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Rivolgermi ad uno psicoterapeuta? E perché mai dovrei farlo?

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

L’importanza di chiedere aiuto prima che il problema diventi cronico interferendo con il funzionamento lavorativo e relazionale.

2 AGO 2018 · Tempo di lettura: min.
Rivolgermi ad uno psicoterapeuta? E perché mai dovrei farlo?

di Maria Staiano

Nel corso dell'esistenza capita di incappare in periodi in cui ci si sente assaliti da una sensazione di inadeguatezza, di angoscia, di vulnerabilità che inducono a mettere in atto comportamenti incomprensibili e preoccupanti. Tuttavia il passo di chiedere aiuto ad un professionista del settore viene compiuto (se compiuto) con estrema riluttanza e questo accade per i motivi più disparati, come per esempio il timore di considerarsi un fallito se non ce la si fa da soli, la paura di essere etichettato come pazzo o squilibrato perché "va dallo strizzacervelli", di poter essere giudicato male dallo psicologo, oppure c'è chi teme di diventarne dipendente. Ma al di là dei motivi che possono indurre una persona a non chiedere aiuto, sembra opportuno chiarire un punto: ma tutti coloro che vivono un momento di tristezza, di inadeguatezza, di ansia, di vulnerabilità hanno bisogno di un intervento psicologico?

In effetti fa parte della normalità esperire almeno in qualche circostanza della vita degli episodi di sofferenza emotiva, come stati di ansia acuta o di tristezza intensa. In alcuni casi questi episodi tendono a passare spontaneamente. In altri casi questo non avviene e il "brutto momento", non solo non passa, ma addirittura peggiora al punto da compromettere sempre di più le varie aree della vita (familiare, sociale, lavorativa, scolastica, etc.). Questo accade perché inconsapevolmente la persona si trova coinvolta in meccanismi che mantengono e consolidano la sua sofferenza, meccanismi definiti "di mantenimento" (Perdighe e Mancini, 2010). Tali fattori spesso riguardano tentativi autonomi di risoluzione del problema. Per esempio, chi soffre di agorafobia e attacchi di panico può ricorrere all'evitamento di luoghi temuti oppure alla richiesta di compagnia da parte di una figura familiare per ridurre la paura che prova al sol pensiero di andare in quei posti. Ebbene, sia l'evitamento che la compagnia altrui non fanno altro che impedire alla persona di rendersi conto che il pericolo non è esattamente come lo immagina. Il risultato finale è che la paura aumenta sempre di più, l'autonomia è sempre più compromessa, così come la propria libertà di movimento. Ancora, chi soffre di bulimia non sa che digiunando, non fa altro che aumentare la probabilità che si verifichi un'ennesima abbuffata. I tentativi di risoluzione possono essere diversi: chiedere aiuto a familiari e amici, a insegnanti, consultare un medico o altri specialisti, ricorrere a strategie di evitamento, fare ricorso all'uso di sostanze come alcool o droghe, oppure a comportamenti estremi autolesivi per alleviare lo stato di sofferenza in cui ci si trova. Tuttavia, molti di questi comportamenti danno un sollievo a breve termine, ma a lungo termine sortiscono l'effetto contrario a quello desiderato: il disagio aumenta di intensità e si estende anche ad altre aree anziché diminuire.

Oltre ai fattori strettamente personali, possono giocare un ruolo determinante anche dinamiche che coinvolgono altre persone. Ci riferiamo a quello che fanno le persone che stanno intorno, a come reagiscono e a quali comportamenti mettono in atto allo scopo di aiutare chi sta soffrendo. Spesso amici e parenti, seppur mossi dal nobile intento di aiutare chi sta soffrendo, rischiano di peggiorare la situazione. Pensiamo ad una persona depressa che si sente terribilmente triste al punto da non avere né la forza né la voglia di alzarsi dal divano con cui è diventata tutt'uno da tempo. Espressioni del tipo: "Devi farcela da sola! Dipende da te!" oppure "Ma cosa ti manca? Perché fai così? C'è chi sta peggio di te", non fanno altro che farla sentire ulteriormente in colpa oppure potrebbe peggiorare un già presente vissuto di fallimento personale. Purtroppo, quello stato depressivo non rappresenta un modo di essere oppure uno stile di vita che la persona sceglie in maniera consapevole e di cui può liberarsi tramite un atto di volontà.

Ancora, in caso di disturbo alimentare, il fatto che la famiglia (in maniera del tutto comprensibile alla luce della legittima preoccupazione in cui versa) continui a porre l'attenzione su quanto poco o tanto abbia mangiato, o su quanto sia eccessivamente magra, non fa altro che mantenere ed ampliare l'attenzione della persona sofferente esattamente sul punto su cui è già focalizzata, ossia il cibo e la forma fisica.

Inoltre, secondo le teorie cognitive esiste una connessione fra la sofferenza psicologica e la presenza di determinati tipi di pensieri automatici e convinzioni riguardanti la propria persona e il mondo circostante. Esse sono considerate come verità assolute e generali, che condizionano in maniera significativa la propria vita: "sono vulnerabile", "non posso farcela da solo", "il mondo è pericoloso". Nel caso dei disturbi d'ansia tali convinzioni riguardano il pericolo e l'incapacità personale di fronteggiare una situazione (Beck, Emery e Greenberg, 1985). Nel caso della depressione, invece, le convinzioni ruotano intorno a quella che Beck definiva triade cognitiva negativa (Beck, 1976). Esse includono convinzioni negative su sé stessi, sul mondo e sul futuro che si costituiscono sin dall'infanzia e condizionano continuamente il modo in cui la persona interpreta le informazioni che riceve dall'ambiente. Pertanto, se non si va ad agire su questi schemi che rappresentano delle lenti con cui la persona si muove nel mondo e che la fanno soffrire, questa sarà sempre vulnerabile a fare esperienza di episodi depressivi oppure ad andare incontro a stati d'ansia.

L'altro passo importante è individuare quei comportamenti personali o messi in atto dagli altri che rischiano non solo di non farci uscire da una condizione di sofferenza, ma addirittura di aggravarla. In conclusione, quando vediamo che nonostante il tempo trascorso e i tentativi di risoluzione fatti, la sofferenza e il disagio non si attenuano, allora è opportuno rivolgerci a chi di competenza prima che il disturbo peggiori e si cronicizzi.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Beck, A. T. (1976). Cognitive therapy and emotional disorders. New York: Meridian. Trad it. Principi di terapia cognitiva. Roma: Casa Editrice Astrolabio, 1984.

Beck, A. T., Emery, G., & Greeberg, R. L. (1985). Anxiety disorders and phobias: a cognitive perspective. New York, Basic Books.

Perdighe, C., Mancini, F. (2010). Elementi di psicoterapia cognitiva. Giovanni Fioriti Editore.

Scritto da

Studi Cognitivi Casertani

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