Riflessioni di una domenica calda e ventosa: ma lo psicologo chi è? E lo psicoterapeuta che fa? Cura i matti?

Lo so, ci sono una marea di articoli, brevi riflessioni, opinioni personali che girano in rete sull’argomento. Io però voglio partire da cosa è successo a me.

19 GIU 2017 · Tempo di lettura: min.

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Riflessioni di una domenica calda e ventosa: ma lo psicologo chi è? E lo psicoterapeuta che fa? Cura i matti?

Lo so, ci sono una marea di articoli, brevi riflessioni, opinioni personali che girano in rete sull'argomento. Io però voglio partire da cosa è successo a me.

Da qualche mese a questa parte sto "frequentando" in modo diretto l'ambiente medico, nello specifico, l'ambiente medico di uno dei Policlinici di Napoli. Medici specialisti, professori, collaboratori, ostetriche, infermieri, informatori medici. Ebbene un informatore medico, vedendo il mio bigliettino da visita mi chiede

"Scusa ma perché hai messo psicologa psicoterapeuta? C'è differenza?"

E io gli rispondo, brevemente, che gli psicologi sono coloro che, una volta finito il percorso universitario, hanno sostenuto e superato l'esame di stato che ti dà l'abilitazione alla pratica professionale.

Mentre gli psicoterapeuti sono quelli che dopo l'esame di stato, si sono iscritti ad una scuola di specializzazione di 4 anni e, dopo averla finita, sono stati inseriti nelle liste degli psicoterapeuti del proprio albo professionale.

II suddetto informatore, molto incuriosito, mi risponde "ah! Vabbè ma psicologia è una laurea breve, no?"

Ed io (autenticamente infastidita) "Veramente no, la laurea in psicologia è sempre stata di 5 anni, ora 3 + 2".

A questo punto l'informatore ha fatto una battuta che mi viene fatta spesso del tipo "a parità di anni a questo punto facevi psichiatria".

Questa battuta mi fa sempre un po' riflettere su un possibile implicito che può nascondere, come per esempio la possibilità, con psichiatria, di avere una specializzazione più "scientifica".

Ancora un episodio.

Un paio di settimane fa, alla domanda "Che lavoro fai?" rispondo "La psicoterapeuta" e mi viene detto "Ah, quindi vedi i matti veri". Tralasciando il fatto che poi qualcuno mi dovrà spiegare chi sono i matti veri, ho risposto che al mio studio vedo solo persone che sono alla ricerca di un cambiamento nella loro vita e hanno avuto il coraggio di cercarlo attivamente e che anche io sono andata da uno psicoterapeuta (lasciando nell'implicito il fatto che, se pensi che chi va dallo psicoterapeuta è un matto vero, beh, allora lo sono anche io, matta vera).

Ancora un esempio, ma questa volta un po' lontano nel tempo.

Chi ogni tanto gira per la mia pagina Facebook avrà intuito che per un anno, fino allo scorso luglio, ero socia dell'Associazione Italiana Endometriosi, come donna affetta da questa malattia, e come psicoterapeuta, sono diventata coordinatrice, per quest'associazione, del gruppo di sostegno per donne affette da endometriosi di Napoli. Inizialmente, mi sono ritrovata a condividere con alcune mie colleghe questa iniziativa, affinché potessero divulgarla.

Una delle mie colleghe un giorno mi disse: "Guarda in realtà c'è una mia amica che ha l'endometriosi, ma quando le ho proposto il gruppo ha fatto proprio una faccia brutta e mi ha detto "nooo! Ma che devo fare io in un gruppo??". Ovviamente per quest'ultimo episodio ci sono diverse riflessioni che si potrebbero fare sulla resistenza a far parte di un gruppo di sostegno, ma il punto a cui voglio arrivare è un altro.

Culturalmente a Napoli, è ancora molta diffusa l'idea che gli psicologi (o psicoterapeuti, perché non si capisce bene quale sia la differenza) curino i matti, è ancora molto diffusa una certa non conoscenza di cosa fa lo psicologo o lo psicoterapeuta, c'è ancora molta diffidenza, ci sono ancora tante credenze distorte intorno al nostro lavoro. Eppure non c'è nessun scuotimento delle anime se ci si deve far prescrivere dal medico di base o da uno psichiatra un po' di xanax ( o "x" farmaco) perché "dottore tengo un po' di ansia, non ce la faccio. Mi dia qualcosa per calmarmi un po'".

Oppure continuiamo a far andare avanti le nostre vite, malandati e acciaccati, senza ascoltare minimamente l'energia vitale che dentro di noi si sta spegnendo, fino a che non ci ritroviamo ad avere un crollo nervoso (quando va bene. Quando va male è un crollo psicotico).

Oppure ancora è così di conforto, sicuro, accogliente il nostro quotidiano dolore che quando siamo improvvisamente colti da un barlume di speranza sulla possibilità che non debbano per forza andare così le cose, ci spaventiamo, arretriamo, scansiamo questa speranza, rinunciamo, ci diciamo che in certe stanza non ci vogliamo andare e cerchiamo di sbarrare quelle porte, forse inconsapevoli del fatto che ci stiamo solo chiudendo dentro.

Cosa ci porta ad essere così diffidenti? Cosa ci accade a pensare che abbiamo una possibilità di riuscire? Cos'è che ci fa davvero paura? Cosa mai potrebbe succedere se lasciamo andare un certo tipo di dolore? Cosa mai potrebbe succedere se pensassimo di avere il diritto ad essere felici? E tutte queste domande sono rivolte a tutt*, me compresa.

Le risposte ancora non ci sono, ma spero che iniziare a porsi delle domande possa essere l'inizio della costruzione di un nuovo sentiero.

Buona domenica!

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Scritto da

Dott.ssa Roberta Felsani

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