Quanto si deve essere “grandi” per poter essere “piccini” oggi?

Come possiamo occuparci e pre-occuparci dello sviluppo dei più piccoli, se tendiamo a non occuparci e pre-occuparci di ciò che è stato il il nostro e che ci ha resi gli adulti che siamo?

11 APR 2020 · Tempo di lettura: min.
Quanto si deve essere “grandi” per poter essere “piccini” oggi?

Credo che "oggi più che mai" risulti davvero complesso garantire ai "più piccoli" un Diritto all'Infanzia Sufficientemente Buono, in quanto, anche prima della pandemia in corso, non era affatto semplice trovare e mantenere una Qualità di Vita sufficientemente Buona per chiunque; figuriamoci per chi si sta "formando", in "tenera" età di sviluppo psico-motorio.

Come possiamo occuparci e pre-occuparci dello sviluppo dei più piccoli, se tendiamo, a causa di una condizione di sovraccarico generale, a non occuparci e pre-occuparci di ciò che è stato il nostro e che ci ha resi gli adulti che siamo?

A mio modesto parere, eravamo già in una situazione di "iper-tendenza al giudizio negativo", verso sé e l'altro, "iper-mala-informazione-incoerente-demotivante" e "ipo-strutturazione di personalità-cocostruzione di sogni e progetti". Beh, Gente; oggi più che mai siamo in una condizione di sovraccarico, ma, forse che forse, possiamo avere la possibilità di ritagliarci un tempo per riflettere.

Recentemente ho letto, ri-elaborato e condiviso la "frase-invito": "Sii la calma che vuoi vedere in tuo figlio", che credo si possa ampliare con "sii la gioia […] il coraggio […] la coerenza […] il rispetto […] et al, che, forse, si possono inserire all'interno di "Sii l'adulto di cui avevi bisogno quando eri un bambino".

Eh, bella sfida!

Vista in questi termini, essere e fare i genitori può, quindi, risultare una occasione più unica che rara per provare a prendersi cura, in modo onesto, se pur faticoso, anche del proprio "bambino interiore"; quindi, della propria storia, dei propri genitori e contesti di appartenenza di origine, di chi siamo oggi e di chi vorremmo essere. Credo che solo passando attraverso a simili "pezzi di consapevolezza" possiamo creare delle buone basi per la crescita dei nostri figli.

Quando uso l'espressione "oggi più che mai", mi riferisco al preciso periodo storico che stiamo vivendo, all'interno di una pandemia, ovvero una situazione sanitaria di emergenza, che ci accomuna ed unisce, se pur ognuno a casa propria. Nessuno è escluso da questa enorme sfida e tutti siamo chiamati a proteggerci dal virus in sé e per sé, ma anche da ciò che può comportare a livello psicologico, per noi e per i nostri cari. Degna di nota credo che sia da considerarsi la protezione dei più "fragili", per condizioni psico-socio-sanitarie compromesse e-o età, quindi sviluppo psico-motorio in corso.

In questo articolo proverò a porre il focus su quest'ultima categoria, nello specifico bimbi di età compresa tra 0 e 5 anni, i quali vivono il tempo presente cercando e ricercando le proprie basi sicure.

"Base sicura" per questi bambini, già dal grembo in realtà, sono le loro figure di riferimento, caratterizzate da una complessità unica e peculiare. Se queste figure di riferimento si impegnano "a stare bene", necessariamente, questo avrà un impatto positivo sulle creature di cui sono direttamente i primi responsabili. "Stare bene" a livello psico-fisico non è affatto semplice, comporta un lavoro lungo una vita e, a mio modesto parere, quel che conta non è tanto il risultato, che può essere effimero o precario, bensì l'impegno che ci si mette, la volontà di fare ed essere meglio, la consapevolezza che ciò che siamo e che vorremmo essere, dipende da ciò che siamo stati, nel bene e nel male. Ognuno di noi è portatore di una storia di vita piena di sogni e ferite e credo sia doveroso prendersene cura, specie se si è, appunto, direttamente responsabili di una o più "piccole grandi vite" altrui.

Uso spesso l'espressione "sufficientemente buono" perché ritengo che non sia "sufficientemente sano" mirare ad un ideale di perfezione, bensì ad una condizione di benessere, appunto, sufficientemente buona per sé, nel pieno rispetto della propria unica storia, sulla base di quelle che sono le proprie risorse.

Ora, per esempio, se i miei genitori hanno strutturato la rispettiva personalità su un costrutto di senso di colpa e, conseguentemente, hanno portato me a strutturare la mia personalità su un costrutto di inadeguatezza, esiste un margine di rischio che i miei figli ereditino una grande possibilità di strutturare la loro personalità su un bel mix di senso di colpa ed inadeguatezza. Quindi, per esempio, se i miei genitori non si sono mai realizzati professionalmente e hanno fatto tanti sacrifici per "portare a casa la pagnotta", è possibile che sul tavolo, oltre alla suddetta pagnotta, abbiano anche messo tanta frustrazione e rabbia, proiettando su di me tutte le loro mancanze. Io ho fatto fatica a costruire i miei sogni e non mi sono mai sentito all'altezza. Senza obiettivi troppo chiari, spinto da motivazione più estrinseca che intrinseca, bombardato da informazioni negative sulla crisi del mercato del lavoro, ho fatto scelte che mi hanno portato a fare un lavoro che in realtà non mi soddisfa, ma sono spinto a credere che non ci siano possibilità migliori. E' possibile che i miei figli crescano, di conseguenza, con un surplus di rabbia servito sul tavolo che, magari, esprimono "urlando come macachi e arrampicandosi sui muri". E' possibile che si comportino così anche a scuola o che, forse, mostrino anche di peggio e, di conseguenza, che vengano sottoposti a valutazioni varie e poi "etichettati" con una qualche diagnosi. Anche questo potrebbe portare ad un eccesso di rabbia e frustrazione, in una storia familiare che, purtroppo, si ripete con uno o più circoli viziosi.

Oppure potrebbe anche accadere che la scia sopra ipotizzata e brevemente descritta porti ad una paradossale condizione di "bambinocentrismo", all'interno della quale il bambino, non ancora formato, diventa unico motivo trainante dell'intera famiglia. All'interno di questa situazione ipotetica, io genitore adulto, che mi porto appresso tante fatiche legate a paragoni o svalutazioni varie subite a causa di altrettante frustrazioni non risolte altrui, riempia i miei figli di complimenti ed elogi in modo eccessivo, neanche sempre aderente a quel che accade realmente. Quindi, dai primi giorni di vita fino a "data da mai destinarsi", ad ogni "ue" seguono molteplici risposte immediatamente volte al soddisfacimento di bisogni, forse ancor prima che emergano necessità reali. Se non riesce in questo intento la mamma interviene il papà, poi ancora la mamma, poi riprovano insieme, poi ci si mettono i nonni (aventi comunque diritto assoluto, per antonomasia, al ruolo di "viziatori", a patto che le altre figure trovino una quadra sufficientemente buona tra "sì e no", così come che ci si trovi in una situazione in cui i ruoli siano distinti e riconosciuti da tutti i membri)… ma perché no, anche i vicini di casa, i commercianti del quartiere, poi il vescovo, poi la fata turchina e via discorrendo. In questo modo, potrebbe nascere un nuovo costrutto del "tutto e più, ancor prima di subito", sul quale il bambino potrebbe "costruire" la sua personalità.

Trattasi davvero di faccende complesse.

Provo ora a passare da ipotesi general-generiche, di possibili quadri familiari, ad alcuni esempi, che diverse persone hanno condiviso con la sottoscritta in questi ultimi giorni (non cito testualmente frasi originali, ma raccolgo alcuni stralci di condivisioni, con intento rappresentativo-descrittivo).

"Io, genitore di x, y e z, sono terrorizzato da questo virus. Non riesco a fare a meno di continuare ad entrare su Facebook. Sento la necessità di restare connesso, ricevo e condivido su WhatsApp centinaia di messaggi, un po' in loop. Ricevo e faccio diverse chiamate e video-chiamate, in cui mi confronto con parenti e amici su ciò che accade, parlando apertamente di numeri e informazioni allarmistiche, esprimendo il mio terrore o la mia rabbia verbalmente, ad alta voce, mentre i miei figli giocano o guardano i cartoni, ad un passo da me. Sono troppo preso da queste mie emozioni e continuo ad attuare comportamenti compulsivi, per rendermi conto che i miei bambini, mentre giocano o guardano i cartoni, colgono, captano, sentono tutto ciò che dico e mi convinco che dire loro frasi leggere e rassicuranti come "andrà tutto bene", "è solo una influenza un po' più forte delle altre" "è come se fosse una lunga vacanza", basti a supportarli anche psicologicamente in questa esperienza. Telefono, pc, tablet e televisione ci tengono connessi al mondo e ci intrattengono. Stare a casa e non uscire ci protegge dal virus e questa è l'unica cosa che conta; al momento, non riesco a pensare a possibili conseguenze psico-fisiche presenti o future".

Non ho usato il singolare a caso con la formula "io, genitore di x,y,z […]", in quanto la maggior parte dei colloqui che svolgo, in supporto alla genitorialità, vedono, infatti, di norma, un solo genitore "portatore" di possibili domande, in merito ad esempi di temi sopra proposti. "Fare squadra" come genitori non risulta essere affatto semplice e spesso capita che uno dei due (per retaggio culturale, di norma, la mamma) si trovi a vivere una situazione di sovraccarico, nel "tenere insieme tutti i pezzi" (figli, lavoro, casa, rapporti extra-familiari et al). Credo che oggi più che mai sia importante riuscire a distribuire i vari carichi all'interno delle proprie famiglie, ora che la responsabilità educativa dei propri figli è unicamente nelle mani dei rispettivi genitori, all'interno delle proprie abitazioni.

Anche le varie forme di "smart-working" (no, dico... chiamiamolo "smart") possono portare ad incontrare maggiori difficoltà nel tenere separati discorsi adulti e infantili, in termini di tempi, modi e contenuti.

Impegnarsi ad operare questa distinzione non significa tenere i bimbi in una "campana di vetro informativa", fine a sé stessa, bensì adattare parole, tempi e modi ai loro specifici strumenti cognitivi, emotivi e comportamentali, sulla base dell'età di riferimento.

Anche l'uso della tecnologia andrebbe, forse, tarato sulla base di questi strumenti, con senso e buon senso. Sicuramente può risultare un supporto se, per esempio, integrato ad altre possibili attività. Una video-chiamata con i nonni può anche essere finalizzata alla condivisione di un disegno fatto con mamma e papà e svolta nel rispetto dei tempi di tutte le parti. Se fare la video-chiamata è un bisogno impellente del nonno di turno, ma il bambino, in quel momento è piacevolmente impegnato nel fare altro, sicuramente ha senso fare al bambino in questione una proposta di video-chiamata, ma risulta ben diverso obbligarlo ad interrompere quel che stava facendo "perché deve salutare il nonno". In un caso simile è possibile che questo "dovere" plachi l'ansia momentanea sia del nonno che del genitore, ma che la generi in qualche misura nel bimbo. Allo stesso modo, un bimbo può esprimere il desiderio di video-chiamare il nonno, ma sta al buon senso del genitore, per esempio, non pretendere che il nonno in questione risponda alla video-chiamata in tempo zero perché "il bambino vuole adesso, altrimenti piange".

Oltre ad attività manuali o relazional-social-sociali, credo che risulti importante cercare di garantire delle forme di movimento, anche se in ambienti piccoli o senza spazi all'aperto. Per i più piccoli si parla, infatti, di "sviluppo psico-motorio", il movimento rientra pienamente tra gli elementi necessari allo sviluppo stesso. Potrebbe essere un'idea provare, per esempio, a creare dei mini-percorsi ad ostacoli o dei canestri improvvisati, anche in casa. Qualsiasi oggetto può essere rivisto nelle sue funzioni abituali e in questa opera di fantasia creativa, in realtà, ci si può far insegnare dai bambini stessi, cogliendo i loro segnali o accogliendo le loro proposte (chiaramente, sempre rivisitandole sulla base della garanzia di sicurezza possibile, di cui gli adulti possono avere una percezione più completa e realistica, a patto che non soffrano di "ansia generalizzata" e proiettino anche su questo).

Occuparsi e pre-occuparsi di aspetti simili per i più piccoli, in realtà, può essere anche una forma di tutela per gli adulti di riferimento stessi. Può infatti essere una occasione per strutturare o ristrutturare in progress tempi, contenuti e modi che caratterizzano le intere giornate. Dividersi tra gioco e smart-working, per esempio, già risulta molto sfidante, sia per gli adulti che per i bambini. Provare ad integrare "pancia, cuore e testa" anche rispetto all'uso della tecnologia, per sé e per gli altri, può risultare una bella opportunità tutelante rispetto al contenimento di rischio di sovra e mala informazione.

Ci tengo a specificare che le riflessioni e gli esempi di cui sopra si riferiscono a situazioni che si muovono in una sorta di continuum, rispetto al livello di "sufficienza di bontà e salute complessiva", dei membri che compongono un determinato nucleo familiare. Più ci si sposta lungo un asse, piuttosto che un altro, e più ci sarà o meno margine di lavoro e miglioramento. Le situazioni caratterizzate da importanti disturbi psico-patologico-psichiatrici di uno o più membri, che comportano condizioni di maltrattamento psico-fisico, meriterebbero spazi, tempi e luoghi di approfondimento e lavoro altri, rispetto ad un articolo di natura divulgativa come potrebbe essere questo. L'obiettivo, infatti, vuole essere la condivisione di spunti di riflessione general-generici, a partire da esperienze di vita condivise con la sottoscritta, in termini personali e professionali.

Insomma, credo che questo particolare periodo, completamente nuovo e imprevisto, ci stia offrendo delle opportunità di riflessione sufficientemente buone, per noi, i nostri cari, i nostri figli. Il mio invito e augurio vuole essere quello di cogliere, accogliere e sfruttare al meglio una simile occasione di crescita e ri-crescita.

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