Se mi lasci, giuro, ti cancello!

La fine di un amore fa male, tanto male. Se si cancella tutto, tutto va perduto. Forse, allora, c'è un'altra possibilità.

2 GEN 2019 · Tempo di lettura: min.
Se mi lasci, giuro, ti cancello!

ll cuore sembra spappolarsi, creparsi, frantumarsi. Nemmeno l'anima sa più che fare. Senso di inadeguatezza, di impotenza, di inefficacia hanno la meglio. La percezione di aver perso potere personale, sicurezza si fanno soffocanti, minando profondamente l'autostima.

È la fine di un amore. Fa male. Fa male sempre, ma lo fa ancor di più quando si aveva proiettato la propria identità su quel partner, delegando potere personale. Inevitabilmente, la sofferenza è lancinante, impregnando ogni cellula, sradicando la fiducia in se stessi, sollevando il dubbio circa una possibile reale ripresa. Ottundimento mentale, infiacchimento, paura del futuro, insonnia o ipersonnia, sintomi depressivi sono conseguenze affatto insolite: il corpo si accascia, la mente vacilla. Eppure, questa fase luttuosa ha in sé il germe della rinascita, ha un ruolo terapeutico, perché obbliga al cambiamento, invitando ad esplorare rotte inesplorate.

Se tollerare ciò che si prova sembra impossibile, smettere di giudicarsi è fattibile: l'eccesso di autobiasimo non ha valenza terapeutica, al contrario amplifica la sofferenza, rinforzandola. Condannarsi, ripercorrendo con la mente tutti i propri gesti autosvalutandosi, non sutura le ferite dell'anima, le squarcia piuttosto. Assumersi tutte le responsabilità rischia di essere un atteggiamento impietoso e poco realistico; dare all'Altro tutte le colpe può costituire una versione altrettanto miope.

Mettersi in discussione è un'operazione che va accompagnata dalla compassione per ciò che si è riusciti a mettere in campo, per ciò che non é stato. La compassione rimane potente alleata anche quando si guarda alle responsabilità altrui: l'Altro ha fatto solo ciò che poteva, ha agito per ciò che sentiva. La compassione cura. Chiedere a se stessi eroismi emotivi è una dinamica infruttuosa: darsi tempo, il tempo necessario affinché il dolore trovi una sua dignitosa compostezza, sapendo che esso avrà tempi propri.

L'accettazione graduale della perdita apre alla rinascita. Ma l'accettazione non può prescindere dall'abbandonare la speranza di un possibile ritorno allo status quo. E l'accettazione non è mai completa se non viene adornata dalla capacità di perdonare. Speranza e perdono sono due parole chiave per l'anima. La speranza è preziosa forza emotiva nella vita, fino a quando non viene utilizzata per fuggire il momento presente. La speranza che tutto torni allo status quo blocca, infatti, ogni prospettiva di avanzamento, porta a rimuovere lo scompiglio interiore legato alla perdita, ma è proprio lo sconquassamento che spinge all'improrogabile necessità di prendersi cura di sé, aprendo alla ricerca di una nuova individualitá, dove nuovi stilemi personali vengono messi a fuoco. Il perdono é sempre un prezioso alleato. Altro dal giustificare o riallacciare i rapporti a tutti i costi, perdonare é un gesto in primis egoistico, che serve a se stessi. É lasciare andare, é creare posto. Capacità non immediata, certamente, ma coltivabile con grazia, come si fa con una piantina. Il perdono è liberare l'Altro dalla colpa e liberare anche se stessi, per respirare profumo di vita nuova.

E quando tutto questo accade, la relazione riacquista un senso, comunque sia andata. La sensazione di essere una vittima cede il passo alla certezza che non vi siano carnefici, fallimenti, ma solo esperienze, viaggi, deserti da attraversare per giungere ad un'oasi. Valori e mete condivise vengono preservate, cementandosi come pezzi importanti della propria identità; il pezzo di strada fatto insieme viene onorato, quale fase significativa della propria vita. La possibilità di riconoscere e valorizzare le situazioni nuove ed uniche che contraddistinguono il periodo successivo alla perdita fa finalmente capolino: è rinascita!

Articolo della dottoressa Luisa Ghianda, iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia 

Scritto da

Dott.ssa Luisa Ghianda Linkedin

Psicologa Nº iscrizione: Nº iscrizione all’Albo 19939

Laureata in Lingue e in Psicologia, ha approfondito prima la psicologia del lavoro poi la psicologia clinica. È counsellor professionista, Direttore di Psicodramma e conduttore di gruppo con Metodi Attivi, ipnologa. Si occupa di sviluppo personale, organizzativo, educativo, convinta che in ogni essere umano ci sia una grande possibilità di trasformazione.

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3 Commenti
  • Simona Re

    Come sempre la dott.ssa Ghianda trova parole preziose e che colpiscono nel segno.... Ha ragione, lasciare andare è creare posto per qualcosa di nuovo...ma quanto è difficile a volte lasciare andare, non darsi colpe per chi come me si mette sempre in discussione per prima, prima di dare la colpa all'altro penso a dove potevo fare meglio...ma poi alla fine è vero...non ci sono solo vittime o carnefici ma viaggi da fare, deserti da attraversare per arrivare alla prossima oasi. Ci vuole tanto lavoro su di se ma alla fine si riesce. Grazie del suo modus sempre così efficace dott.ssa Ghianda

  • Federica Piras

    Bellissimo e prezioso articolo, contiene suggerimenti importanti per il benessere psicologico e descrive in modo perfetto la sofferenza creata dalle ferite emotive.

  • Antonio Cortigiano

    Che bell' articolo! Condivido tutto!

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