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Tutti pazzi per Pokemon Go

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

Da pochi giorni è scaricabile anche in Italia l’app Pokemon Go e, come negli altri stati, ha già creato giocatori incalliti.

19 LUG 2016 · Tempo di lettura: min.
Tutti pazzi per Pokemon Go

Tutti ne parlano ed è, indubbiamente, l'argomento più ricercato su internet negli ultimi giorni, molte persone, nonostante la novità dell'app, sono già a livelli di gioco altissimi; la Pokemon Go mania è arrivata anche in Italia e, nel giro di poche ore, ha già creato dipendenza.

Io, personalmente, in data 15 luglio ho scaricato l'app sia per capire di cosa si trattasse sia per comprendere perché oltreoceano avesse avuto così tanto successo.

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Dopo aver fatto il download del gioco, sullo schermo mi è apparso un allenatore che mi ha chiesto di caratterizzare il personaggio, creando empatia tra me e il mio protagonista virtuale – ma ormai questa è la legge basica di tutti i videogiochi; fatto ciò ho avuto accesso a un campo virtuale, grazie all'uso della geolocalizzazione del cellulare, che mi avvertiva dove erano ubicati i mostriciattoli esortandomi a cacciarli. Il gioco si avvale della realtà aumentata che, così come dice la parola, aumenta la "visione" aggiungendo nel nostro campo visivo - che in questo caso è dato della fotocamera del cellulare - il Pokemon da catturare.

Ed è così che, dopo aver catturato tutti i Pokemon presenti nella mia abitazione, ho scelto di uscire all'aria aperta alla ricerca di quelli che il dispositivo mi segnalava come vicini ma non troppo. Una volta arrivata a destinazione, ho notato che, oltre me, c'erano almeno altre 10 persone intente a guardare lo schermo del cellulare cercando di catturare il Pokemon segnalato, ho udito qualcuno che a gran voce ha fatto sapere a tutti che ne aveva catturato uno e, una coppia, era intenta a farsi una sorta di selfie con il mostriciattolo prima di acciuffarlo. Da quel momento – ma solo dopo aver catturato l'ultimo Pokemon all'aria aperta – ho deciso di cancellare l'applicazione.

Diciamocelo, l'app ha qualcosa di buono: è social. Spinge il giocatore a uscire fuori casa per cacciare, incita a fare amicizia per creare i team, insomma non ti lascia sul sofà di casa come molti altri giochi fanno, di contro però c'è da dire che sta creando non pochi disordini. In America, ad esempio, sono molti gli avvisi che invitano a non giocare in luoghi in cui si dovrebbe rispettare il decoro o in uffici pubblici. Divieto di caccia anche mentre si è alla guida, ovviamente! Ma perché, c'è bisogno di dirlo? Perché siamo così attratti da semplici giochini dedicandogli così tanto tempo? È semplice capirlo, l'essere umano cerca sempre di scappare dalla realtà, modificandola a suo piacimento e, sia i social che i "giochini" permettono di farlo.

Dopo la nomofobia, termine che definisce la dipendenza da smartphone (ovvero la paura di una persona nel rimanere "sconnessi" dal mondo senza il proprio cellulare e connessione internet) possiamo parlare di dipendenza da videogiochi, che possano essere semplici app o giochi disponibili per le console.

Riconoscerne i sintomi

La persona affetta da dipendenza da videogiochi ha i seguenti sintomi:

  • sente l'esigenza di dover giocare, qualsiasi sia il luogo dove si trovi in quel momento, (quindi anche in ufficio, scuola o luoghi non del tutto appropriati al gioco come l'automobile) ed è capace di farlo anche di nascosto facendo sì che cali l'attenzione sulle cose che lo circondano;
  • tende ad isolarsi per passare più tempo possibile sul suo passatempo;
  • tende a lasciarsi alle spalle tutti gli interessi o attività che prima coltivava pur di raggiungere risultati nel gioco.

È più semplice che la dipendenza da videogiochi colpisca un adolescente o una persona non troppo anziana, ma questo dipende semplicemente dalla capacità di navigazione e dalla conoscenza informatica delle persone. In Italia, i dati relativi alla dipendenza da videogiochi, ci dicono che i soggetti più a rischio sono i maschietti. Le motivazioni per cui ci si ritrova a soffrire di questa dipendenza sono diverse; c'è chi giustifica che il suo personaggio virtuale è più autoritario e rispettato in confronto al suo nel mondo reale, c'è chi lo giustifica come un'evasione dalla triste realtà che il mondo ci offre o chi risulta si sente più realizzato quando riesce a sbloccare un livello o a catturare un mostriciattolo che passando un esame o un compito a scuola.

Ma come si cura la dipendenza da videogiochi?

Formalmente come tutte le altre dipendenze, ovvero con una riabilitazione che mira a far prendere coscienza al soggetto della sua malattia, eliminare le "dosi" (che in questo caso sono le partite o le ore di gioco) e favorire o ripristinare la socializzazione del soggetto, si tende inoltre ad aumentare il senso di responsabilità dei soggetti affetti da dipendenza cercando di inculcargli un uso consapevole del mezzo (console o smartphone). Se invece il problema si genera nell'età adolescenziale i genitori possono avere un ruolo fondamentale per evitare di arrivare alla riabilitazione, magari vigilando sui minori e dando loro tempi prestabiliti per il gioco o per l'utilizzo di internet anche dai cellulari.

Sperando di non vedere cartelli autostradali anche in Italia che chiedono di non giocare a Pokemon Go durante la guida, l'unica cosa che possiamo sperare è che la parte social dell'applicazione scaturisca buoni risultati, magari facendo crescere non solo la socializzazione virtuale ma anche quella reale. Chissà quanti figli delle generazioni che verranno quando chiederanno ai propri genitori come si sono conosciuti si sentiranno rispondere: "Cacciando un Pokemon!".

Buona caccia (moderata) a tutti.

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Scritto da

Eugenia Marfuggi

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