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Un sostegno per l'onicofagia

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

Vediamo insieme cosa è l'onicofagia, ossia il cosidetto vizio di mangiarsi le unghie, e come si presenta alla persona che ne soffre.

18 OTT 2019 · Tempo di lettura: min.
Un sostegno per l'onicofagia

Nella nostra società attuale, una società "liquida" in cui prevalgono le individualità a discapito delle appartenenze, la bellezza emerge come luogo in cui le diversità possono incontrarsi, come spazio di una nuova appartenenza che permetta alla soggettività di ricomporsi con la molteplicità. Sembra che la bellezza risuoni in ogni cuore come slancio naturale, come bisogno fisiologico (Salonia, 2011).

Spesso capita che la donna sia la portavoce di questa bellezza, una bellezza prevalentemente corporea ed estetica che possa essere vista e incontrata dall' "altro", sia esso uomo o donna.

In tal senso sembra che siano cresciuti a dismisura l'interesse e la cura per le proprie mani. Sappiamo che le nostre mani comunicano attraverso i gesti e per questo la loro cura ha un ruolo importante nell'estetica. Le mani, più ancora del viso, vengono a contatto con gli altri, quando le porgiamo in segno di saluto, quando maneggiamo oggetti, quando beviamo al ristorante, quanto ci spostiamo i capelli dal viso, quando portiamo anelli ecc. Mani belle e curate colpiscono in quanto contengono messaggi di affetto, di cura, di sensualità. D'altra parte mani trascurate, possono trasmettere stati d'ansia della persona. Possiamo trovare ad esempio nell'onicofagia un correlato corporeo che sottende a tale malessere.

Sembra che l'onicofagia appartenga alla famiglia dei tic, intesi come movimenti consapevoli spesso coatti che servono a scaricare la tensione. Non bisogna confondere i tic con le compulsioni in quanto quest'ultime sono gesti precisi messi in atto in una situazione precisa; mentre i tic sono gesti atemporali e sono meno legati ad una azione specifica. Inoltre il "mangiarsi le unghie" non sempre corrisponde ad un atto autolesionistico: possiamo invece dire che il soggetto onicofagico volge su se stesso un azione che, se avesse ricevuto il sostegno ambientale adeguato alla sua espressione, l'avrebbe rivolta all'esterno, verso l'"altro". Sembra infatti che nello sfondo della vita personale dell'onicofagico vi sia un modo diverso di vivere le emozioni. E' come se l'emozione accompagnasse il gesto stesso di "mordersi le unghie": essa infatti non è bloccata ma funge da autosostegno per la persona attraverso l'azione del mordere. Tale azione d'altra parte non induce la calma o riduce la tensione, per cui la persona non si placa dopo avere mangiato le unghie.

Bisogna allora individuare la relazione che intercorre tra il tipo di tensione e il tipo di tic (in questo caso l'onicofagia). Una paziente una volta mi raccontò che l'atto di rosicchiarsi le unghie riduceva in lei la sua forza, il suo coraggio nell'esporsi socialmente e poter esprimere le sue emozioni ed il suo pensiero. È importante allora accompagnare e sostenere la persona onicofagica nel suo processo di espressione delle emozioni che, se portate nell'incontro con l'"altro", possono essere pienamente vissute.

Bibliografia

Frank R., Il corpo consapevole. Un approccio somatico evolutivo alla psicoterapia, Franco Angeli, Milan, 2005.

Gaddini E., "Se e come sono cambiati i nostri pazienti fino ai nostri giorni", in Gaddini E., Scritti 1953-1985, Cortina, Milano, 2002, pp. 644-662.

Perls F.,Hefferline R.H., Goodman P., Teoria e pratica della terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma, 1971; 1997; ed. or. 1951.

Salonia G., Dialogare nel tempo della frammentazione, in: Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia, a cura di F.Armetta -M.Naro, Impense adlaboravit, Palermo, 1999, 571-585.

Salonia G., Sulla felicità e dintorni. Tra corpo, tempo e parola, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2011.

Salonia G., Spagnuolo Lobb M., Sichera A., Dal "disagio della civiltà" all'adattamento creativo. Il rapporto individuo/comunità nella Psicoterapia del terzo millennio, in Spagnuolo Lobb M. (a cura di), Psicoterapia della Gestalt. Ermeneutica e Cinica, Franco Angeli, Milano, 2001, 180-190.

Scritto da

Dott.ssa Marta fuscà

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