QUELLA MALEDETTA PAURA DI NON ESSERE ALL'ALTEZZA

Nel mondo mediato dai social, il senso di inadeguatezza è sempre in agguato e ci rende sempre più vulnerabili e dipendenti dai feedback altrui. Perché accade? Come ne usciamo?

26 FEB 2025 · Tempo di lettura: min.
QUELLA MALEDETTA PAURA DI NON ESSERE ALL'ALTEZZA

A chi non è capitato almeno una volta di sentirsi inadeguato, o di sentire di non essere abbastanza qualcosa? Abbastanza intelligenti, abbastanza belli o magri o alti, abbastanza performanti, abbastanza simpatici o popolari e così via. Una tendenza questa, che si manifesta in modo particolarmente marcato in adolescenza ma che oggi sembra diffondersi in modo virale a qualsiasi livello, indipendentemente dall'età o dal contesto sociale e culturale (Erikson, 1968; Harter, 2012).

In passato un sentimento diffuso era il senso di colpa, forse per il prevalere di un sistema educativo improntato alla disciplina e all'autorità, al quale si cercava di reagire trasgredendo le regole. Oggi questo sentimento sembra del tutto tramontato, forse per via di modelli educativi basati su relazioni paritarie e comunque meno rigorosi, se non del tutto carenti di limiti. Di contro e quasi paradossalmente, oggi sembra aumentare il sentimento di inadeguatezza, ben oltre la normale fisiologia di una condizione di per sé necessaria al superamento dei propri limiti e al superamento delle sfide che portano l'individuo a costruire la propria identità, tagliando per così dire il cordone ombelicale con i genitori (Ehrenberg, 1998; Bauman, 2000).

Ho l'impressione che il nuovo contesto sociale, mediato dalle tecnologie, abbia avuto un ruolo dirimente nel diffondersi di quella che può diventare una patologia invalidante a tutti gli effetti: si tratta della ATELOFOBIA, letteralmente paura o fobia (phóbos) dell'imperfezione o incompletezza (atelès). Il confronto sociale, che è sempre esistito, oggi è continuo, pervasivo e amplificato dalla visibilità permanente offerta dai social media, contribuendo all'interiorizzazione di standard irrealistici (Festinger, 1954; Vogel et al., 2014).

A livello clinico rientra tra i disturbi d'ansia e si esprime con la paura irrazionale e persistente di commettere errori, essere criticati o non soddisfare gli standard di perfezione propri o istillati da altri (compresi i modelli diffusi dai media…). È opportuno precisare che l'atelofobia non compare come categoria diagnostica autonoma nel DSM-5, ma viene utilizzata come etichetta descrittiva per una costellazione di sintomi riconducibili all'ansia da prestazione, al perfezionismo disfunzionale e alla paura del fallimento. Una paura che può portare, oltre all'ansia, bassa autostima e reticenza nel compiere azioni rischiose o nel tentare nuove attività per paura di fallire (Orth & Robins, 2014). Chi ne soffre diventa molto critico nei confronti di tutto ciò che dice o fa e manifesta una tendenza all'insoddisfazione generale che si traduce in un'insicurezza in molteplici ambiti sia professionali sia personali e che nei casi più gravi può arrivare agli attacchi di panico (Barlow, 2002).

L'atelofobico cerca costantemente di perfezionare, rielaborare o migliorare qualcosa che è già molto apprezzato da coloro che lo circondano o si pone continuamente obiettivi che gli permettano di sentirsi gratificato ed accettato, ma si tratta spesso di obiettivi impossibili da raggiungere che per questo alimentano un circolo vizioso di insoddisfazione e frustrazione (Frost et al., 1990). Ma questa condizione va ben oltre l'abitudine di stabilire standard troppo elevati che caratterizza anche il perfezionismo, perché paralizza e blocca i rinforzi anziché motivare. Molti perfezionisti rispondono all'ansia lavorando di più. L'atelofobico viceversa si paralizza, non agisce, evita le situazioni nuove pur di scansare possibili fallimenti (Egan et al., 2011). Il perfezionista desidera ottenere un risultato per avere successo personale. L'atelofobico non punta al successo personale ma alla "perfezione" in quanto tale, con ciò condannandosi all'imperfezione.

Le cause di questo disturbo, a qualsiasi livello di gravità si manifesti – da un lieve sentimento di inadeguatezza alla compromissione del regolare svolgimento delle attività quotidiane – non sono ancora chiare. Potrebbe trattarsi di una predisposizione genetica o di un evento traumatico, ma sembra che nella maggior parte dei casi si tratti di una reazione appresa che compare già in tenera età e che nel corso degli anni si intensifica fino a diventare cronica (Hewitt & Flett, 1991). Talvolta a causa delle aspettative eccessive di amici, insegnanti o genitori, o ancora per il ricordo di un fallimento particolarmente significativo. Le donne risultano statisticamente esserne maggiormente colpite, probabilmente per il diverso sguardo e le diverse aspettative con cui, sin da bambine, vengono osservate ed educate (Gilligan, 1982; Fardouly & Vartanian, 2016).

CIÒ DETTO, COME NE USCIAMO? Tralasciando gli aspetti clinici, troppo lunghi per un articolo divulgativo, alcune indicazioni possono essere utili in termini di auto-aiuto. Mi piace definirlo paradigma del "quanto basta". Non si tratta di un passivo "accontentarsi" o di puntare a una via di mezzo dal sapore di "mediocrità", anzi. Si tratta viceversa di ricercare continuamente l'equilibrio tra un livello di ambizione funzionale al miglioramento continuo e, d'altro canto, la soddisfazione autentica per ogni singolo passo compiuto in quella direzione. I greci lo chiamavano katamétron, la "giusta misura" (Aristotele).

Concretamente, si tratta di apprendere a porsi obiettivi che siano adeguatamente definiti, cioè chiari, che per noi abbiano un valore e che siano realistici, cioè realizzabili in base al contesto e al tempo che abbiamo (Locke & Latham, 2002). Poi, imparare a riconoscere a noi stessi i piccoli o grandi successi ottenuti, valorizzando gli sforzi compiuti e la costanza dell'impegno, spostando il focus dalla prestazione alla motivazione autentica (Ryan & Deci, 2000).

In sintesi, dovremmo fare chiarezza su ciò che davvero ci interessa realizzare, valutare a che punto siamo rispetto a questo e impegnarci a realizzarlo, un passo alla volta, invertendo la naturale tendenza a minimizzare i risultati raggiunti e massimizzare ciò che ancora manca.

Un po' come quando dobbiamo scalare una montagna, se guardiamo fissi la cima, questa ci apparirà sempre lontana rendendo frustrante la risalita; se viceversa ogni tanto ci fermiamo e ci voltiamo all'indietro, ci rendiamo conto con stupore di quanta strada abbiamo percorso e così ci ritempriamo per proseguire il nostro cammino.


Bibliografia

American Psychiatric Association. (2022). DSM-5-TR: Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed., text rev.). Washington, DC: APA.

Aristotele. Etica Nicomachea.

Bauman, Z. (2000). Liquid modernity. Cambridge: Polity Press.

Barlow, D. H. (2002). Anxiety and its disorders. New York, NY: Guilford Press.

Egan, S. J., Wade, T. D., & Shafran, R. (2011). Perfectionism as a transdiagnostic process. Clinical Psychology Review, 31(2), 203–212.

Ehrenberg, A. (1998). La fatica di essere se stessi. Torino: Einaudi.

Erikson, E. H. (1968). Identity: Youth and crisis. New York, NY: Norton.

Festinger, L. (1954). A theory of social comparison processes. Human Relations, 7(2), 117–140.

Frost, R. O., Marten, P., Lahart, C., & Rosenblate, R. (1990). The dimensions of perfectionism. Cognitive Therapy and Research, 14(5), 449–468.

Gilligan, C. (1982). In a different voice. Cambridge, MA: Harvard University Press.

Harter, S. (2012). The construction of the self (2nd ed.). New York, NY: Guilford Press.

Hewitt, P. L., & Flett, G. L. (1991). Perfectionism in the self and social contexts. Journal of Personality and Social Psychology, 60(3), 456–470.

Locke, E. A., & Latham, G. P. (2002). Building a practically useful theory of goal setting. American Psychologist, 57(9), 705–717.

Orth, U., & Robins, R. W. (2014). The development of self-esteem. Current Directions in Psychological Science, 23(5), 381–387.

Ryan, R. M., & Deci, E. L. (2000). Intrinsic and extrinsic motivations. American Psychologist, 55(1), 68–78.

Vogel, E. A., Rose, J. P., Roberts, L. R., & Eckles, K. (2014). Social comparison, social media, and self-esteem. Psychology of Popular Media Culture, 3(4), 206–222.

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Scritto da

Dott.ssa Letizia Ciancio

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