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Violenza domestica sulla donna: considerazioni ed intervento

È quasi sempre tra le mura domestiche....

13 GEN 2014 · Tempo di lettura: min.
Violenza domestica sulla donna: considerazioni ed intervento
La violenza sulle donne è un fenomeno che in Italia non diminuisce e si connota sempre più come violenza fisica: a testimoniarlo, le 124 donne ferocemente uccise nel 2012 in nome di un «amore» malato e assassino. La violenza fisica aumenta dal 18% al 22%: ma questa non è mai sola poiché la violenza psicologica, le minacce e la violenza economica sono altri comportamenti ad essa connessi.

La dipendenza economica risulta un fattore determinante sia nell’espressione della violenza di genere attraverso forti restrizioni economiche e una totale gestione del denaro da parte del partner, sia nel rendere ancora più faticoso, se non impossibile a volte, l’allontanarsi, per la donna, dal contesto violento.

I dati annuali dell’Osservatorio del Telefono Rosa, presentati a Roma, (marzo 2013) confermano che il tragico volto della violenza sulle donne non cambia. L’autore è il marito (48%), il convivente (12%) o l’ex (23%), un uomo tra il 35 e i 54 anni (61%), impiegato (21%), istruito (il 46% ha la licenza media superiore e il 19% la laurea). Le forme di violenza in danno alle donne sono e alcune non lasciano segni fisici evidenti a cominciare dalla violenza psicologica; mentre le percosse sono di solito episodi isolati, il maltrattamento psicologico può diventare uno stile relazionale abituale ed è considerato pi resistente al cambiamento.

Esempi di violenza psicologica sono:

  • Limitazioni con la famiglia di origine o gli amici
  • impedire di lavorare o studiare
  • imposizioni del modo di vestirsi o pettinarsi
  • seguire o spiare la partner
  • umiliazioni o denigrazioni in pubblico
  • critiche per l’aspetto esteriore e per come si occupa della casa e dei figli
  • minacce del fare del male ai figli, alle persone care, agli animali d’affezione
  • e le minacce di suicidio.

Secondo Aldarondo e Mederos l’abuso psichico si definisce come un attacco diretto contro la fiducia in sé e l’autostima di un a persona. Comprende comportamenti quali critiche costanti, il ridicolizzare, le continue accuse di infedeltà, l’incapacità di tollerare il disaccordo, il controllo continuo dei movimenti e la pretesa che la partner renda conto del suo tempo, l’umiliarla in pubblico o davanti ai figli ecc.

La violenza psicologica ed il controllo ei esercitano anche con l’isolamento, evidente epifenomeno del possesso, che ha pure il vantaggio che la donna non si confidi con alcuno, aumentando così la possibilità di continuare la violenza e favorire l’escalation. Il dato forse più impressionante che emerge dal campione di 1.562 donne che si sono rivolte a Telefono Rosa nel corso del 2012, però, è quello dell’82% che dichiara di avere figli che assistono alle violenze, in crescita del 7% rispetto all’anno precedente. Si chiama «violenza assistita» la children witnessing violence, cioè la violenza –fisica, verbale, sessuale, psicologica- compiute su figure vicine al minore a cui assiste o che anche solo gli viene riportata. Ed è un fenomeno, ampiamente sottovalutato: senza un adeguato aiuto, i minori possono avviarsi alla vita adulta con un bagaglio di problematiche comportamentali e psicologiche fino allo sviluppo di meccanismi che rendono le memorie traumatiche non integrate e non passibili di elaborazione, premonitrici futuri disturbi dissociativi e di personalità. Inoltre, crescere in un clima violento significa assimilare una modalità di relazione violenta che si tenderà a ripetere all’interno delle proprie relazioni affettive da adulti: sale dal 34% al 40% la percentuale di donne che ammettono come nella famiglia d’origine del partner ci fossero comportamenti violenti.

C’è poi la violenza economica, cioè il dover dipendere per le spese in tutto e per tutto da un marito, che magari, quand’anche permette alla moglie di lavorare, sequestra il suo stipendio: “per assicurarsi di mantenere il potere finanziario, l’uomo può cominciare con il verificare tutti i conti, rifiutare di dare abbastanza denaro.

La violenza sessuale all’interno della coppia fino ad alcuni decenni fa era reputata impossibile dai giuristi, motivando l’impossibilità con il fatto che esisterebbe il “debito coniugale”. La ricerca Istat rileva che i partner sono i maggiori responsabili della violenza sessuale nei confronti delle donne: nel 70% dei casi sono state costrette a rapporti sessuali indesiderati, nel 24% sono state forzate ad attività sessuali considerate umilianti, nel 3,1% ad avere rapporti con altre persone.

Infine, c’è lo stalking –accostamento, inseguimento, ricerca molesta di contatto e/o comunicazione- che non di rado si verifica fra ex partner, che spesso ha alle spalle storie di violenza domestica, e talvolta evolve in modo particolarmente violenti.

In Italia il CAM Centro Ascolto Maltrattanti di Firenze è l’unico progetto specifico per gli autori di violenza. Il CAM- Centro Ascolto Uomini Maltrattanti e le attività che svolge sono espressione di un lavoro fortemente radicato in un’attività sul territorio e al tempo stesso in una riflessione teorica iniziata già alla fine degli anni ’90. Si adotta una metodologia cognitivo-comportamentale, esperienziale, narrativa. Si ritiene che il gruppo permetta meglio “una decostruzione della visione e dei costrutti sociali relativi alla violenza domestica” e, massimizzando il sistema di sostegno, permetta “di confrontare la violenza e gli atteggiamenti verso le donne senza diventare avversari”. Inoltre “il riconoscimento in gruppo della violenza attuata in privato riduce i meccanismi di negazione e minimizzazione. Il percorso dura un anno, di norma la violenza fisica cessa in breve tempo, mentre il maltrattamento psicologico ha incastri più complessi ed è più difficile da sradicare.

Bibliografia.Bozzoli A., Mancini M., Merelli M.,Ruggerini M.G.,(2012) Rapporto di ricerca. Uomini abusanti. Prime esperienza e riflessione di intervento in Italia. Progetto realizzato con il contributo del Dipartimento per le Pari Opportunità

Scritto da

Dott.ssa Roberta Di Placido Psicologa Psicoterapeuta

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