Perché ci innamoriamo? Di chi ci innamoriamo? E quanto incide il proprio passato?

L'esperienza di 'non essere compresi' è un'esperienza inquietante ma, contemporaneamente, esaltante poiché ci fa sentire davvero unici al mondo.

26 OTT 2020 · Tempo di lettura: min.

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Perché ci innamoriamo? Di chi ci innamoriamo? E quanto incide il proprio passato?

Spesso si dice che l'amore appartenga, per sua natura, alla sfera dell'indicibile poiché l'altro, di cui ci si innamora - come dice Aldo Carotenuto - è "atopos" cioè inclassificabile, sfuggevole alla comprensione, alla conoscenza e alle indagini che si vorrebbero comprensive e esaustive.

Esse possono solo fornire pseudo-spiegazioni razionali e perciò lontane dalle ragioni dell'anima e del cuore.

L'amore, eludendo ogni sorta di razionalità, non si fa ridurre, esaurire o banalizzare. Perciò, tante volte, può essere un'esperienza che fa sentire stranamente soli,poiché viene meno quella sintonia con gli altri esseri umani e il mondo circostante.

L'esperienza di "non essere compresi" è un'esperienza inquietante ma, contemporaneamente, esaltante poiché ci fa sentire davvero unici al mondo, individui la cui unicità può essere compresa solo dalla persona amata: la sola che in quel momento conti qualcosa.

Ecco che l'amore si caratterizza per le sue qualità perturbanti: ci rammenta qualcosa mai appreso con la conoscenza e la cognizione, pur tuttavia in grado di evocare sensazioni psicosomatiche (credute oramai dimenticate) intense, vivide e precise proprio di fronte alla persona che ci piace, di fronte a "quel volto, al suono di quelle parole, di quei gesti, di quel modo di porsi".

Qual è la genesi di tutto questo? Come succede che un modo di essere dell'altro diventi importante?

Le risposte possono essere tante ma quella che più mi piace è quella che sostiene che noi esseri umani siamo rapiti da qualcosa dell'altro che, pur senza saperlo e del tutto inconsciamente, c'ha colpiti allo stesso modo di quando, da piccolissimi, venivamo rasserenati da un particolare gesto d'affetto, d'amore, di tenerezza e dolcezza da parte di chi si prendeva cura di noi.

Si potrebbe allora controbattere, affermando che la ricerca dell'amore altro non è un'illusione di riscrivere la propria storia, i propri legami passati, i propri conflitti genitoriali, una quota di reciproco, inconsapevole autoinganno che facilita l'attrazione e l'idealizzazione dell'oggetto d'amore.

Freud potrebbe rispondere che sia proprio così poiché "nell'innamoramento non vediamo l'altro per quel che è davvero ma per come risponde alla fantasmatiche aspettative che lo precedono". Tuttavia è lo stesso psicoanalista austriaco a sottolineare che l'amore maturo - o meglio l'amore oggettuale - non consiste solo nella ripetizione di modelli e relazioni precoci ma anche di aspetti adulti e sani in cui prevale la capacità di riconoscere e accettare sia l'altro, in tutta la sua diversità e interezza, ma sopratutto sé stessi con le proprie ombre e luci.

Questo tipo di rapporto diventa così strumento di una conoscenza profonda, capace di farci avvicinare ai nostri sentimenti più autentici: siano essi i più positivi, siano essi i più spigolosi da sostenere e elaborare (aspetti perversi, indifferenza, tradimento, gelosia ecc). È in questo tipo di rapporto, ricorda Jung, dove emerge la nostra malvagità e sperimentiamo fino a che punto possiamo essere violenti, scopriamo anche quale può essere la nostra forza, la nostra luce, perché se siamo capaci di fare una cosa siamo anche capaci di fare il suo opposto.

È questo tipo di rapporto che permette allora il superamento del significato più terreste del coitum. Perché se un atto sessuale è possibile con molti, l'amore è possibile solo con uno. L'amore, dice splendidamente Binswanger, sottende sempre il nome, "quel nome", escludendo gli altri e ogni altro.

L'atto sessuale, lo sconvolgimento di sé, diviene allora simbolo, il più eloquente, di due esseri che si trovano in un progetto comune, all'insegna del "noi" e dello scambio, in cui i confini tra sé e l'altro sfumano in un territorio di prossimità e affinità, sbilanciandosi, sporgendosi, rischiando di cadere, senza valutazione, calcoli e garanzie preventive nella direzione dell'altro.

Il desiderio, nel campo erotico allora, si sviluppa solo nel punto in cui il narcisismo del soggetto si schiude, aprendo all'incontro con l'altro desiderato, con la sua soggettività e di conseguenza con quella propria: il presupposto della profondità del godimento.

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Scritto da

Dott. Aldo Monaco

Bibliografia

  • A. Carotenuto, Eros e Pathos, Bompiani, 2019
  • C. Bollas, L'ombra dell'oggetto, Raffaello Cortina, 2018
  • N. Gosio, Nemici Miei, Enaudi, Torino, 2020
  • S. Thanopulos, Il desiderio che ama il lutto, Quidlibet Studio, Macerata, 2016

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