PAS: sindrome di alienazione genitoriale

Definizione, criticità e attuale dibattito scientifico relativo alla Sindrome di Alienazione Genitoriale

7 APR 2016 · Tempo di lettura: min.

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PAS: sindrome di alienazione genitoriale

R. Gardner, psichiatra infantile e forense, membro del dipartimento di psichiatria infantile della Columbia University di NY, nel 1985 introdusse il concetto di Sindrome di Alienazione Genitoriale per spiegare le situazioni di conflitto famigliare, a seguito di una separazione coniugale, in cui i figli rifiutano o esprimono significativa resistenza alle frequentazioni con il genitore non convivente.

Gardner si esprime nei termini di "programmazione e indottrinamento" per spiegare l'attività che il genitore alienante promuove nei confronti del figlio, quale espressione dell'odio patologico verso l'ex partner.Il genitore assume un atteggiamento denigratorio, squalificante e accusatorio, incriminatorio nei confronti dell'altro genitore.

Le evidenze cliniche da cui parte la riflessione di Gardner riguardano l'intenzionalità punitiva rivolta a far male all'ex partner (1992) e la convinzione che la gran parte delle denunce di abuso all'interno delle dispute per l'affidamento dei figli sono false (1991).

L'autore precisa che vi è un ruolo attivo dei figli (di età compresa tra i 7 e i 15 anni) che esprimono un desiderio preciso di interrompere i rapporti con il genitore alienato: i figli della PAS assumono un atteggiamento incondizionato nei confronti del genitore convivente, schierandosi con lui e aderendo in toto alle sue posizioni.

Gli 8 sintomi da PAS

A partire dal ruolo e dalla posizione del minore in tale sindrome si configura dunque come un disturbo dell'età evolutiva, tanto che Garder individua 8 indicatori (sintomi) primari della PAS espressi dai figli: nel 1998 Gardner ne aggiungerà altri 4.

Essi sono:

  1. denigrazione, razionalizzazione, mancanza di ambivalenza;
  2. affermazione del pensiero indipendente;
  3. sostegno al genitore alienante nel conflitto genitoriale;
  4. assenza di senso di colpa;
  5. scenari presi a prestito;
  6. estensione del conflitto alla famiglia allargata;
  7. difficoltà di transizione durante le visite;
  8. legame con il genitore alienante, e con il genitore alienato prima della separazione.

Per Gardner è possibile fare una diagnosi di PAS lieve, moderata e grave in relazione alla presenza di questi sintomi.

Aspetti controversi, criticità e attuale dibattito scientifico

Garder afferma l'esistenza della PAS nella misura in cui la maggior parte delle denunce di abuso e di maltrattamento in caso di separazione e divorzio sono false:

Kelly (2000) sostiene che in questo modo si legittima un atteggiamento di sottovalutazione della denuncia di abuso e una conseguente indagine pressapochista dell'ipotetico maltrattamento; inoltre, sostiene la ricercatrice, si rischia di sviluppare pregiudizievolmente la mala fede delle madri e delle dichiarazioni dei minori.

Inoltre al contrario di quello che sostiene Gardner in USA le denunce di abuso occorrono solo nel 2% dei casi di separazione e divorzio, e nel 50% dei casi risultano vere (Thoennesm, Tjaden, 1990).

È aspramente criticata infine la soluzione che Gardner propone per la cura della PAS: egli propone un drastico taglio delle relazioni madre-alienante e figlio al fine di interrompere il lavaggio del cervello continuamente promosso ai danni della relazione padri-figli.

In ogni caso l'accusa più rilevante e condivisa a livello scientifico riguarda la mancanza di validità scientifica della PAS: non esiste alcuno studio empirico che valida la teoria.

Molti autori oggi preferiscono parlare di alienazione genitoriale, evitando la definizione di sindrome.

Evidenze cliniche e le ragioni dell'affermazione dell'alienazione genitoriale

Al di là della legittimità della teoria e della scientificità del modello ipotizzato da Gardner, i clinici che si occupano di separazione e divorzio si confrontano spesso con interruzioni di rapporti tra un genitore e un figlio proprio in seguito alla separazione..

Tali interruzioni appaiono inspiegabili, non solo perché improvvisi ma perché estranee alla casistica della violenza e dell'abuso intergenerazionale.

L'approccio di tipo famigliare (quello che noi di fatto assumiamo nella nostra pratica clinica nell'ambito della separazione e del divorzio) recupera una prospettiva teorica e di studio delle relazioni famigliari considerate nella loro complessità e globalità.

In questa prospettiva il sintomo è la modalità più o meno funzionale di vivere la relazione famigliare, compresa quella del genitore alienato.

Non è più il singolo e l'azione del singolo a essere al centro dell'osservazione della valutazione del clinico, bensì la relazione famigliare nelle sua interezza.

Preferiamo dunque parlare di alienazioni genitoriale per descrivere quelle situazioni in cui vi è un sostanziale allontanamento da parte di figlio da un genitore e/o una effettiva interruzione di rapporti tra un genitore e un figlio: ci si allontana così da una definizione personologica e individuale della situazione e ci sia avvicina a una lettura ben più complessa e olistica del relazionale/famigliare.

Ciascun membro della famiglia (genitore alienante, genitore alienato e figlio) agisce e reagisce al sistema famiglia, contribuendo alla dinamica più o meno funzionale della separazione a seconda del proprio vissuto individuale, famigliare e secondo i propri bisogni anche quelli più profondi e inconsapevoli.

Il clinico che si occupa di alienazione genitoriale effettuerà, dunque, secondo questo approccio, una attenta fase di valutazione relativa alla storia relazionale della famiglia, partecipata e condivisa dai due ex coniugi, al fine di definire e individuare risorse personali e famigliari (contestuali) a cui la famiglia potrebbe attingere per affrontare questa fase di stallo.

Tutto ciò per individuare il miglior intervento possibile sia esso di natura giuridica o di natura psico sociale.

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Scritto da

Dott.ssa Cristina Fumi

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