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Psicologia e poesia: un metodo di cura per la balbuzie

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

Avete mai pensato che la balbuzie si potesse curare attraverso la poesia? Il Dottor Roberto De Pas lo ha sperimentato

4 GIU 2015 · Tempo di lettura: min.
Psicologia e poesia: un metodo di cura per la balbuzie

La balbuzie è un disturbo della fluenza linguistica per il quale il soggetto non riesce a parlare senza "inciampare" in pause continue. Ne soffrono o ne hanno sofferto personaggi famosi come Marylin Monroe, Manzoni, Woody Allen.

In occasione di un reading di poesia organizzato a Milano grazie alla collaborazione fra lo studio psicologico del Dr. Roberto De Pas e l'Associazione MOMAMAMO TEATRO abbiamo avuto modo di parlare di poesia e psicologia e della cura della balbuzie.

Come nasce l'idea di usare la poesia per correggere i difetti linguistici?

La poesia, ma anche il teatro. La lettura pubblica di poesie rientra nel lavoro dell'attore, e, a mio parere, è tra le sue performances più delicate. Perché tutto avviene a partire dalla sua voce, dalla sua dizione e, generalmente, in un palcoscenico senza scenografie. Il pubblico, quindi, guarda solo lui che legge, e che legge un poeta che, in quel momento, vive nella voce dell'attore. Un momento di creatività, insomma, molto alta. Il problema del linguaggio, come la balbuzie, nasce per vari motivi, pur se a tutt'oggi e dopo millenni da che la conosciamo, le cause non sono note e comunque molto se ne discute.

Certamente nasce da un cattivo, un pessimo rapporto della persona con la propria comunicazione in senso lato. Con la comunicazione dei propri contenuti: un timore a esprimersi, una non-autorizzazione a dire da parte del parlante. Perché alla base esiste un conflitto, interno. E, allora, si tratta di riconciliare la persona con la propria comunicazione, liberarla, anche attraverso una visione creativa dell'espressione. E dell'espressività. Occorre fondere, riunire, la comunicazione quotidiana e pragmatica con i bisogni più creativi, più personali dell'espressione. La quale ultima non è più "alta", ma semplicemente è la Persona. E questo percorso va fatto in contemporanea con la rieducazione tecnica del linguaggio: pronuncia dei suoni, fluidità, ma soprattutto la respirazione.

La respirazione è il grande strumento dell'Attore, e su questa si deve lavorare molto. Gli esercizi di respirazione sono anche terapeutici a livello psicologico: sono liberatòri, sono lo strumento principe per le tecniche di rilassamento, sono la fonte per una percezione del sé fisico e psicologico. La respirazione è la struttura portante del linguaggio verbale. Se noi trasportiamo la rieducazione tecnica del linguaggio verso il lavoro teatrale, automaticamente sollecitiamo la creatività del parlante. E quindi evitiamo il tecnicismo, a tutto favore dell'espressività.

L'Attore, poi, deve fare un lavoro di trasmigrazione vera e propria: nel momento in cui assume il ruolo di un personaggio teatrale, quindi anche di un poeta che scrive, ne assume l'identità, si allontana dai propri conflitti e scopre una libertà linguistica, forse prima sconosciuta. Scopre, quindi, di possedere un linguaggio efficiente, capace, di cui fidarsi. Introietterà, farà sua questa fluenza linguistica e si riconcilierà con la propria comunicazione. Nel gesto creativo, fa un esercizio di linguaggio, e nello svolgimento del proprio ruolo, teatrale o poetico che sia, scopre di esprimere, a livelli molto alti, le proprie potenzialità linguistiche oltre che la propria persona.

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Perché la poesia e non un altro mezzo? Qual è il potere della poesia?

Come dicevo prima, poesia e teatro sono i grandi strumenti principali. La poesia, in particolare, ha una grande capacità di sintesi, ogni poesia è una storia a sé, capace, spesso in pochi versi, di esprimere un mondo personale, specifico di quel momento. È un racconto. La poesia, quindi, in primissima battuta stimola la reazione emozionale e intellettuale del lettore, per poi farlo diventare autore di nuovi percorsi, unici e irripetibili perché assolutamente personali. Percorsi non necessariamente tradotti in altri versi, ma invece comunicati, narrati con l'uso della parola. Il lettore di poesie deve interpretare la poesia, che diventa, in quel momento, sua. E, attraverso quella poesia, e il modo in cui deciderà di leggerla, attraverso le spiegazioni che darà sul perché la vuole leggere in quel modo, esprime il proprio mondo.

Compiendo una comunicazione, che è gesto verbale, quindi esercizio fonetico, ma anche comunicazione di sé. Che, nel caso della balbuzie e del balbuziente, non è gesto di poco conto. Insomma, un test psicologico della personalità non riesce a darmi le informazioni sulla persona, che invece ottengo con la poesia. Pensi che con un pre-adolescente di 11 anni, la lettura delle prime terzine della Divina Commedia, proprio come esercizio di lettura e memorizzazione delle modalità fonetiche, ha creato in lui il fascino del "buon recitare", un vero gioco, dove l'attenzione alla pronuncia e alla respirazione diventa secondaria rispetto ai contenuti da esprimere. Il che è esattamente quel che avviene e deve avvenire nel linguaggio: il contenuto è veicolato dalla struttura linguistica, cui il parlante non deve badare, perché lo sente come gesto spontaneo e naturale. Per concentrarsi sulla gestione dei contenuti da esprimere. Come quando si va in bicicletta: si rimane in equilibrio senza che sappiamo quel che facciamo per restare in equilibrio su due ruote. E ci concentriamo sulla mèta da raggiungere. E non su come fare per non cadere.

Come si sono approcciati i pazienti a questa esperienza?

Tutti con molto entusiasmo e passione. E, soprattutto, creando grandi collaborazioni interne al gruppo. Quindi, con grandi vantaggi della comunicazione verbale, ma anche non-verbale. Parlo di quelli che accettano di vivere quest'esperienza. Perché ci sono anche quelli che non accolgono la proposta. Che viene vissuta con ansia, timore, paura addirittura. E ne fuggono molto volentieri. Ovviamente, si accoglie il rifiuto, con la riserva mentale del terapeuta di riuscire a creare le condizioni, interne a quella persona, che le consentano di non fuggire, ma di volersi mettere in gioco.

Quali tecniche vengono messe in campo in un laboratorio di questo tipo?

Le tecniche dell'Attore. Le quali dipendono anche dal tipo di docente che ci segue in questo lavoro. Sempre, però, c'è un a prima parte dedicata alla respirazione, all'uso del corpo, alle dinamiche interpersonali, all'individuazione (cioè il lavoro della persona su sé stessa, ma sempre all'interno del gruppo), agli esercizi fonetici, alle improvvisazioni. Dopo di che, si passa ai testi, teatrali e/o poetici. Che sono lo strumento di ricerca per il percorso dell'Attore, anche nel senso dell'estraneazione, ovvero sia la sua capacità di entrare nel personaggio affidatogli. Il che comporta una conversazione di gruppo su quel tipo, quei tipi di personaggi. Per la lettura delle poesie, ciascuno sceglie i testi all'interno delle proposte fatte, e quei testi diventano lo strumento, a tutto tondo, per l'espressione e l'espressività del singolo attore. Naturalmente, anche in questo caso, con grandi dibattiti e conversazioni su quelle poesie e quel poeta.

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Foto di: bvtnaples.org

Ci lasci con un consiglio: se si vuole trattare la balbuzie in età adulta, qual è il primo passo?

Il primo passo è la motivazione al trattamento. Motivazione che deve basarsi non sull'annoso quesito "ma si guarisce dalla balbuzie?", ma, invece, basarsi sulla capacità e voglia di fare ricerca sul proprio parlato e sulla propria persona, in rapporto alla comunicazione. Deve prevalere il senso del nuovo, contro le abitudini antiche. Le quali, anche se producono balbuzie, paradossalmente danno sicurezza al parlante, perché costituiscono tutto il conosciuto della propria vita.

La cura della balbuzie deve passare dalla ricerca e dalla inaugurazione del "nuovo", per definizione sconosciuto, ma presente nella propria persona. Presenza che da potenziale deve diventare attuata ed attuale. Si lavora sul problema e non sulla soluzione, la quale arriva perché impariamo a conoscere il problema in termini creativi e costruttivi. Nessuno può rispondere alla domanda se si guarisce dalla balbuzie. In molti sono guariti, altri no. Perché non può esistere un protocollo. Quindi, per tornare al primo passo: la determinazione, l'intenzionalità del parlante, e, subito, la conoscenza del proprio parlato attraverso l'ascolto di video e audio registrazioni, come prima presa di coscienza e conoscenza. Quindi, si affronterà la fisiologia del linguaggio, come mezzo, e non come fine; perché il linguaggio è il mezzo per la comunicazione di sé, che è il vero fine. Il linguaggio come realizzazione di sé.

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Manuela Pirrone

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2 Commenti
  • Roberto

    Ho letto con interesse l'argomento ma posso confermare con certezza, da balbuziente, che non ci saranno benefici. La balbuzie è come un iceberg, la disfluenza è soltanto la punta... Quello che è sommerso è la vera causa del problema, soltanto conoscendo cosa c'è al di sotto dell'acqua si riesce veramente a risolvere (attenuare) la balbuzie. Per tali ragioni io sono contrario ai corsi per balbuzienti (a uno dei quali ho partecipato), sono delle tecniche meccaniche, esercizi ma sono forzature, vanno risolti i problemi al di sotto dell'iceberg e man mano si avranno benefici. Le tecniche che insegnano ai corsi sono inapplicabili in determinate situazioni ovvero quando si presentano determinati fattori psicologici. La balbuzie non è un problema di respirazione o di ansia è molto di più, ricordiamocelo. Sempre!

  • Mauro Galluccio

    Molto interessante ,penso che tutto quello che ho letto sia vero. bisogna solo partecipare. partecipando con buone guide si può arrivare da qualche parte.

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