Quando la paura del fallimento aumenta lo stress lavorativo

Tutti noi siamo esposti a dinamiche lavorative che quotidianamente interagiscono con la nostra individualità. Scoprire questi meccanismi è di supporto al proprio benessere lavorativo.

27 GIU 2019 · Tempo di lettura: min.

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Quando la paura del fallimento aumenta lo stress lavorativo

Tutti noi siamo esposti a dinamiche lavorative che quotidianamente interagiscono con la nostra individualità. La combinazione data dal contesto organizzativo nel quale siamo immersi, le dinamiche di gruppo che al suo interno si sviluppano e le nostre caratteristiche di personalità determinano un risultato che potremmo definire, in prima istanza, e complessivamente, la qualità del nostro Benessere nel lavoro.

L'argomento risulta complesso in quanto ognuna delle tre precedenti dimensioni viene determinata da molteplici variabili in gioco.

Quello che in questo articolo si vuole analizzare è la relazione che lega la dimensione dello stress lavorativo con la nostra sensazione di non raggiungere il compito/obiettivo a noi assegnato, in genere dal proprio responsabile.

Dividiamo per semplicità l'argomento seguendo due punti di vista:

  • aspetti organizzativi;
  • aspetti individuali;

Di seguito una breve sintesi di alcuni degli elementi caratterizzanti le due dimensioni, che ho scelto di estrarre per ragioni di spazio ed in quanto, nelle personali esperienze aziendali, sono risultate molto frequenti fra gli individui.

Aspetti organizzativi

L'essere umano funziona secondo leggi e logiche cognitive che potremmo associare, secondo la logica cognitivista iniziale, alla similitudine esistente fra mente e calcolatore. Detto questo, quando un compito/obiettivo viene assegnato, la nostra sensazione di sicurezza è influenzata da molteplici fattori, e alcuni di questi, estrapolati per l'articolo, sono:

  • 1. autonomia nella conduzione dell'attività e sufficienza delle risorse disponibili;
  • 2. tempistica sfidante ma sostenibile (sfidante spesso nelle aziende è sinonimo di impresa impossibile…);
  • 3. altre variabili;

Quindi, potremmo considerare, al netto delle specifiche caratteristiche personali, che un individuo, se messo nelle condizioni di autonomia e di risorse sufficienti, molto probabilmente avrà dei livelli di stress sui quali avrà possibilità di gestione, in quanto apparentemente nelle condizioni di gestire le variabili di riuscita verso il compito assegnato.

Aspetti individuali

In questa dimensione entrano in gioco fattori individuali che interagiscono direttamente con quelli organizzativi. Come breve premessa, persone con alti livelli di autoefficacia (individui che percepiscono di essere in grado di svolgere un compito) tendono a preferire assegnazioni di obiettivi con alti livelli di autonomia, mentre, al contrario, persone dotate di scarsa autoefficacia saranno orientate verso compiti a bassi livelli di autonomia.

Ma in questa dimensione individuale, entrano in gioco anche le nostre profonde dinamiche legate alla componente inconscia e primordiale di noi stessi, che agiscono sul senso di responsabilità e che spesso si trovano ad interagire che quello che potremmo definire il nostro Giudice Interiore: il senso di colpa (…forse proprio per non essere riusciti a raggiungere l'obiettivo a noi assegnato…?).

Ognuno di noi sperimenta differenti sensazioni all'atto dell'assegnazione di un obiettivo da raggiungere, dall'eccitazione della sfida fino ad arrivare alla sperimentazione della paura.

Ma cosa accade in noi? Perché queste differenze? E soprattutto dipendono da noi?

Bhè, anche in questo caso la risposta è complessa ma proviamo a semplificare scegliendo solamente di parlare di uno degli aspetti: il dover dimostrare di essere in grado di… (dimostrare forse a noi stessi?).

Quando riceviamo l'assegnazione di un obiettivo da parte del nostro responsabile, spesso capita di fare nottate, lavorare 10, 12,14 ore al giorno, incluso il fine settimana, ma con quale stato d'animo?

Siamo per caso ansiosi? Lo stress e la paura salgono? Spesso quello che accade è che invece di concertarsi sul compito noi assegnato, concentriamo tutta la nostra attenzione su possibili "spettri" eventualmente generati da un possibile nostro fallimento!

Questa la parola che si attiva spesso al nostro interno: il mancato raggiungimento di un obiettivo a noi assegnato diviene non una possibilità accettabile, in grado di darci opportunità di acquisire nuova esperienza, bensì la prova che in fondo non siamo all'altezza, provando, inoltre, quel senso di colpa nei confronti delle persone che hanno riposto in noi le speranze nell'assegnazione dell'obiettivo ma che spesso, contrariamente al nostro pensiero, sono le prime a rendersi conto che non raggiungere quell'obiettivo era parte della partita, e che tale evento non intaccherà in alcun modo la stima verso noi stessi.

Conclusioni

In conclusione, questo appena descritto rappresenta uno dei meccanismi disfunzionali che dovremmo riconoscere ed analizzare, spesso capace di condizionare significativamente le nostre vite, sul quale agire con il supporto di un professionista.

Dott. Fabio Romanelli, Psicologo del Lavoro e delle Organizzazioni, iscritto all'Ordine degli psicologi della regione Lazio

Riferimenti Bibliografici

  • Bandura, A. (1986), Social foundations of thought and action: a social cognitive theory. Englewood Cliffs, NJ, Prentice Hall.
  • Bandura, A. e Cervone, D. (1983), Self-evaluative and Self-efficacy mechanisms governing the motivational effects of goal systems. Journal of Personality and Social Psychology, 45, pp. 1017÷1028.

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Scritto da

Dott. Fabio Romanelli Linkedin

Psicologo Nº iscrizione: 21979

Si abilita alla professione di Psicologo del Lavoro specializzandosi in tematiche riguardanti l'equilibrio Vita – Lavoro, la Gestione dello Stress e del Cambiamento e la cura della propria Autostima. Si occupa inoltre di Orientamento Lavorativo e Didattico. Psicologo Giuridico, effettua perizie e valutazioni.

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