Quando Cappuccetto Rosso incontrò il Lupo sul Web

Onore e decoro ai tempi della rete: social network, privacy e reati su Internet. È facile difendersi, ma solo se si conoscono i rischi che si corrono.

7 SET 2020 · Tempo di lettura: min.
Quando Cappuccetto Rosso incontrò il Lupo sul Web

Ancor prima di proseguire con la stesura di questo testo, sento doveroso fare una premessa: il presente articolo non ha lo scopo di demonizzare la rete in generale, o i social in particolare, bensì quello di porre l'attenzione sull'uso che ne facciamo. Che ci riguarda un po' tutti.

Qualche mese fa, in concomitanza all'uscita dell'app Immuni, si è parlato di attentato alla privacy. Proprio nel regno di chi si iscrive volontariamente ai social network e, altrettanto volontariamente, posta di tutto su se stesso: foto, indirizzi, attività, inclinazioni sessuali, religiose, politiche e molti altri dati personali.

Che i social network abbiano migliorato la nostra vita ci è stato dimostrato durante il lungo lockdown, permettendoci di rimanere in contatto, seppur a distanza, coi nostri cari. Abbiamo potuto perfino organizzare degli apertivi di gruppo, pur restando seduti ognuno nei propri salotti, utilizzando le videochiamate.

Bene. Questo accadeva durante il picco massimo di una pandemia che ci ha costretti tutti in casa. Ma siamo sicuri che i social abbiano migliorato la nostra vita in senso assoluto?

Ci hanno aiutato a ritrovare persone lontane, a creare gruppi di soggetti con le nostre stesse passioni ed interessi, a discutere da una parte all'altra del mondo e avvicinarci senza frontiere. Al tempo stesso favoriscono il cosiddetto body shaming (l'atto di deridere una persona per il suo aspetto fisico) e la diffamazione, per citarne solo alcuni, e vale la pena ricordare che attraverso Facebook, Instagram, Tik Tok e affini, si possano divulgare dati sensibili, immagini e contenuti che ciascuno di noi ha diritto a considerare personali.

Eppure, ogni qualvolta io decido di postare qualcosa su Internet, non è più di mia proprietà. È diventato di chiunque. E chiunque può farne l'uso che vuole, più o meno nobile che sia. Infatti, con i mezzi tecnologici oggi a disposizione di tutti, non serve essere un hacker per diffondere una foto o uno scritto o un video, e ciò a scapito di chi vi è rappresentato. Senza contare che, spesso, il nascondersi dietro ad uno schermo, poco conta che sia di un PC o di uno smartphone, ci rende maggiormente disinibiti, avventati, dandoci la parvenza di poter dire, o meglio, e ciò è ancora peggio, di scrivere tutto ciò che ci passa per la testa, siano insulti, minacce, frasi razziste e/o sessiste, divulgazioni di fake news o idee complottiste che trovano ben poco riscontro nella realtà.

Gran parte dei comportamenti sopra citati sono reati perseguibili anche penalmente. Quindi, la prossima volta che decidiamo di lasciare un commento, scegliamo con accortezza ciò che desideriamo dire, perché può diventare più pericoloso per chi scrive che per chi riceve.

Ciò di cui si parla è buonsenso, assennatezza, responsabilità personale e civica. Ma anche di consapevolezza, di valutazione reale dei rischi, di protezione.

E forse è proprio di questa consapevolezza che mancano i genitori che pubblicano le foto (ecografie perfino) dei propri figli sui social network, metà delle quali finiscono, (ahimè! Ahinoi!), in mani sbagliate. Il web è, infatti, un mondo dove i reati a sfondo sessuale nei confronti dei minori sono purtroppo, in fortissimo aumento. E il materiale principale glielo forniamo proprio noi adulti, che ci dimentichiamo troppo spesso i rischi della rete, noi adulti, che dovremmo proteggere la riservatezza di quei minorenni che sono poi i nostri figli. Senza considerare che i bambini, già all'età di 4 anni, hanno sviluppato un chiaro senso di "Sé" e non è certo che, solo perché sono piccoli, debbano essere d'accordo sul fatto che, le foto che li immortalano sul vasino, circolino liberamente in rete.

In base ad un articolo scritto da Antonio Marziale, sociologo, giornalista, fondatore e Presidente dell'Osservatorio sui Diritti dei Minori, la Polizia Postale ha recentemente scoperto dei colossali cataloghi pedopornografici online, all'interno dei quali le immagini erano classificate con specifiche chiavi di ricerca per agevolare la consultazione e, in alcuni casi, erano riportati anche elementi utili ai fini dell'identificazione del soggetto ritratto. Ma ciò che è veramente agghiacciante è ciò che è emerso solo in seguito alle indagini, ovvero che l'archivio era alimentato dai diversi utenti mediante la sottrazione delle immagini pubblicate da adulti (genitori, nonni, parenti più o meno stretti …) sui propri profili nei social network. Ciò significa che anche alcune delle foto dei nostri figli potrebbero essere andate ad arricchire questo "catalogo degli orrori".

Quindi, anche in questo caso, la prossima volta che decidiamo di postare una foto di nostro figlio su un qualsiasi social, ricordiamoci dei lupi. Quegli stessi lupi che mangiano i bambini nelle fiabe.

Scritto da

Dott.ssa Cristina Modica

Lascia un commento

ultimi articoli su relazioni sociali