Sento contro devo

Gli individui hanno in se stessi ampie risorse per auto-comprendersi e per modificare il loro concetto di sé, gli atteggiamenti di base e gli orientamenti comportamentali.

3 GEN 2017 · Tempo di lettura: min.

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Sento contro devo

Quando sentite di ragionare come segue, potete contattare la rigidità e l'assolutismo di questi pensieri.

  • Non devo provare rabbia perché provare rabbia è sbagliato (non è vero che provare rabbia è sbagliato è sbagliato rompere le cose se sei arrabbiato).
  • Io non sono una persona gelosa (la gelosia è un sentimento assolutamente accettabile, è il comportamento che ne consegue a poter essere disfunzionale).
  • Devo comportarmi in modo sempre educato così posso piacere di più (mantenere questo standard di compiacenza è altamente frustrante anche perché impossibile).
  • Devo essere sempre felice e stare sempre bene (che fatica devo fare per non mostrare a me stesso e agli altri le mie fragilità?).
  • Devo mostrarmi sempre disponibile (non dire di no agli altri vuol dire dire di no a noi stessi!).

Questo articolo nasce da diversi spunti di riflessione che hanno preso vita nella stanza di terapia che condivido con i miei clienti. La libertà, la possibilità di orientare il pensiero ed il comportamento sulla base di ciò che realmente sento e sono vengono sostituiti dal "devo": devo fare questo, devo provare quest'altro, devo pensare in questo modo.

Questi "devo" hanno come nota di sottofondo la mancanza di fiducia nell'essere se stessi, nel sentirsi liberi di provare ciò che effettivamente si prova e di comportarsi come ci si sentirebbe di fare (quest'ultimo punto merita di essere chiarito per evitare fraintendimenti e più avanti lo farò). Al contrario secondo Carl Rogers la persona è assolutamente degna di fiducia ed in grado di comprendere cosa è o non è buono per lei. Nella persona difatti esiste una tendenza innata a realizzarsi, a regolare il proprio comportamento e a comprendersi, ad andare quindi verso un maggior senso di benessere.

"Quindi cosa ci fa arrivare a perdere queste capacità e la fiducia in noi stessi?…ad un certo punto ci hanno tirato una fregatura…"

Sin da piccoli i nostri genitori ci hanno detto cosa è meglio o giusto fare, ci hanno scoraggiati a provare sentimenti socialmente definiti come "negativi" come la rabbia, le gelosia e la tristezza; hanno pensato di "controllare" il nostro comportamento limitando la spontaneità presente in ognuno di noi per educarci e renderci più accettabili a loro ed al prossimo. Questo però ha tutta una serie di ripercussioni nella nostra vita da adulti ovvero che il nostro spontaneo e saggio sentire viene sostituito dai "devo" tramandati di generazione in generazione nelle nostre famiglie. Non voglio essere fraintesa e non voglio con le mie parole dire che le persone devono sentirsi libere di comportarsi come meglio credono se questo significa rompere una porta in un momento di rabbia o consentire che un bambino tiri tutto il contenuto del suo piatto addosso ad un estraneo, al contrario, quello che ritengo debba essere insegnato, è il valore del rispetto di sé e dell'altro, che è ben lontano dal permettere all'altro di fare tutto ciò che desidera. Quindi io e l'altro siamo sullo stesso piano, io rispetto me stesso e ciò che sento stando però attento a rispettare l'altro. È il comportamento che ha bisogno di essere contenuto, che ha bisogno di strutture e di regole non il sentimento.

Una mia cliente una volta mi ha detto: "Io non mi posso più fidare di quello che sento perché negli anni ho fatto un sacco di casini assecondando quello che provavo". Non è assolutamente vero che è stato il sentire a far fare dei casini a questa persona ma la mancanza di contatto con i suoi sentimenti.

Facciamo un esempio: ho un forte senso di vuoto dentro di me e siccome è difficile per me starci in contatto ogni volta in cui accenno a sentirlo ricerco la compagnia di altre persone, va a finire che mi sento troppo dipendente dagli altri e che in realtà vorrei imparare a stare bene da sola e con me stessa. Come potete vedere non è il contatto con questo sentimento che fa fare casino nella propria vita ma l'impossibilità di stare in contatto con sentimenti dolorosi. Se fossi in grado di stare in contatto con quello che provo e di tollerarlo mi sentirei gradualmente sempre più forte, più capace di reggere sentimenti spiacevoli e quindi di stare da sola senza l'affannosa ricerca di qualcuno che colmi il mio vuoto.

È ancora più complesso quando la persona arriva a dire qualcosa di questo tipo: "Non so cosa provo a riguardo e quindi devo comportarmi così (perché mi rende più accettabile, perché mi è sempre stato detto o insegnato)". Questo è il caso in cui l'emozione non viene più contattata ed il comportamento è modulato solo sulla base di un pensiero proprio od altrui. La persona si sente persa e sente nella vita di aver preso strade che probabilmente non avrebbe percorso, l'angoscia diventa sempre più forte ed il disorientamento, la rabbia e la frustrazione diventano comprensibilmente i sentimenti prevalenti!

Il lavoro che in questo caso, nel percorso di psicoterapia, io mi prefiggo è quello di aiutare la persona su due fronti: il primo ad individuare questi pensieri rigidi su di sé e sugli altri e a metterli gradualmente in discussione, ed il secondo di facilitare un sempre maggiore contatto con le emozioni che si presentano momento per momento. La persona che si ritiene al centro della sua vita e delle sue decisioni si sente sempre più degna di fiducia e sente di potersi dirigere verso una fonte di soddisfacimento sempre maggiore provando verso sé stesso e verso gli altri un'accettazione positiva ed incondizionata. Le relazioni vengono vissute sempre più in armonia. Le situazioni vengono affrontate in modo creativo ed adattivo attraverso strategie sempre più efficaci.

Questo non è un traguardo che una volta raggiunto rimane statico anche perché sarebbe altrettanto rigido e significherebbe che la persona non si muove in base a quello che sente momento per momento e sulla base delle esperienze che la vita gli riserva, è al contrario un processo nel quale l'individuo è immerso in cui l'unico aspetto prevedibile del suo comportamento è che tenderà sempre verso la realizzazione di sé.

Nel processo della terapia è il clima di sicurezza e di libertà che l'approccio centrato sulla persona si propone di creare che consente all'individuo di riappropriarsi del contatto con sé e con i suoi bisogni.

Bibliografia

  • Rogers C. R. (1951), Client-centered therapy, Houghton-Mifflin, Boston. Trad. It. (1997)
  • La terapia centrata sul cliente, La nuova Italia, Roma. Rogers C. R. (1989)
  • Client-centered therapy, Houghton-Mifflin, Boston. Trad. It. (2007), Terapia centrata sul cliente, Edizioni la Meridiana, Molfetta (BA)
  • Rogers C. R., Kinget G. M. (1965), Psychothérapie et relations humaines Théorie et pratique de la thérapie non-directive, Editions Neuwelaerts, Louvain. Trad. It. (1970), Psicoterapia e relazioni umane Teoria e pratica della terapia non direttiva, Bollati Boringhieri, Torino

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Scritto da

Psicologa Psicoterapeuta Irene Agostini

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