Un passato sofferto: i manicomi

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

​C'era una volta… oggi in Italia ci si può permettere di iniziare un articolo sui manicomi in questo modo. Giovanni però c'è ancora, e si ricorda bene cosa vuol dire stare in un manicomio.

25 ago 2015 · Tempo di lettura: min.
Un passato sofferto: i manicomi

C'era una volta… oggi in Italia ci si può permettere di iniziare un articolo sui manicomi in questo modo. Giovanni però c'è ancora, e si ricorda bene cosa vuol dire stare in un manicomio. Per questo mi è sembrato utile rivedere da dove si era partiti per poi guardare dove si è arrivati nel trattamento della malattia mentale.

La psichiatria stessa ha origine con la nascita dei manicomi, fra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento.

La segregazione è nata in Francia, la prima iniziativa è stata realizzata al Hospital General di Parigi, che "accoglieva" tutti quei soggetti che turbavano l'ordine sociale, perché incapaci di adeguarsi al rapido sviluppo sociale, economico e industriale. Ma dal 1676 si realizzarono strutture analoghe su tutto il territorio francese.

All'interno di queste strutture, venivano rinchiuse persone di ogni età, a cui era riservato un trattamento simile a quello delle bestie. Non solo, erano anche esposte a tutti coloro che erano disposti a pagare per guardare questo cupo spettacolo.

Pinel (1798), considerato il padre della psichiatria, inaugurò il trattamento medico della follia, separando i folli dagli altri scarti sociali, per poi occuparsi dei soggetti con malattia mentale.

Egli incoraggiava, nelle sue lezioni, l'osservazione, la descrizione e la classificazione dettagliata dei sintomi della malattia, così da costruire un insieme di conoscenze scientifiche. Riteneva inoltre che la follia fosse anche conseguenza di un'alterazione delle passioni e dell'incapacità di controllare le emozioni.

Questa teoria considerava il folle non più tanto distanziato dall'essere umano, poiché nella follia sono presenti le passioni umane, comuni a tutti gli uomini. All'interno di questi termini la follia diventò una malattia dell' atteggiamento morale, quindi la follia rende l'uomo immorale.

Per questo Pinel individuò la cura nel trattamento morale, con lo scopo di far tornare il malato alla ragione.

I pazienti psichiatrici entravano nei manicomi senza speranza di uscita, sparendo completamente dalla società. La socializzazione tra i malati era negata perché considerata terapeuticamente dannosa. Fondamentale nella cura dei malati era la solitudine che veniva considerata un punto di forza per il raggiungimento della rieducazione morale.

Oltre all'isolamento, venivano considerati metodi di cura anche i trattamenti violenti come la camicia di forza, l'uso di sanguisughe per provocare il salasso, l'applicazione di corrente magnetica e anche la pressione di ferri incandescenti sulla nuca dei malati.

Nel 1884 a Lipsia, Kraepelin pubblicò il " Compendio di psichiatria per uso dei medici e degli studenti" dove presenta una dettagliata classifica dei disturbi mentali.

Il manuale ebbe un grande successo, riuscendo ad annullare definitivamente la soggettività delle persone rinchiuse nei manicomi.

Con Jean-Etienne Esquirol (1838) i quadri clinici diventavano più accurati, egli definì il passaggio dalla normalità alla malattia come un processo graduale, e sottolineò, anche, l'importanza dei fattori ambientali e dell'età come concausa di aggravamento delle condizioni dei malati.

Ma quando, successivamente, venne pubblicato il trattato "Patologia e terapia delle malattie mediche", di Griesinger (1841), la visione del malato si distanzia ancora una volta dall'idea di persona, e si avvicina, sempre più, all'idea di malato come un oggetto.

La funzione dei manicomi abbandonò lentamente la sua funzione terapeutica, dirigendosi via via, verso una funzione di protezione dei manicomi nei confronti della società, giustificando così, la lontananza dei manicomi dalle zone abitate ed enfatizzando l'idea che all'interno di quest'ultimo erano recluse persone pericolose, violente, malate, e inguaribili.

In Italia, l'influenza di Lombroso rafforzò ancora di più il legame tra follia e pericolosità sociale, poiché l'articolo 1 del 1904 dichiarò:

"debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli altri, o riescano di pubblico scandalo."

Ma nel 1978, l'Italia diventa protagonista della rivoluzione più importante nell'ambito psichiatrico. Franco Basaglia, direttore dell'ospedale psichiatrico di Trieste, riformò l'assistenza psichiatrica italiana con la legge 180 che prevedeva la chiusura graduale dei manicomi, proponendo un'assistenza alle persone affette da malattia mentale basata su una articolata rete di servizi distribuiti nel territorio.

L'obbiettivo di questa legge era di riportare il malato all'interno della società, ma questo percorso doveva essere accompagnato da una modificazione dell'immagine ricoperta di pregiudizi, verso le persone con malattia mentale.

Per migliorare questa immagine, Basaglia, interviene sui processi di comunicazione, che partono inizialmente all'interno degli ospedali, ripristinò un dialogo reale tra pazienti, medici ed infermieri.

La società si ritrovò a relazionarsi con la follia, che era stata nascosta dalla realtà del cittadino per molti anni con l'istituzione dei manicomi.

Basaglia aveva messo in evidenzia che lo stigma produce conseguenze molto più emarginanti della malattia stessa e che ripristinare la comunicazione e dare i giusti diritti a chi soffre di malattia mentale, può offrire una reale possibilità di salvezza per questi malati.

Oggi Giovanni frequenta il centro diurno del dipartimento di salute mentale dell'ospedale e quando le attività del giorno terminano, prende il suo scooter e torna a casa.

psicologi
Scritto da

Dott.ssa Alice Fusaro

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