Quello che ci diciamo... quando non ce lo diciamo
Si esplorano i principali assiomi della comunicazione umana e si sottolinea come la comunicazione non sia soltanto trasmissione di informazioni, ma il modo fondamentale con cui costruiamo e definiamo le relazioni
Spesso rimaniamo sorpresi da un comportamento o da una reazione, e ci chiediamo: "Perché l'ha fatto?" o "Cosa voleva dire?".
La risposta non la troviamo soltanto nelle parole o nell'azione isolata, ma nel contesto in cui quel gesto o quella frase prende forma. In altre parole, per capire davvero la comunicazione, bisogna guardare l'intero scambio: chi comunica, chi ascolta, cosa c'è tra di loro e come si muovono dentro quella relazione.
Proprio per aiutarci a leggere questi intrecci, la Scuola di Palo Alto ha individuato cinque assiomi fondamentali della comunicazione umana. Si tratta di lenti attraverso cui osservare come comunichiamo, come ci capiamo o meno, e come certe modalità di scambio possano generare problemi.
Questi assiomi sono:
1. Non si può non comunicare, ogni comportamento è comunicazione
2. Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione
3. La punteggiatura della sequenza degli eventi
4. La comunicazione numerica e analogica
5. Le interazioni possono essere simmetriche o complementari
1. Non si può non comunicare
Ogni interazione umana è comunicazione. Ogni gesto, atteggiamento, silenzio o scelta, anche se involontaria, assume un significato per chi ci osserva.
Se ci fermiamo a pensare, non possiamo "non comportarci", e quindi non possiamo non comunicare. Pensiamo a un collega che ci parla mentre siamo concentrati sul computer: il nostro continuare a scrivere comunica qualcosa, sia che vogliamo mostrare urgenza, disinteresse o semplicemente necessità di concentrarci.
Ogni comportamento diventa un messaggio e l'insieme di messaggi costituisce un'interazione.
Le patologie legate a questo assioma si manifestano quando si tenta di non comunicare. Quando una persona prova a sottrarsi allo scambio, sta comunque inviando un messaggio. Il problema che emerge, tuttavia, è legato al fatto che in questo modo la comunicazione non è chiara, è poco congrua o ambigua, confusa, spesso percepita come rifiuto o chiusura.
Esempi tipici includono ignorare l'altro facendo finta di dormire o usare silenzi ostili. Questi comportamenti alimentano malintesi e tensioni, poiché non è possibile capire cosa stia succedendo realmente. L'altro è spinto a muoversi tramite proprie supposizioni.
Anche il tentativo di sottrarsi a una comunicazione autentica diventa quindi un messaggio, spesso carico di tensione, percepibile nell'atmosfera relazionale.
2. Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione
Ogni comunicazione trasmette delle informazioni: questo è l'aspetto di contenuto, ovvero stiamo dicendo "qualcosa", anche in modo esplicito.
Esiste poi un aspetto di relazione, che definisce il tipo di rapporto tra i comunicanti, ovvero il "come" si percepiscono e definiscono il loro rapporto.
Ad esempio, una madre che dice al figlio "Vai a lavarti" non trasmette solo un ordine concreto, ma anche una definizione implicita della relazione: chi ha autorità e chi è subordinato.
Nella vita quotidiana capita spesso di litigare non per i fatti in sé, ma per come ci si sente trattati. Si reagisce quindi a come si percepisce la relazione e non tanto al contenuto in sé. Un figlio potrebbe ribellarsi non tanto all'invito a vestirsi, quanto al modo in cui percepisce l'autorità genitoriale.
Quando un conflitto nasce sul piano della relazione ma viene affrontato come se riguardasse solo il contenuto, si crea un cortocircuito comunicativo. Le persone discutono dei fatti, degli argomenti, delle ragioni, ma il vero nodo rimane nascosto: il modo in cui si sentono trattate.
Finché non si riconosce questo livello relazionale, cioè come ciascuno percepisce l'altro e il modo in cui l'altro si pone, le incomprensioni si ripetono. È come aggiustare un rubinetto quando in realtà è l'impianto a perdere.
Le patologie del secondo assioma emergono quando questa differenza di piani non viene vista. Si continua a litigare su "chi ha ragione e chi ha torto" senza accorgersi che il disaccordo nasce da come ci si sente nella relazione.
Per comprendere questa differenza è importante imparare a metacomunicare, ovvero cogliere cosa sta accadendo realmente nello scambio, in quel momento, a livello relazionale. Porsi quindi la domanda "Che cosa sta succedendo tra noi mentre parliamo?" può essere un ottimo inizio.
3. La punteggiatura della sequenza degli eventi
Ogni scambio comunicativo è come un flusso continuo: non c'è mai un vero inizio o una fine netta. Ci sono azioni che si ripetono, risposte che generano altre risposte, piccoli movimenti che si intrecciano.
Eppure, ciascuno di noi tende a "punteggiare" questa sequenza, cioè a decidere da dove parta realmente la questione.
È un po' come quando due persone si accusano a vicenda:
"Mi chiudo perché sei freddo."
"E io sono freddo perché ti chiudi."
Ognuno è convinto di reagire all'altro, e così il cerchio si chiude su sé stesso. In realtà non c'è un "colpevole", ma due punteggiature diverse della stessa danza relazionale.
Nelle situazioni quotidiane questo meccanismo appare chiarissimo: un partner risponde in modo secco perché si sente trascurato, l'altro si sente aggredito e replica con freddezza. Il primo interpreta la freddezza come ulteriore disinteresse e via dicendo.
Spesso basta cambiare la punteggiatura, cioè riconoscere che ognuno sta reagendo a qualcosa, per far entrare aria nuova nel dialogo.
Le patologie legate a questo assioma emergono quando la punteggiatura diventa rigida. Ognuno è convinto della propria narrazione e non riesce più a vedere la circolarità dello scambio. Tutto si incastra, si irrigidisce, e la relazione si muove su binari ripetitivi.
In questi casi non è la singola frase a far male allo scambio, ma la posizione relazionale in cui ciascuno resta bloccato. Accorgersi della danza reciproca imparando a metacomunicare, invece, riapre la possibilità di cambiare passo.
4. La comunicazione numerica e analogica
Comunicare non significa solo usare parole. Le parole possono definirsi come la parte "numerica" del messaggio: sono precise, spiegabili, traducibili.
Ma la parte più potente, e spesso più rumorosa, è quella "analogica", cioè tutto ciò che passa attraverso la voce, il tono, i gesti, lo sguardo, la postura.
È per questo che possiamo dire "Sto bene" con un sorriso sincero oppure con le spalle chiuse e un filo di voce, e il messaggio cambia completamente. Il corpo parla sempre e spesso racconta ciò che le parole non riescono a dire o ciò che stiamo cercando di trattenere.
Nella vita quotidiana è molto comune che l'incomprensione nasca proprio da qui: da una distanza tra la comunicazione verbale e non verbale. Pensiamo a un collega che risponde "Tranquillo, nessun problema" con tono rigido, oppure a un partner che dice "Fai pure come vuoi" ma si irrigidisce visibilmente. Le parole dicono una cosa mentre il resto del corpo ne dice un'altra.
È plausibile quindi che l'altro colga la parte analogica e metta in dubbio la sincerità del contenuto, sentendo questa incongruenza tra i diversi piani.
Le patologie del quarto assioma emergono quando questa distanza rimane costante. La persona non sa quale livello ascoltare, si sente confusa, in allerta, non sicura di ciò che accade davvero. La comunicazione diventa un terreno scivoloso dove tutto può essere reinterpretato.
Ritrovare coerenza tra ciò che si dice e ciò che si mostra, o avere il coraggio di dire apertamente "Mi viene difficile parlarne, ma dentro sento altro", può riportare sicurezza nella relazione.
A volte, queste incongruenze tra ciò che viene detto e ciò che viene comunicato sul piano della relazione (secondo assioma), e l'incongruenza tra la parte analogica e quella numerica, possono diventare ancora più complesse. Fino a creare una vera e propria trappola comunicativa: il doppio legame.
Si verifica quando una persona riceve due messaggi contraddittori su piani diversi — per esempio uno verbale e uno non verbale, o uno di contenuto e uno di relazione — che non possono essere soddisfatti contemporaneamente.
È quella situazione in cui le parole indicano una direzione, ma il tono, lo sguardo o l'atteggiamento ne suggeriscono un'altra, e qualsiasi scelta sembra sbagliata.
Pensiamo a frasi come:
"Fai come vuoi", dette con un tono che punisce davvero quella libertà.
Oppure: "Puoi parlarmi di tutto", ma chi lo dice si irrigidisce non appena l'altro prova ad aprirsi.
La persona si ritrova così a muoversi in un territorio incerto, dove seguire il contenuto significa tradire la relazione, e seguire la relazione significa tradire il contenuto. Nel tempo questa modalità può generare confusione, senso di colpa e insicurezza nelle proprie percezioni.
Riconoscere l'esistenza di un doppio legame permette di dare nome a quella tensione sottile che spesso accompagna le relazioni problematiche: non è la persona "sbagliata", ma la struttura stessa del messaggio che è paradossale.
Vedere il paradosso è spesso il primo passo per uscirne.
5. Le interazioni possono essere simmetriche o complementari
Ogni relazione oscilla naturalmente tra momenti in cui ci si percepisce alla pari (modalità simmetrica) e momenti in cui uno guida e l'altro segue (modalità complementare).
Entrambe le modalità possono essere funzionali: due amici possono confrontarsi alla pari, mentre in un contesto lavorativo può essere utile che uno prenda temporaneamente una posizione di guida.
La problematicità nasce quando queste modalità si irrigidiscono. Nella simmetria rigida può emergere una sorta di competizione sotterranea: chi ha ragione? chi decide? chi cede per primo?
È così possibile iniziare a competere senza accorgersene, allontanandosi dalla reale possibilità di una vicinanza autentica all'altro.
Nella complementarità rigida, invece, i ruoli si cristallizzano: uno è sempre quello forte, deciso, competente mentre l'altro è quello che segue, dipende, si adegua.
È una forma di scambio che a lungo andare può limitare la crescita di entrambi.
Nella vita quotidiana questo appare spesso nelle coppie dove un partner si occupa sempre dell'organizzazione familiare e l'altro aspetta indicazioni; oppure entrambi vogliono decidere e ogni discussione diventa un braccio di ferro.
Non sono i ruoli in sé a creare il problema, ma la mancanza di flessibilità e movimento.
Le patologie del quinto assioma emergono infatti quando la relazione perde elasticità. La comunicazione si appiattisce, diventa prevedibile e talvolta soffocante.
Risulta importante trovare un equilibrio dinamico tra queste modalità, alternarsi, riconoscere i propri bisogni e quelli dell'altro, permettere alla relazione di cambiare forma e rendere lo scambio più vivo, autentico e cooperativo.
In questi scenari comunicativi, la terapia ha un ruolo prezioso: ci offre lo spazio per osservare la comunicazione mentre avviene, per far emergere quei meccanismi nascosti che spesso guidano i nostri conflitti e le nostre sofferenze.
Spesso, come abbiamo visto, non è tanto il contenuto dei messaggi a creare attrito, quanto il modo in cui vengono trasmessi e ricevuti.
L'Analisi Transazionale offre strumenti per leggere questi processi. Gli Stati dell'Io (Genitore, Adulto, Bambino) ci aiutano a capire da quale voce interna comunichiamo, a riconoscere dinamiche come svalutazione, competizione o rigidità, così come le transazioni tra questi Stati rivelano quando la comunicazione è autentica, contaminata o distorta.
In terapia possiamo sperimentare tutto questo in modo concreto e vivo: portare alla luce automatismi, provare nuove modalità di interazione, riorganizzare la relazione con noi stessi e con gli altri.
Così, la comunicazione smette di essere solo un oggetto di analisi e diventa uno strumento di trasformazione, un ponte che ci avvicina a cosa comunichiamo… anche quando non comunichiamo!
Le informazioni pubblicate da GuidaPsicologi.it non sostituiscono in nessun caso la relazione tra paziente e professionista. GuidaPsicologi.it non fa apologia di nessun trattamento specifico, prodotto commerciale o servizio.
PUBBLICITÀ
PUBBLICITÀ