Paziente o cliente? Per il sottoscritto, nessuno dei due!

Pazienti o clienti? Esamino qui il senso di usare il termine "paziente" per chi si rivolge a noi. Termine che, a mio modesto avviso, potrebbe essere sostituito da un altro più adatto.

21 MAR 2019 · Tempo di lettura: min.
Paziente o cliente? Per il sottoscritto, nessuno dei due!

Secondo voi chi va dallo psicologo/a è un paziente?

La nostra società ha strutturato un linguaggio preciso in ogni suo ambito. La psicologia, ed ancor più la psicoterapia, si sono appoggiate "saldamente", oserei dire, al linguaggio medico.

La psicoterapia come la conosciamo è nata in ambiente medico. Viene in mente Freud, anche se ci erano già stati medici che praticavano forme pionieristiche di terapia sulla mente. Pensiamo soprattutto all'ipnosi.

Inoltre la parola "psicoterapia", come la maggioranza delle parole in medicina, deriva dalla lingua greca antica, e significa più o meno cura (terapia) dell'anima (psiche). Cosa che, se ci pensate, suona abbastanza assurda. Se esiste l'anima (e finora la scienza non è potuta entrare in merito) non è certo possibile "terapizzarla"!

Nell'antica Grecia, comunque, vi erano state particolari forme di trattamento dei problemi delle persone mediante dialogo e confronto, pensiamo soprattutto ad alcuni filosofi. Proprio sul termine "psicoterapia" si potrebbe discutere a lungo, ma per adesso torniamo alla domanda iniziale. Come ho appena detto, questo lessico ha alle spalle secoli di storia che dobbiamo rispettare.

Ma il paziente dello/a psicologo/a è veramente un paziente?

Ho già avuto modo di osservare, su queste colonne, che noi psicologi abbiamo incorporato dal modello medico una grande quantità di vocaboli, che personalmente mi lasciano un po' insoddisfatto. È divertente osservare, mantenendo ovviamente pieno rispetto per chi soffre, quante parole sono state costruite sul termine fobia, dal greco "paura, timore", prendendo a prestito la lingua greca antica.

L'elenco sarebbe lunghissimo, faccio solo qualche esempio. Quasi tutti conoscono "agorafobia", la paura degli spazi aperti e vasti, e "claustrofobia", la paura degli spazi chiusi ed angusti. Meno noto è il termine "acrofobia", paura dell'altezza e dei precipizi. Quasi sconosciuti sono invece numerosi altri termini. Solo due esempi: ailurofobia, che significa paura dei gatti, ed emetofobia, paura di vomitare, che neppure io conoscevo, ed ho recentemente imparato leggendo le risposte di un Collega!

Ma torniamo a discorsi più seri.

Per un lungo periodo, quando la psicologia aveva bisogno di affermarsi nella società, l'uso di termini medici è stato certamente utile per affermare la serietà e la scientificità di una disciplina nascente. Oggi però continuiamo a riempirci la bocca, usando un linguaggio forse un po' superato.

Il termine "paziente" è universalmente usato. Perché non mi piace?

"Paziente" deriva dal verbo greco pasco, se ricordo bene colui che sente, percepisce, e quindi per estensione colui che soffre. Quindi chi si reca dallo psicologo è, in primis, una persona che soffre. Questo è spesso vero, purtroppo.

Tuttavia caratterizzare le persone che vengono da me, psicologo, come persone che soffrono ha dei risvolti negativi.

Significa perdere di vista la persona nella sua umanità, totalità e interezza. È una persona che soffre, un caso clinico. Sulla quale io esercito un potere. Il potere di conoscere ed applicare degli strumenti che la aiuteranno a soffrire di meno. Né più né meno di una terapia medica.

No, cari lettori, non ci siamo proprio. Ho già detto che a me piace la psicologia del benessere, e cerco ed applico strumenti per migliorare il benessere, e non solo per ridurre la sofferenza. Inoltre vedo noi psicologi più come educatori ed informatori che terapisti. Noi possiamo e dobbiamo dare delle indicazioni che aiutano le persone a stare meglio, ma queste sceglieranno i loro modi ed i loro tempi! Dico sempre, a chi viene da me:

«Io posso reggere il timone, ma il vento soffia dove vuole lei!».

Questa frase dovrebbe essere spiegata meglio; ci ritornerò sopra.

A questo punto, però, c'è un grosso rischio. Che questo concetto di benessere sia usato quando non si è in grado di procedere ad una corretta diagnosi, e quindi non si sa trattare il disturbo con gli opportuni strumenti terapeutici, propri della professione dello psicologo. Questa è tutt'altra storia!

Non voglio qui entrare nell'annosa polemica che contrappone gli psicologi ad altre figure professionali come i coach, i counsellor, i filosofi e così via. Una dislessia, un disturbo d'ansia o del neurosviluppo vanno trattati con gli strumenti adeguati di valutazione e trattamento, e non già con un generico potenziamento del benessere. Ma usare il termine "paziente", a mio avviso, ha dei grossi limiti. Mi viene in mente a questo punto una frase di Freud (ricordo che non sono uno psicoanalista, ma onore ai Grandi):

«Il paziente ha (davanti a sé) il medico che paga, e non un padre soccorrevole!»

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Questa importante frase è stata, a mio modesto avviso, male interpretata. Si è parlato di cinismo e sconcertante freddezza. Io credo invece che riveli tutta l'umanità e l'umiltà del grande medico viennese. In altre parole (forse interpreto a modo mio!) Freud sembra dirci: il paziente è sopratutto un essere umano che avrebbe bisogno di un po' di aiuto disinteressato, e che probabilmente non ha avuto un padre od una madre come avrebbe meritato! Chiariti tutti i motivi di riserva al termine paziente, introduciamo l'alternativa.

Il termine "cliente" è stato introdotto dal grande psicoterapeuta statunitense Carl Rogers fondatore proprio della "terapia centrata sul cliente" (Client Centered Therapy). In estrema sintesi, si tratta appunto di una terapia basata più sul rapporto umano che si instaura, che sulla tecnica terapeutica. E sul riconoscimento di importanti valori umani: piena accettazione dell'Altro e del suo mondo, inclusi limiti ed errori, empatia, riconoscimento e rispetto della persona che ci sta davanti. Secondo Rogers il riconoscimento e l'apprezzamento dell' Altro/a sono superiori, e permettono di ottenere migliori risultati, rispetto ad ogni tecnica, per quanto raffinata. Questi valori umani basilari si contrappongono, nel modello del grande Maestro, all'eccesso di tecniche e tecnicismi prima della psicoanalisi, poi della terapia comportamentale. Si è parlato di "terza forza" in psicoterapia.

Tutto questo mi trova sostanzialmente d'accordo, anche se credo che oggi padroneggiare più tecniche, scegliendo quella più adatta per il…soggetto sia ormai imprescindibile. Tuttavia la parola "cliente" mi ricorda logiche aziendali e commerciali, dalle quali personalmente rifuggo.

Esiste una terza alternativa?

Personalmente opto o per il termine "soggetto", che tuttavia può far pensare ai soggetti da esperimento, o, meglio, a quello di "persona assistita", termine che, sembra, stia prendendo piede in medicina. Parecchio impegnativo per noi, invero. Ma finalmente libero da accenti paternalistici o commerciali. Il termine sottolinea soprattutto una concezione di servizio e di accoglienza verso chi si rivolge a noi, che mi trova veramente entusiasta.

Sarei curioso di sapere cosa ne pensate. Grazie!

Articolo del dottor Tacchini, iscritto all'Ordine degli Psicologi della Toscana

Scritto da

Dott. Leopoldo Tacchini

Psicologo Nº iscrizione: Nº iscrizione all’Albo 5322

Psicologo clinico, ad orientamento cognitivo - comportamentale. È perfezionato in neuropsicologia, naturopatia, metodo Tomatis, tecniche psico-corporee. Tratta ansia, insonnia, disturbi psicosomatici, depressione, benessere psicofisico. Bambini: disturbi DSA e del comportamento, ritardo cognitivo, ADHD, disturbi del linguaggio e comunicazione, bambini in adozione ed affido.

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2 Commenti
  • Angela Fancello

    Cliente mi sembra il più centrato. Accettando la visione umanistica. Non "suona" bellissimo, ma io lo uso nel mio lavoro e col tempo mi ci sto abituando.. Paziente è molto riduttivo e ha una storia che lo connota in senso medico. Soggetto non mi piace davvero

  • Maria Grazia Ceparano

    Allora perché non Persona? Credo sia il sistema migliore x confermare l'importanza del dia-logo e sottolineare quanto è importante che il terapeuta si ponga in una posizione orizzontale piuttosto che verticale. Intendo ovviamente posizione gerarchica. Il famoso testo "Da persona a persona" docet.

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