di "perdere il lutto". Quest'ultimo fattore io lo chiamo "lutto per il lutto".

Spesso essere "in lutto" è l'ultima cosa che ci permette di restare connessi a chi non c'è più, come a dire "tutto quello che mi resta sono le lacrime che verso sulla sua sedia vuota, sono i nostri ricordi, l'idea che avevo di lui/lei, se lascio andare tutto ciò, allora davvero non ci sarà più nulla".

Andare avanti, rifarsi una vita, viene spesso visto come un "perdere per sempre", e nessuno vuole "perdere per sempre". Anche per questo è importante accompagnare la persona in un percorso di risignificazione dell'esperienza. Un percorso di comprensione che le consenta di trovare un senso, mantenere una connessione emotiva con il defunto senza rimanere attaccata al dolore, lasciare andare le cose non dette, le esperienze non fatte, perdonare e perdonarsi e dare così un significato all'essere sopravvissuta a chi amava tanto. E' importante trovare un posto per chi non c'è più, ma che è paradossalmente e inevitabilmente più presente di prima.

È possibile creare, nel cuore, un tempio intoccabile ornato di amore e rispetto, sufficientemente solido ma non totalizzante, che permetta di proseguire il proprio cammino senza per questo dimenticare o aver timore di farlo.

Sei passi per iniziare ad elaborare il lutto

  • Datti tempo: sembra banale ma il detto "il tempo guarisce tutte le ferite", in questo caso è appropriato. Esiste il tempo del lutto, un momento solo per te e il tuo dolore, in cui onorare ciò che è stato. Questo tempo è importante perché sarà in questo spazio che potrai mantenere una connessione affettiva con chi hai tanto amato senza perderti in essa.
  • Permettiti di tenere alcuni oggetti legati al defunto: non è necessario svuotare armadi, garage o vendere le sue cose il giorno seguente, a meno che questo non ti faccia stare meglio. Puoi tenere alcuni oggetti, puoi buttarne o regalarne altri, mese dopo mese sentirai che alcune cose non serviranno più a farti sentire la sua presenza, saprai che lui/lei non lì, bensì in ogni angolo della tua Vita, allora potrai creare spazio.
  • Se necessario chiedi silenzio: la maggior parte delle persone ha difficoltà a tacere di fronte al dolore. Il dolore ci spaventa e vorremmo immediatamente spegnerlo in noi e in chi ci sta davanti e, se non possiamo spegnerlo, proviamo quantomeno a sommergerlo con fiumi di parole, spesso inutili se non dannose. Se ritieni che le persone stiano invadendo un tuo spazio è un tuo diritto chiedere silenzio.
  • Occupati delle piccole cose di ogni giorno: prenditi cura di te, preparati il pranzo o la cena, va a fare la spesa, paga le bollette. Lo so è faticoso, lo so che vorresti lo facesse qualcun altro, ma è importante che lo faccia tu. Questi sono piccoli segnali di Vita, e tu hai bisogno di ricordarti che sei vivo, queste cose ti aiutano a dare un senso alle tue giornate, sia anche quello di pagare le bollette. Con il tempo troverai significati più profondi.
  • Crea dei piccoli rituali di "continuità": trova un tuo personalissimo modo di mantenere un contatto emotivo con la persona amata. È uso comune recarsi al cimitero settimanalmente a portare dei fiori; una persona che ho seguito in terapia, invece, aveva allestito un piccolo altare in casa con una foto significativa alla quale si rivolgeva ogni mattina, qualcun altro ha un posto speciale della casa in cui ascoltare e ascoltarsi. Non importa quale modalità sceglierai, ma è importante che tu ti permetta di sentire il bisogno di mantenere questo piccolo filo invisibile che ti lega a chi non c'è più.

Se hai la sensazione di non riuscire ad elaborare il lutto da solo, rivolgiti ad un professionista.

Riferimenti bibliografici

  • American Psychiatric Association, DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, curato da M.Biondi, Raffaello Cortina Editore, Milano 2014.
  • Bowlby J. Il processo del lutto. In: Gaylin W. (ed). Il significato della disperazione. Astrolabio, Roma 1973.
  • Carmassi C. e collaboratori (2016), Il lutto complicato nell'era del DSM-5, Rivista di psichiatria p. 231-237.
  • Poli E.F., Anatomia della guarigione- i sette principi della Nuova Medicina Integrata, Anima Edizioni, Milano 2014.

Articolo della Dott.ssa Stefania Vanzan, iscritta all'albo degli Psicologi del Veneto

Scritto da

Dott.ssa Stefania Vanzan

Lascia un commento
1 Commenti
  • Loredana Cristofori

    Buongiorno dottoressa Ho letto il suo articolo Circa il lutto ed è veramente interessante anche se mi ha fatto piangere perché ho riscoperto tutte le emozioni e sensazioni che ho provato quando è morta mia mamma penso inoltre che certe cose non si accettano mai totalmente soprattutto quando riguardano i genitori buona giornata

ultimi articoli su elaborazione del lutto