Quando il cibo è l'unica strada: i disturbi del comportamento alimentare

I disturbi alimentari, per quanto distruttivi, sono spesso l'unica strada che la persona ha trovato per gestire le emozioni negative, ed esprimere la sua identità.

12 MAG 2015 · Ultima modifica: 13 MAG 2015 · Tempo di lettura: min.

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Quando il cibo è l'unica strada: i disturbi del comportamento alimentare

Perché una persona ad un certo punto smette di mangiare? E perché un'altra mangia fino a stare male, magari di notte, di nascosto da tutti? Anoressia, bulimia, binge eating, sono tutti disturbi del comportamento alimentare.

Ognuno ha delle sue caratteristiche particolari, e le cause che portano al loro sviluppo sono complesse, ma tutti condividono due funzioni di base: servono a comunicare qualcosa agli altri, e utilizzano in cibo o la sua assenza per gestire emozioni negative come il dolore e la rabbia. Faccio una piccola digressione: ho parlato di "emozioni negative" nel senso di emozioni che sono spiacevoli da provare, ma di per sé nessuna emozione è "negativa": tutte hanno un valore importante e meritano di essere provate e comunicate.

Detto questo, vediamo un esempio di queste due funzioni.

Il cibo come regolatore di emozioni

Quando un bambino molto piccolo prova emozioni spiacevoli, chi si prende cura di lui ha il compito di individuare qual è il problema, e cercare di calmare il piccolo. Lui non sa che cosa sta provando: sa solo che sta male e che vorrebbe stare bene. Da grandi questo compito lo svolgiamo da soli. Da soli dovremmo saper riconoscere se questa emozione negativa è:

  • Rabbia (cioè qualcuno ci ha fatto un danno, e vogliamo che venga riparato)
  • Tristezza (il che significa che abbiamo perso qualcosa, o qualcuno, e abbiamo bisogno di essere consolati)
  • Paura (siamo minacciati da qualcosa e abbiamo bisogno di essere rassicurati)

e in teoria dovremmo anche riuscire ad ottenere il riparo, la consolazione o la rassicurazione, cercandola fuori, per esempio parlando con un amico, con un genitore o un partner, e dentro di noi, attraverso il nostro "dialogo interno", cioè quello che diciamo a noi stessi in queste situazioni. Per esempio se ho molta paura per un esame, posso dirmi che è normale essere agitati, ma ho studiato abbastanza e posso stare tranquilla, o posso provare a fare dei profondi respiri per rallentare il battito cardiaco, o posso telefonare all'amica che so essere la più efficace a tranquillizzarmi. Questo significa "regolare le emozioni": non le neghiamo, ma neanche ci lasciamo sopraffare da loro.

Dico "in teoria" , perché questo non è sempre vero. Alcune persone non hanno appreso modalità costruttive per regolare le emozioni negative e possono addirittura non riuscire a capire di che emozione si tratta. Può accadere così che, per placare questo disagio, trovino vie alternative che non risolvono davvero la situazione (non riparano il danno, non consolano dalla perdita e non rassicurano dalla paura), ma mettono momentaneamente a tacere l'emozione. Uno di questi modi può essere quello di abbuffarsi o di controllare ossessivamente le calorie ingerite. In pratica non avendo modalità costruttive per regolare e comunicare l'emozione che stanno provando, la sedano, o la coprono attraverso il comportamento distruttivo dell'abbuffata (che riempie un vuoto) o concentrandosi ossessivamente sul tema del cibo e delle calorie. La persona a questo punto prova un momentaneo sollievo dall'emozione negativa iniziale, e questo sollievo rafforza la strategia scelta, così che, nel tempo, la risposta di mangiare o non mangiare in risposta all'emozione negativa diventa praticamente automatica. Ovviamente questa soluzione porta anche diverse conseguenze negative, che però risultano più a lungo termine e, quindi, svalutate.

Il cibo come modo per comunicare emozioni e desideri

Nei disturbi dell'alimentazione, spesso il contesto familiare contribuisce alla formazione e al mantenimento del problema. Il punto non è quello di colpevolizzare i genitori: tutti noi cresciamo in un contesto necessariamente imperfetto: i genitori non sono macchine e hanno loro le proprie debolezze e i propri limiti, oltre ad un inconscio. Inoltre i bambini non nascono come tabule rase, ma hanno già un temperamento, vulnerabilità e punti di forza, il che a sua volta influenza il comportamento dei genitori. Rendersi conto di questo, aiuta a trasformare i sensi di colpa in preoccupazione utile e costruttiva e a capire quali dinamiche intensificano il problema. Pensiamo a dei genitori che sono certi di volere che la figlia sia autonoma e trovi una sua identità, ma che, a livello meno cosciente, sono molto spaventati di cosa può succedere se lei si differenzia dal loro stile di vita, o se esce dal loro controllo. Mentre verbalmente danno il permesso alla bambina di esplorare e pensare con la sua testa, la loro comunicazione non verbale (sguardo, tono della voce, gestualità..) dice tutt'altro. Quando da grande questa ragazza sentirà il bisogno di opporsi alla famiglia (per esempio durante l'adolescenza), potrebbe percepire che questo può in qualche modo far soffrire troppo i genitori, e può darsi che trovi dei modi più sottili e meno espliciti per dire la sua. Ad esempio una persona che rifiuta il cibo potrebbe comunicare così il rifiuto delle norme familiari, o un'altra che mangia e ingrassa a dismisura, potrebbe cercare metaforicamente di "farsi posto" e al tempo stesso di mettere una barriera di grasso tra sé e gli altri, che sente come intrusivi. In entrambi i casi una comunicazione diretta ed autentica del tipo "Questi sono affari miei, non voglio che vi immischiate", viene sostituita da un comportamento distruttivo ma che la persona sente più accettabile da parte degli altri.

Per diagnosticare un disturbo alimentare ci sono dei criteri ben precisi, (vedi il Manuale Diagnostico DSM 5), ma quanto detto può essere di aiuto anche a chi presenta comportamenti alimentari disfunzionali "sotto soglia" rispetto ai parametri diagnostici. Quando l'atto di nutrirsi sostituisce l'espressione e la soddisfazione di bisogni che con il cibo hanno poco a che fare, siamo in presenza di un campanello di allarme che merita di essere preso in considerazione. Nei disturbi del comportamento alimentare la psicoterapia può essere di grande aiuto e ed ha molteplici obiettivi. Al termine di questo articolo possiamo individuarne almeno due davvero rilevanti:

  • Aiutare a focalizzare le proprie emozioni, riconoscerle, dar loro un nome e regolarle con modalità più costruttive (così che queste possano sostituire il comportamento alimentare disfunzionale);
  • Sostenere il paziente nell'apprendere modalità più libere, dirette ed autentiche per comunicare ciò che sente e i suoi bisogni.

La modalità con cui il percorso avrà luogo (residenziale o presso lo studio del terapeuta, con sedute individuali o di gruppo, basata su un piano terapeutico più comportamentale o più psicodinamico ecc..), dipende dal caso specifico e dalla gravità dello stesso e può essere valutato con il paziente nel corso dei primi colloqui.

Bibliografia:

Binge eating e bulimia. Trattamento dialettico-comportamentale (2011, Debra L. Safer / Christy F. Telch / Eunice J. Chen)

Il muro dell'anoressia mentale (2008, D.Cosenza)

Donne che mangiano troppo. Quando il cibo serve a compensare i disagi affettivi (2009, Renate Göcke)

Prendersi cura di una persona cara affetta da disturbo alimentare. Come diventarne capaci. Nuovo metodo Maudsley. Vol. 1 (2014, J.Treasure; G. Smith; A.Crane)

Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5®)

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Scritto da

Dott.ssa Barbara Nannini Psicoterapeuta

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