Relazioni che fanno soffrire: fantasia, bisogno e “uova”

Si resta in relazioni che fanno soffrire nonostante il dolore. Fantasia, bisogno e paura della perdita spiegano perché è così difficile lasciarle.

11 DIC 2025 · Tempo di lettura: min.
Relazioni che fanno soffrire: fantasia, bisogno e “uova”

Relazioni che fanno soffrire: tra fantasia, bisogno e il paradosso delle "uova"

Ci sono relazioni che, viste dall'esterno, sembrano incomprensibili. Legami che durano nonostante la fatica, la sofferenza, talvolta la ripetizione degli stessi conflitti. Eppure chi ne è coinvolto avverte che lasciarli non è affatto semplice.

Woody Allen, con la sua ironia tagliente, ha colto questo paradosso meglio di molti manuali di psicologia. In una celebre scena, racconta:

«Mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina». «E perché non lo interna?» «E poi a me le uova chi me le fa?»

Il commento che segue è ancora più radicale: i rapporti d'amore sono spesso irrazionali, folli, assurdi, e continuano perché "la maggior parte delle persone ha bisogno di uova".

Dietro una battuta apparentemente leggera si apre una questione centrale nella clinica dell'amore: si resta in un legame non perché è razionale o perfetto, ma perché tocca un punto essenziale del proprio desiderio e del proprio bisogno.


Quando l'amore non è razionale

Molte persone chiedono aiuto psicologico dopo aver tentato a lungo di spiegarsi perché restano in una relazione che fa soffrire. "Perché non riesco a chiudere?" "Perché torno sempre indietro?" "Perché sopporto cose che non dovrei sopportare?"

Le spiegazioni razionali sembrano non bastare. Dire "non mi tratta bene", "non mi ascolta", "non siamo felici" può essere vero, ma non riesce comunque a sciogliere il nodo che mantiene il legame.

Woody Allen, con il suo paradosso, suggerisce un'altra via: si resta perché si ricevono "uova".

Secondo la lettura psicoanalitica, questo significa che una relazione offre qualcosa di più profondo della semplice compagnia o affinità. Offre un nutrimento simbolico: un senso di valore, un'immagine di sé più sopportabile, un modo di colmare un vuoto, un equilibrio affettivo costruito nel tempo.

La domanda non diventa più "perché l'altro si comporta così?", ma "che cosa dà quella relazione?".


Il ruolo delle fantasie nei legami affettivi

Freud, in più momenti delle sue opere, ha sottolineato come in ogni incontro amoroso non ci sia solo la realtà dell'altro, ma anche una quota significativa di fantasia. Lacan renderà questa idea ancora più precisa:Ci si innamora soprattutto delle proprie fantasie, non dell'altro in carne e ossa.

Non si desidera solo una persona, ma ciò che quella persona rappresenta. Una promessa. Un ideale. Una funzione.

E così le relazioni si costruiscono intorno a incastri di fantasia. Quando due fantasie si incontrano e "fanno gioco", il legame può diventare straordinariamente stabile. A volte persino resistente alla sofferenza.

Chi guarda dall'esterno può non capirlo. Ma per chi è dentro, quel rapporto risponde a qualcosa di intimo, profondo, non sostituibile con la ragione.

Ed è qui che la battuta di Woody Allen diventa rivelatrice: non si resta perché l'altro è "giusto", si resta perché rinunciare alle "uova" significa rinunciare a un modo di sentirsi.


Quando lasciare fa più paura che restare

Uscire da una relazione non significa soltanto separarsi da una persona. Significa separarsi da ciò che quella persona permette di sentire o di non sentire.

Molte persone temono di chiudere una relazione perché questo comporterebbe: perdere un ruolo, rinunciare a un'immagine di sé, affrontare un vuoto che il legame contribuiva a tenere lontano, fare i conti con la solitudine o con il timore di non essere desiderati, rinunciare a una fantasia che dava senso alla propria storia affettiva.

In questo senso, restare può sembrare emotivamente più sopportabile che affrontare ciò che la separazione farebbe emergere.

La psicoanalisi mostra come ogni relazione sia anche un modo di organizzare la propria mancanza. L'altro non è mai solo un partner: è una funzione simbolica nella propria vita, un punto intorno al quale si struttura il proprio desiderio.

Per questo chiudere non è "solo una decisione": è un lavoro psichico.


Non esistono relazioni solo sane o solo malsane

Molto spesso si sente parlare di relazioni tossiche, sane, funzionali o disfunzionali. Sono categorie utili, soprattutto dal punto di vista psicoeducativo.

Ma la clinica psicologica mostra che l'amore, quasi sempre, è un compromesso. Un equilibrio tra ciò che fa stare bene e ciò che fa soffrire. Tra ciò che si desidera e ciò che si teme. Tra ciò che si riesce a dare e ciò che si chiede all'altro.

Ogni persona ha le proprie "uova": quello che per qualcuno è intollerabile, per un altro può essere sopportabile; ciò che per una persona è essenziale, per un'altra può non avere alcun valore.

Comprendere i propri "punti di scambio" interni permette di vedere il rapporto con più lucidità, senza giudizi affrettati.


Quando ci si chiede davvero: "Perché resto?"

A un certo punto, soprattutto quando la sofferenza si ripete, possono emergere domande più profonde:

  • Che cosa sto cercando realmente in questo rapporto?
  • Che cosa mi dà?
  • Che cosa temo di perdere se me ne vado?
  • Cosa rappresenta questa persona nella mia storia affettiva?

Sono domande difficili, perché toccano punti importanti: la mancanza, il bisogno, la dipendenza affettiva.

Eppure è proprio da lì che può iniziare un cambiamento. Non un cambiamento imposto, ma un cambiamento che nasce da un ascolto più attento di sé.

La psicoanalisi non invita a "lasciare" o "restare", ma a comprendere cosa, dentro la persona, si muove attorno al legame. Solo da questa comprensione può emergere una scelta più libera.


Conclusione: il paradosso delle "uova"

La battuta di Woody Allen continua a funzionare perché, nella sua leggerezza, dice qualcosa di profondo sulle relazioni umane.

I rapporti d'amore non sono mai completamente razionali. Sono fatti di desiderio, di mancanza, di aspettative e di fantasie. E spesso continuano perché rispondono a qualcosa che non si vede subito, ma che pesa molto nel mondo interno.

La domanda, allora, non è se l'altro sia o meno "una gallina", ma quali sono, per ciascuno, le proprie "uova". Solo comprendendo questo è possibile avvicinarsi al senso autentico del proprio legame e, se necessario, intraprendere un percorso di cambiamento.

Bibliografia

Freud, S.

  • Tre saggi sulla teoria sessuale (1905). Opere, vol. 4.
  • L'Io e l'Es (1923). Opere, vol. 9.
  • Psicologia delle masse e analisi dell'Io (1921). Opere, vol. 9.
  • Osservazioni sull'amore di transfer (1915). Opere, vol. 7.

Lacan, J.

  • Scritti (1966). Einaudi.
  • Il Seminario. Libro I: Gli scritti tecnici di Freud (1953-54). Einaudi.
  • Il Seminario. Libro VIII: Il transfert (1960-61). Einaudi.
  • Il Seminario. Libro XX: Ancora (1972-73). Einaudi.

Miller, J.-A.

  • Introduzione alla lettura di Lacan (a cura di J.-A. Miller). Einaudi.
  • L'Uno-tutto-solo (2011). Casa Editrice Astrolabio.

Altri autori lacaniani utili per il tema dei legami affettivi: Recalcati, M.

  • L'uomo senza inconscio (2010). Raffaello Cortina.
  • Le nuove forme del sintomo (2017). Raffaello Cortina.
  • Il mistero delle cose (2019). Feltrinelli.

McDougall, J.

  • Teatri del corpo (1989). Raffaello Cortina.

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Scritto da

Dott. Valentino Moretto

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