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Sono affettivamente dipendente: cosa posso fare?

Cosa fare se ci capita di riconoscerci nel profilo psicologico del dipendente affettivo che viene descritta.

26 MAR 2015 · Tempo di lettura: min.
freedigitalphotos.net
  • Come accorgersi se si sta andando in direzione di una dipendenza affettiva?
  • Sono possibili degli aiuti, e in caso affermativo, come intervenire?

L'individuo affettivamente dipendente

Sappiamo molto bene che, l'adulto co-dipendente è stato un bambino precocemente responsabilizzato, chiamato a ricoprire "ruoli da adulto", e che nei primissimi anni di vita, ha sviluppato un attaccamento alla figura di riferimento, che per comodità si identifica nella persona della madre, che ha limitato la costruzione di una "base sicura" cui riferirsi, da cui l'apprendimento e l'interiorizzazione di modelli/comportamenti che hanno limitato lo sviluppo emotivo-affettivo in direzione dell'autonomia e dell'autosufficienza, proporzionate all'età, previlegiando i bisogni altrui ai propri, nella profonda convinzione che gli altri sono prioritari a lui.

A ciò si aggiunga che "considerazione e attenzione" da parte degli altri, "richiedono di essere accomodanti e compiacenti" rispetto alle loro richieste, mettendo sullo sfondo le personali esigenze.

Su queste premesse va costruendosi un modello di individuo che chiede appoggio, sostegno, conferme costanti esterne, data la bassa autostima e la poca fiducia nelle proprie risorse, di cui, spesso, ne ignora pure l'esistenza.

Questi comportamenti , appresi in tenera età e protrattesi nel tempo, si presentano anche in età adulta, in particolare nei rapporti affettivi, allorché pur di non perdere, l'Altro, sei disponibile accettare ogni cosa, perché questo è quanto hai imparato, ovvero è il modo in cui si è sviluppato il tuo mondo interno, se poi, non si è più giovanissimi, pensi pure che quell'incontro potrebbe "essere l'ultimo treno che passa" e non si può perderlo, la situazione si complica ulteriormente.

Un altro contesto propizio alla proliferazione di questa modalità relazionale rimanda alla famosa frase: "senza di te non posso vivere", piuttosto che : "se mi lasci la faccio finita"!

A volte, però, accade pure che non ci si rende nemmeno conto di questo tipo di comportamenti , perché è quello che si è visto nel proprio contesto familiare, piuttosto che, per alcuni ,amare è "rendere contento l'atro", "essere la sua stampella", dove scambio, condivisione, rispetto reciproco sono concetti neppure presenti a livello mentale, al pari della convinzione, distorta(!) che pensare anche ai propri bisogni " significa essere egoisti".

Mi sorge spontanea una considerazione che vi propongo. Vorrei ricordare "Qualcuno" che ha insegnato qualcosa di diverso: "Ama il prossimo tuo come te stesso" non più di te stesso.

Ma con le premesse sopra esposte, fatico molto ad intravedere il "te stesso" e collocarlo da qualche parte . Voi che ne pensate?

Trovo che questa sia una grande verità e sempre attuale!

Se riusciamo, per un attimo, a distaccarci dall'idea: "io ti salverò", piuttosto che "io ti cambierò", per altro ancora molto presenti nella mente, e non solo quella femminile, che in questi pensieri perversi, si muove alla grande, poiché ti fa sentire necessaria, indispensabile per l'altro, riusciremo a intravedere il problema.

Il primo bisogno che mette in moto questi schemi mentali "patologici e pseudo onnipotenti", sono del tutto irrazionali e non concreti, non tenendo conto di un principio elementare, che "noi non cambiamo proprio nessuno, tranne che l'interessato/a lo decida".

Scusatemi, ma mi sente di dire: per fortuna !

In alcuni momenti, ciò pare crudele verso se stessi e verso l'altro, ci mette di fronte alle nostre esigenze più profonde, ai nostri limiti, al dolore di una perdita, non raramente anche alla solitudine.

E' tutto verissimo, ma ritengo che questi non siano motivi sufficienti per candidarsi ad una vita insieme, che a suo tempo, presenterà i conti, che noi abbiamo solo rinviato.

Mi auspico che questi esempi, possano essere degli indicatori della realtà quotidiana, utili per interrogarci se stiamo viaggiando in direzione di una " dipendenza affettiva", scambiata per "amore".

Quindi se la risposta è:

"sì: ovvero riconosco di essere affettivamente dipendente, allora che cosa posso fare?"

Se siamo consapevoli che ci troviamo nel mezzo di una dipendenza affettiva o che le nostre relazioni affettive, per lo più, si connotano per questi tratti, abbiamo già fatto un bel passo, poiché la consapevolezza è un processo maturativo e di crescita fondamentale in un percorso di cambiamento.

Se le modalità che mettiamo in campo nei legami affettivi, ci fanno soffrire, deteriorano la qualità di vita, forse è tempo di chiedere aiuto a qualcuno che ci capisca qualcosa.

Che cosa si può fare, dunque?

Si può partecipare a gruppi di auto mutuo aiuto per co-dipendenti, dove i partecipanti accomunati dallo stesso problema, condividono le loro esperienze, sentendosi meno soli, ascoltando eventuali soluzioni cui qualcuno è pervenuto.

L'intervento di gruppo, che assolve ad un ruolo di sostegno, ed è opportuno si avvalga dell' aiuto di un lavoro psicologico individuale, cercando di capire, entro la propria personale storia di vita, la strutturazione dello stile di attaccamento, le interazioni tra i componenti della famiglia di origine, la presa di contatto con i propri bisogni repressi, la costruzione di una sana autostima, l' ascolto di noi, come esseri umani portatori di bisogni e di aiuto, non di deleghe in bianco, la decisione di bandire i "comportamenti salvifici verso terzi", poiché questi, sotto la maschera della disponibilità, oppongono l'individuale bisogno di "onnipotenza e di controllo" che trova terreno fertile nelle distorsioni del pensiero, nelle aspettative illusorie della realtà, trappole mortifere della nostra mente.

Mi auguro di aver in parte soddisfatto alcune dei vostri quesiti, e se ho contribuito ad aumentare la vostra confusione, mi confermate, che almeno una delle cose che ho scritto ha risuonato nella vostra pancia, nel qual caso, vi invito ad ascoltarla.

D'accordo?

Scritto da

Dott.ssa Annalisa Orsenigo

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