Quando il corpo parla ciò che la mente tace: ​Psicosomatica del trattenere le emozioni

L'articolo esplora il legame tra emozioni trattenute e sintomi psicosomatici, mostrando come il corpo diventi veicolo di espressione del non detto e come un lavoro psicoterapeutico possa favorire l'elaborazione emotiva e ricentramento autentico della persona

5 GEN 2026 · Tempo di lettura: min.
Quando il corpo parla ciò che la mente tace: ​Psicosomatica del trattenere le emozioni

Nel linguaggio quotidiano ci capita spesso di usare espressioni come "mi si è chiuso lo stomaco", "mi manca il respiro" o "mi sento un nodo in gola". Queste frasi, ben lontane dall'essere solo metafore, rappresentano una verità profonda che la psicosomatica indaga da tempo: quando le emozioni non trovano ascolto nella coscienza, parlano attraverso il corpo.

Trattenere le emozioni, infatti, negarle o ignorarle non significa eliminarle, ma spingerle verso una via espressiva alternativa: quella somatica (del corpo).

Possiamo considerare le emozioni come processi psicofisiologici che coinvolgono simultaneamente mente e corpo. Quando però il flusso emotivo viene bloccato — per paura, vergogna, condizionamenti culturali o familiari — ciò che si sente di non poter esprimere viene spesso interiorizzato e, a lungo andare, somatizzato.

Il corpo diventa allora il contenitore di un'energia trattenuta che, non trovando altra via d'uscita, si trasforma in tensione muscolare, disturbi funzionali, dolore cronico o si tramuta in vere e proprie malattie psicosomatiche.

Trattenere le emozioni ha quindi un prezzo psicofisico. Studi clinici e osservazioni psicoterapeutiche mostrano che chi sopprime abitualmente le proprie emozioni tende a soffrire maggiormente di disturbi come:

• ipertensione• gastrite• colon irritabile• emicrania• fibromialgia• forme di stanchezza cronica

Spesso si tratta di emozioni non elaborate che hanno trovato nel corpo la loro unica via di espressione. Il sistema nervoso autonomo risulta continuamente attivato e fatica a tornare in un equilibrio omeostatico, con ricadute su immunità, ormoni e digestione.

Moltissime persone riportano sintomi fisici che non trovano una chiara spiegazione medica (dolori, oppressione, palpitazioni, tensioni diffuse). Ciononostante, la propensione che incontro più frequentemente è quella di continuare a ricercare ulteriori cause mediche.

La persona arriva così in terapia solo dopo molte visite mediche specialistiche: cardiologiche, pneumologiche, gastroenterologiche, fisioterapiche, osteopatiche, e chi più ne ha più ne metta.

Questo segnale così forte può farci riflettere su quanto sia ancora sottostimata la salute mentale nella società attuale e, purtroppo, anche su quanto poco sia considerata da alcuni professionisti della salute medica. Sin troppe volte ho raccolto storie di persone con soluzioni "in pillole" che non hanno avuto alcun impatto, se non quello di alleviare temporaneamente qualche sintomo di natura psicologica per poi vederlo spostato in altro modo (o in un'altra parte del corpo, appunto).

Se il corpo parla per dire ciò che la mente tace, zittirlo può interrompere la comunicazione interna. Così facendo, la sofferenza non elaborata trova altre strade, talvolta proprio corporee.

Un esempio chiaro e diffuso lo incontro nelle persone che hanno vissuto un attacco di panico. Questo si manifesta come un'improvvisa e intensa attivazione del sistema nervoso autonomo, accompagnata da sintomi fisici estremamente reali: tachicardia, respiro corto, vertigini, sudorazione, senso di soffocamento o di perdita di controllo. Nonostante l'esperienza venga spesso vissuta come un'emergenza medica, nella stragrande maggioranza dei casi non vi è alcuna compromissione organica.

L'attacco di panico rappresenta piuttosto l'espressione acuta di un conflitto interno non riconosciuto, di un sovraccarico emotivo o di un prolungato stato di allerta psicologica. È come se il corpo, non potendo più contenere ciò che la mente ha evitato di ascoltare, prendesse improvvisamente la parola. Dopo un lavoro terapeutico è possibile comprendere come questa manifestazione così estrema fosse l'unica via che la mente ha trovato per segnalare una situazione di urgenza, tramite l'iperattivazione corporea.

Per quanto appena detto, l'intervento farmacologico, pur potendo offrire un sollievo temporaneo rispetto ai sintomi, rischia di spostare il problema altrove se non viene affiancato da un lavoro di comprensione e integrazione dell'esperienza emotiva sottostante.

In questo modo il messaggio del corpo rischia di essere silenziato, non ascoltato, e la causa profonda resta invariata, pronta a ripresentarsi sotto altre forme.

Lungi da me avallare la stessa dinamica svalutativa (collaboro spesso con colleghi medici estremamente professionali), mi muovo sempre verso l'esclusione di ogni causa medica relativa ai sintomi fisici, richiedendo visite specialistiche quando non sono state fatte, senza tuttavia inciampare nell'accanimento medico-farmacologico.

Abbiamo risorse interiori e potenziali inespressi che è necessario considerare e promuovere.

A questo punto, la domanda che è possibile farci è: come mai arriviamo a trattenere le emozioni? Dove abbiamo imparato a farlo?

Una risposta centrale a queste domande la ritroviamo all'interno delle nostre relazioni di attaccamento, ovvero nello scambio quotidiano con le figure centrali della nostra vita, soprattutto nella prima infanzia.

Sin da piccoli, molti ricevono messaggi impliciti come:

• "non arrabbiarti"• "non piangere"• "non essere troppo sensibile"

Questa comunicazione ostacola la costruzione di una sana alfabetizzazione emotiva e censura il diritto di ognuno a esprimere ciò che sente nel momento in cui lo sente.

In Analisi Transazionale potremmo dire che il Bambino interiore, portatore del sentire, viene progressivamente messo a tacere, mentre l'Adulto e il Genitore assumono il controllo in modo rigido. Il risultato è un Sé "adeguato", ma dissociato dal proprio sentire autentico.

È proprio per questo motivo che il lavoro terapeutico richiede grande attenzione al corpo, che va legittimato e considerato come canale espressivo del proprio benessere personale. È importante quindi saper accogliere questi segnali come elementi che possono dare una direzione orientata al benessere, piuttosto che essere letti come qualcosa da "dover eliminare".

In questo senso è fondamentale favorire l'ascolto delle emozioni trattenute, che spesso non sono immediatamente accessibili, promuovendo poi la costruzione di un nuovo linguaggio indicativo di un mondo interiore da scoprire.

Andando in questa direzione sarà possibile notare come il dialogo con cui parliamo a noi stessi e quello verso l'altro possano mutare: si può passare dal "mi sento strano, non so" al "mi sento triste", "mi sento arrabbiato", "mi sento felice", sapendo esattamente ricollocare le emozioni nella propria vita.

Nell'approccio psicoterapeutico integrato che porto avanti nei percorsi di terapia, gli strumenti e le possibilità sono molte e si adattano a partire dalla persona con cui attraverso il percorso. Una di queste possibilità è collegata al lavoro con l'EMDR nei sintomi corporei.

Quando l'emozione si blocca "nel corpo", questi colloqui, grazie all'esplorazione approfondita e alla stimolazione bilaterale, possono diventare un ponte fondamentale verso lo "scioglimento" e la comprensione di quanto viene sentito somaticamente.

Questo accade perché molte sensazioni e tensioni corporee sono collegate a memorie traumatiche non pienamente elaborate: quel nodo alla gola, quella chiusura nello stomaco, quel peso sulle spalle possono diventare l'oggetto di lavoro da cui partire dall'oggi verso l'esplorazione del proprio passato.

Questo segnale rappresenta quindi il canale che permette di accedere alla radice dell'esperienza traumatica, trasformando ciò che era rimasto "intrappolato" in una parte di sé, apparentemente rimosso, in un'esperienza integrata all'interno di una nuova narrazione.

Anche la pratica della mindfulness, il grounding e le tecniche corporee aiutano a riconnettersi con le sensazioni fisiche, che spesso anticipano la consapevolezza emotiva. Tuttavia, non sono sostitutive di un lavoro psicoterapeutico approfondito.

Abbiamo visto come il corpo sia un alleato che ci avvisa quando qualcosa in noi chiede attenzione, piuttosto che un antagonista da addomesticare. L'attenzione alla psicosomatica è necessaria perché invita a considerare i sintomi non come malfunzionamenti, ma come messaggi. La guarigione, infatti, non coincide solo con la scomparsa del sintomo, ma con la trasformazione del rapporto con se stessi, promuovendo un dialogo orientato all'autenticità.

Quando la persona riesce a sentire, nominare ed esprimere ciò che prova — senza giudizio — il corpo ritrova la sua funzione naturale: non più luogo di contenimento, ma spazio di espressione.

Mindfulness, Analisi Transazionale ed EMDR, integrate in modo rispettoso e non medicalizzante, possono facilitare un percorso di riconnessione profonda.

Il corpo non sbaglia linguaggio: segnala ciò che la mente ha imparato a trattenere. Il sintomo non è un errore da correggere, ma un messaggio che chiede ascolto. Quando le emozioni trovano uno spazio di riconoscimento e integrazione, il sintomo perde la sua funzione. È in questo passaggio — dall'evitamento all'ascolto — che inizia il vero processo di guarigione, e il corpo può tornare a essere casa.

PUBBLICITÀ

Scritto da

Dott. Russo Riccardo

Bibliografia

  • Ruggiero, G. M. (2010). Il corpo in psicoterapia: tra mente, emozione e comportamento. Milano: FrancoAngeli.
  • Berne, E. (1971). A che gioco giochiamo. Milano: Bompiani.

Lascia un commento

PUBBLICITÀ

ultimi articoli su psicoterapia

PUBBLICITÀ