Quote di intimità. Lontananze e vicinanze nel romanzo "Le otto montagne" Paolo Cognetti

Ne "Le otto montagne" di Paolo Cognetti, invece, distanze e vicinanze, soprattutto emotive, sono raccontate in verticale.

21 SET 2017 · Tempo di lettura: min.
Quote di intimità. Lontananze e vicinanze nel romanzo "Le otto montagne" Paolo Cognetti

20 settembre'17

QUOTE DI INTIMITA'

Lontananze e vicinanze ne "Le otto montagne" di Paolo Cognetti

Ivano Calaon – Psicoterapeuta CSTCS Torino

Siamo abituati a pensare la vicinanza e la distanza in orizzontale. Due sedie accostate in una stanza oppure due persone che vivono in città diverse della Pianura Padana. Ne "Le otto montagne" di Paolo Cognetti, invece, distanze e vicinanze, soprattutto emotive, sono raccontate in verticale. E possono anche essere misurate, attraverso le isoipse. Le isoipse (dal greco: "altezza uguale") sono linee curve disegnate sulle mappe e indicano un altezza sul livello del mare. Fanno " a fette" le montagne: se si camminasse seguendo una isoipsa si girerebbe attorno alla cima di un massiccio restando sempre alla stessa altezza. Per raggiungere la cima o tornare a casa, invece, le isoipse vanno attraversate. Tra le altre cose, infatti, servono a capire quanto sono ripidi i sentieri e i versanti delle montagne: più sono vicine, più è inclinato il pendio, e di conseguenza più impegnativo il percorso. I protagonisti del romanzo sono spesso chini su una mappa per decidere il percorso da fare, a che altezza spingersi e quanta salita affrontare. Le sinuosità delle isoipse fanno intuire quanto affannato sarà il respiro, quanto batterà il cuore, da quale punto dell'escursione lo zaino peserà davvero sulle spalle.

La famiglia di Pietro, il narratore della vicenda, passa le vacanze estive in una casa in Val d'Aosta, a Grana, sulle pendici del Monte Rosa. Pietro, sua madre, suo padre leggono le isoipse da punti di vista diversi:

"Forse è vero, come sosteneva mia madre, che ognuno di noi ha una quota prediletta in montagna, un paesaggio che gli somiglia e dove si sente bene. La sua era senz'altro il bosco dei 1500 metri, quello di abeti e larici, alla cui ombra crescono il mirtillo, il ginepro e il rododendro, e si nascondono i caprioli. Io ero più attratto dalla montagna che viene dopo: prateria alpina, torrenti, torbiere, erbe d'alta quota, bestie al pascolo. Ancora più in alto la vegetazione scompare, la neve copre ogni cosa fino all'inizio dell'estate e il colore prevalente è il grigio della roccia, venato del quarzo e intarsiato del giallo dei licheni. Lì cominciava il mondo di mio padre."

Apparentemente non esiste niente di più oggettivo, solido e definito di una montagna, soprattutto una come il Monte Rosa: un poderoso blocco di granito, neve e vegetazione facilmente individuabile anche dalla pianura. Una dura realtà, da tutti i punti di vista. Eppure anche il modo di vivere la montagna, il modo di sentirla è una realtà altrettanto dura, solida e che avrà conseguenze ben precise sulla vita di Pietro. Il padre e la madre di Pietro non vanno mai in montagna insieme. Vanno e vengono insieme da Grana, ma lei si ferma in paese, sta con il figlio, passeggia nel bosco, intreccia relazioni con le persone del luogo. Il padre, appena può, si incammina per l'alta montagna, per le cime, i nevai e i ghiacciai, la solitudine. Ci sono, per Pietro, una montagna materna e una paterna, due estremi tra cui cercare un proprio spazio, una propria quota. Si tratta di due spazi che potrebbero essere misurati con le isoipse e che sono inversamente proporzionali alla quota di intimità che madre e padre sono in grado di tollerare. Tra loro e con gli altri. Man mano che aumenta le pendenza più difficile è stare vicini, fino ad arrivare alla cima, che, in qualche modo, rappresenta il limite ma anche il vertice della solitudine. Quando Pietro entra nella pre-adolescenza, il padre decide di iniziare a portarlo in montagna, o meglio nella "sua montagna". Sta diventando uomo, anzi, maschio, e deve perciò affrontare la "vera" montagna. Lascia i prati e i boschi materni per imparare a muoversi tra le rocce e i ghiacci del padre. E' una continua spinta alla conquista, alla competizione, con se stessi e con gli altri gitanti. Poche parole, comunicazioni di servizio più che dialoghi, e poi testa bassa e camminare. Pietro si adegua, ripensandoci la considera "la cosa più simile a un'educazione" che ha ricevuto dal padre, ma è un'educazione che non riesce ad amare e che, al contrario, genera malessere e risentimento. Raggiungere la cima non è un piacere:

"La fine della tortura arrivava sempre imprevista. Superavo un ultimo salto, aggiravo uno spuntone di roccia, e di colpo mi trovavo davanti una pila di sassi, o una croce di ferro tempestata dai fulmini, lo zaino di mio padre buttato per terra e oltre soltanto il cielo. Era un sollievo più che un'euforia. Non c'era alcun premio per noi lassù: a parte il fatto che non potevamo più salire, la vetta non aveva niente di speciale. Sarei stato più contento di raggiungere un torrente o un villaggio."

Il padre di Pietro non ha molti amici, fa un lavoro che non ama, e la montagna è un modo per scappare da Milano. La pianura è sentita solo come oppressione e appiattimento. Quando incrocia i resti di antichi villaggi in quota, ammira gli uomini che nei secoli passati sono stati capaci di vivere in condizioni ambientali estreme. Pietro si stupisce:

"Non riuscivo a capire come mai qualcuno avesse scelto una vita tanto dura. Quando lo chiesi a mio padre lui mi rispose nel suo modo enigmatico:

  • Non l'hanno mica scelto. Se uno va a stare in alto, è perché in basso non lo lasciano in pace.
  • E chi c'è in basso?
  • Padroni. Eserciti. Preti. Capi reparto. Dipende"

Nel mondo del padre di Pietro l'autenticità è possibile solo nella solitudine e nella natura, mentre la vita collettiva e urbana, compresa la famiglia, è solo conformismo e adattamento. La pianura è popolata da poteri repressivi e persecutori a cui è possibile sottrarsi solo andando in quota. E' depressione, anche e soprattutto perché l'asticella della felicità è posizionata molto in alto. In qualche modo vive la montagna come se fosse cocaina, il suo modo per "tirarsi su" è "tirare di cima", perché in fondo anche per lui andare in montagna non è poi un vero divertimento, un'attività che da un senso di appagamento in sé, ma piuttosto una necessità. Una compensazione per tollerare tutto ciò che di sgradevole e frustrante c'è nella sua vita. Una fuga dal dolore più che un viaggio nel piacere.

In questa tensione tra alto e basso, materno e paterno, città e montagna, si inserisce Bruno. Pietro lo incontra da bambino e nasce un'amicizia, intensa, che durerà tutta la vita e attorno a cui ruota la vicenda del libro. Bruno è nato e cresciuto in montagna, ne sembra quasi un'emanazione diretta, come se fosse un larice, un alpeggio o un laghetto. Grazie alla sua intimità con gli aspetti più nascosti e ombrosi di Grana, spalanca a Pietro un modo completamente nuovo di vivere la montagna:

"Andare in montagna con Bruno non aveva niente a che fare con le cime. E' vero che prendevamo un sentiero, entravamo nel bosco, salivamo di corsa per una mezz'ora, ma poi, in qualche punto noto a soltanto a lui, lasciavamo la strada battuta e proseguivamo per altre vie."

E' come seguire un elfo, un folletto che porta altrove, in un mondo fatto di scoperta, avventura e complicità. All'ombra degli alberi, dentro ruderi diroccati, in fondo a miniere abbandonate, dove il tempo non esiste più, si vagabonda fino a sera senza obiettivi e conquiste, per tornare poi a casa. E quando la mamma chiede: "Cosa hai fatto oggi?" la risposta è: "Niente, sono stato in giro". E' lo spazio del gioco e della creatività dei bambini, quello che crea un contatto tra le emozioni profonde e il mondo esterno e che rende l'universo colorato, comprensibile e interessante. Il cantautore Davide Van Des Froos sintetizza così questa sensazione:

"quando avevo tredici anni correvo nudo come un cavallo, ma respiravo l'universo con il cuore in mezzo alle balle, quando ero più scemo ero molto più buono… quando avevo tredici anni c'era il profumo del rosmarino, quando la rosa si apre dimentica le sue spine… quando avevo tredici anni, avevo anche tredici cuori, adesso il cuore è uno, imbalsamato e non può più correre... "(Il libro del mago)

Ma contemporaneamente, crescendo, Bruno matura una visione pratica e concreta della montagna. Niente di romantico, nessun ritorno alla natura o mito del buon selvaggio, anzi quando parla con i gli amici cittadini di Pietro afferma che per lui "natura" è una parola vuota:

"Siete voi di città che la chiamate "Natura". E' così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia, cose che uno può indicare con il dito. Cose che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perché non serve a niente."

E' il "vero" montanaro, quello più a contatto con la "natura" di tutti e che ha scelto di vivere in quota anche d'inverno. Non si è mai allontanato da Grana e dall'alto della sua esperienza mette a fuoco che non è possibile un rapporto diretto, istintivo, immediato con la natura. C'è bisogno di cemento per tenere su le case, concime per i pascoli, benzina per la motosega. E' un punto di vista che smonta completamente l'approccio alla montagna (e alla vita) del padre di Pietro, e ne smaschera l'ipocrisia e l'ingenuità. In qualche modo l'opposizione tra città e montagna, o tra civiltà è natura, non è poi così vera, perché sui Navigli di Milano, come sulla cresta dei Lyskamm del Monte Rosa , abbiamo sempre bisogno di qualcosa senza cui non possiamo vivere (o sopravvivere).

Secondo Galimberti, questo qualcosa è la tecnica, essenza di noi mortali:

" a differenza dell'animale che vive nel mondo stabilizzato dell'istinto, l'uomo per la carenza della sua dotazione istintuale, può vivere solo della sua azione, che da subito approda a quelle procedure tecniche che ritagliano, nell'enigma del mondo, un mondo per l'uomo." (Psiche e techne – Feltrinelli,1999)

Pietro gira il mondo, Bruno rimane. La loro amicizia ha alti e bassi, anni di lontananza e momenti di intensa vicinanza. Usano tecniche molto diverse per ritagliare e dare forma al mistero della vita. Nei momenti cruciali, tuttavia, ritorna la magia dei pomeriggi passati a correre insieme in montagna e i trucchi che usano per tirare a campare si trasformano, diventano arte di vivere.

Scritto da

CSTCS - Centro Studi per la Terapia della Coppia e del Singolo

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