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Psichiatria e antipsichiatria in età infantile

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

Perché non clinicizzare i sintomi infantili. Il beneficio di un approccio antipsichiatrico all'individuo

25 MAR 2014 · Tempo di lettura: min.
Psichiatria e antipsichiatria in età infantile
Il consumo di psicofarmaci in età infantile e adolescenziale è nettamente aumentato negli ultimi anni e gli psicofarmaci sono diventati, per gli italiani, il quarto gruppo di farmaci più venduti.La campagna di vigilanza sulla somministrazione di farmaci ai bambini, “Giù le mani dai bambini!”, ha lanciato un allarme significativo: gli “under 25” sembrano essere letteralmente bombardati da psicofarmaci, in conseguenza di diagnosi emesse con leggerezza da medici di base, pediatri, ma anche neuropsichiatri infantili.

Ciò denuncia qualcosa di estremamente allarmante: il comportamento umano ormai è stato schedato, le sue modulazioni analizzate in senso quantitativo e trasformate in malattie da curare con la filosofia della “pillola magica”, in grado di riallineare qualsiasi forma di deviazione.

Ciò significa che l’essere umano è controllato inesorabilmente sin dai suoi albori e che, pertanto, la possibilità sociale di una crescita autonoma dal punto di vista del pensiero e della cronologia interna (che può fisiologicamente discostarsi dalle tappe esteriori di crescita che sono comunemente considerate “normali”) è aprioristicamente negata.

Crescere è, infatti, innanzitutto un processo creativo, che non può e non deve svolgersi secondo schemi precostituiti: come ogni creazione, anche la “creazione di sé” è un processo assolutamente unico e originale, che passerà necessariamente attraverso fasi di maggiore espansione e fasi critiche e più autodistruttive.

Le facili diagnosi che oggi spesso vengono emesse nei confronti di individui più o meno cresciuti, sono solo etichette vuote, nel momento in cui ignorino che qualsiasi sintomatologia presentata da un soggetto non è una sorta di entità abnorme da lui indipendente (simile a un virus o a un batterio infestanti), ma ha una sua ragione che si può spiegare in relazione alla sua personalità nel corso di uno sviluppo storico.Solo sulla base di questo riconoscimento, si potrà fondare una psicopatologia autentica e passare da una terapia principalmente farmacologica ad una principalmente dialogica ed esistenziale, dall’idea di cura come coazione all’adattamento a quella di accompagnamento verso l’autonomia.

La formazione dei medici e degli psichiatri in campo psicologico è oggi attualmente fuorviata dall’imperare, in campo diagnostico psichiatrico, degli schemi del DSM (manuale diagnostico-statistico delle malattie mentali): esso abbandona qualsiasi sforzo teoretico di sistematizzare lo studio della malattia mentale e trasforma la sua complessità in un elenco di sintomi, la cui presenza e associazione permette di definire un determinato quadro comportamentale un “disturbo”, da curare con l’appropriato farmaco.Si tratta senza dubbio di un’invenzione che ha arricchito in modo spropositato le case farmaceutiche, poiché ha permesso di trasformare dei sintomi in malattie e creandone pertanto una lista molto numerosa.

Ciò risulta inaccettabile sotto molto punti di vista:-da un punto di vista teoretico, si denuncia innanzitutto la mancanza di un metodo che stia alla base degli enunciati proposti.La storia della psicologia è sempre stata molto travagliata ed è profondamente intrecciata alla storia del pensiero filosofico: chiunque abbia l’ambizione di studiare e “curare” la psiche, infatti, non dovrebbe mai prescindere dalla necessità, prima di procedere in qualsiasi senso, di dare della psiche una definizione e di utilizzare un metodo coerente con questa definizione.

In questo senso, nella storia del pensiero occidentale, riconosciamo due orientamenti fondamentali: uno che ambisce a trasformare la psiche in un oggetto somatico e a trovare una collocazione ideale dei fenomeni psichici in diverse aree cerebrali; uno che considera invece l’attività psichica come frutto dell’intenzionalità dell’Io e quindi come un fatto assolutamente unico e originale.

Il DSM non ha, al contrario, alcun orientamento metodologico, rinunciando di fatto a individuare un’eziologia per quelli che classifica come generici “disturbi” e quindi anche una loro eventuale causa organica.

Questo approccio risulta inaccettabile anche da un punto di vista medico:

in Medicina, infatti, un sintomo non è di per sé bastevole a determinare una patologia ed è impensabile somministrare una terapia farmacologica soltanto per il sussistere di un determinato sintomo.

Se pensiamo, per esempio, a un sintomo comune, come il mal di testa, ci accorgiamo che esso può riferirsi ad una varietà molto eterogenea di disturbi, dal più banale a quello più grave. Il medico, dunque, sarà in grado di discernere l’origine del sintomo in base all’anamnesi del paziente e indirizzandolo eventualmente ad accertamenti specialistici.

Ciò non avviene in psichiatria, dove la “diagnosi del sintomo” nasce per sopperire ad una sostanziale ignoranza riguardo alla sua reale origine.

L’equivoco di base deriva dal tentativo, mai esaudito, di riportare gli accadimenti psichici in un ambito completamente organico, di misurarli in termini quantitativi (cercando di riprodurre anche per la psiche test simili agli esami di laboratorio), di trovare una loro “molecola antagonista”.

Da questo equivoco è nata la bizzarra psichiatria moderna, che tenta di “aggiustare” la psiche identificandola con il cervello, ora aumentando, ora diminuendo la concentrazione di determinati neurotrasmettitori, la cui funzione in ambito cerebrale è tutt’altro che univoca (quindi lo psicofarmaco non agisce MAI in modo specifico e va a rompere dei fisiologici equilibri), ora persino sottoponendolo ad aggressive scariche elettriche (come nell’elettroshock, pratica ancora routinaria in molte città italiane), in nome di un’utopica assenza di malattia.Utopica perché l’espressività è intrinseca alla natura umana e forse è talora definita malattia per una inesorabile mancanza di comprensione.

Come scrive lo Jaspers in “Psicopatologia Generale”, siamo soliti definire “delirio” quella tenace opposizione a ciò che è comunemente ritenuto accettabile. In questo senso, dice Jaspers, molte visioni che hanno poi cambiato il mondo hanno originariamente avuto l’aspetto di un delirio. E ancora, il delirio rappresenta un tentativo di trascendere a una realtà convenzionale, che appare dominata dalla defettività umana e dalla sua sofferenza: in questo senso, esso incarna un’aspirazione universale dell’uomo, non così differente dal genio, dalla creazione artistica e dal loro germe ancestrale: l’immaginazione e il gioco infantili.

Non a caso, è opinione comune che la crescita imponga al bambino un progressivo abbandono del gioco e della fantasia, in vista di una realizzazione più concreta.Il bambino particolarmente fantasioso, che può avere la tendenza ad isolarsi nel suo mondo fantastico, o al contrario a voler comunicarne entusiasta le caratteristiche, viene spesso ripreso ed emarginato.

L’originalità, in qualche modo, è sempre bandita dall’immaginario collettivo, in quanto sentita come estranea e pericolosa.Essa non necessariamente deve esprimersi sotto forma di pensiero immaginifico.Vi sono molti bambini che attualizzano la loro creatività (e insieme ad essa la loro inquietudine di non essere compresi) in forma motoria: sono i “bambini ADHD”, ossia quel numero impressionante di bambini che, secondo i canoni dei manuali di neuropsichiatria infantile, soffrono della sindrome da iperattività e disattenzione e che non si esita a trattare con farmaci dai pericolosissimi effetti collaterali, come il Ritalyn (

Anche quando non vi sia ricorso agli psicofarmaci, è sempre più frequente che alcuni comportamenti dei bambini, come apatia, depressione, insicurezza (o il loro opposto), vengano interpretate come generiche “disfunzioni metaboliche”, da combattere con integratori plurivitaminici.

Il vissuto del bambino non è mai in primo piano, insomma, e non mai relazionato alla storia di una personalità in evoluzione.

Ciò rispecchia quella tendenza della medicina a considerare la malattia come un nemico da combattere (e il linguaggio medico è ricchissimo di espressioni “belliche”), piuttosto che un evento esistenziale da comprendere.

Se considerata in questi termini, anche il sintomo non sarà più un indice nefasto, su cui intervenire drasticamente per silenziarlo ad ogni costi, ma una sorta di finestra che, se aperta attraverso canali dialogici e creativi, potrà illuminare nuovi orizzonti. Un sentimento, una paura, un’angoscia, una chiusura rispetto al mondo, sono allora momenti evolutivi da comprendere, germi forse di una qualità profonda che cerca una sua via espressiva e non “disturbi” da eradicare

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