Ossessionati dal materialismo: perchè la felicità non è una tv nuova

Misuriamo la nostra felicità con gli stessi criteri che usiamo per comprare un nuovo televisore, e questo contribuisce ad una frustrazione diffusa.

27 SET 2013 · Ultima modifica: 28 AGO 2019 · Tempo di lettura: min.

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Ossessionati dal materialismo: perchè la felicità non è una tv nuova

Sempre più spesso misuriamo la nostra felicità con gli stessi criteri che usiamo per comprare una televisione nuova, misurandola come se essa fosse un oggetto, ed a fare così ci sentiamo infelici e frustrati. Questo è il risultato della ricerca “I malesseri psicologici della società del benessere" realizzata dall'Università di Barcellona e dall'Università Ramon Llull.

Come affermava il sociologo francese Gilles Lipovetsky, la nostra è la "società della delusione": in forma incosciente pensiamo alla nostra felicità come a qualcosa che si può comprare o raggiungere in cambio di qualcosa. Constatare giorno per giorno che questo non è vero, ci porta un costante sentimento di frustrazione sino a farci sentire sentimenti di disagio psicologico, e questo perché confondiamo il nostro benessere con il materialismo.

Si sente spesso parlare di una felicità piena, completa. Anche un'aspettativa simile è di matrice strettamente materialista, perché presuppone che diamo alla felicità, che è qualcosa di astratto ed etereo, un forma fisica, materiale, che si può misurare.

Per dirla in altre parole, ci aspettiamo che la felicità arrivi come una macchina o una borsa nuova, intera, senza un graffio con il migliore aspetto possibile e con qualche optional sfizioso.

E magari perché non come un elettrodomestico? Approvato da un tecnico e con una bella garanzia in caso di rottura. Anche nella nostra vita quotidiana cerchiamo un benessere che rimanga stabile per tutta la vita: vogliamo il lavoro a tempo indeterminato, la casa di proprietà e pensioni integrative che possano rassicurarci sul futuro e sulla vecchiaia.

In più diamo un prezzo al nostro benessere. Monetizziamo i nostri sforzi: se fare una cosa ci costa meno che farne un'altra a cui dovremmo dedicarci con maggiore impegno, a priori nella nostra mente scatta un click che ci fa pensare che la via più rapida sia quella da perseguire.

È come quando andiamo a comprare con gli sconti: un prodotto in offerta ci attira di più di uno a prezzo pieno. La contabilità è diventata una sorta di scienza dell'anima. Viviamo ossessionati dall'analisi delle quantità: pensiamo che si viva più felici in un appartamento di 100 mq che in uno di 50, che vacanze più lunghe siano più rilassanti etc…

Sono queste le considerazioni che alla lunga ci fanno stare male. Applicare la logica materiale ai sentimenti è uno degli errori che provoca maggiore frustrazione nella nostra società.

Ci sentiamo frustrati perché non stiamo raggiungendo il livello di benessere che ci aspettiamo, mentre l'errore è di fondo: il benessere non ha un livello standard, non si raggiunge, ne è sano provare a misurarlo.

Una delle chiavi per non cadere in questa trappola della depressione materialista sta nel saper fare la differenza fra il funzionamento dei sentimenti e quello delle cose materiali, aiutandoci con questi due principi:

  • Per i sentimenti il futuro è imprevedibile: le garanzie totali non esistono.
  • La pienezza totale e le misurazioni sono concetti che si applicano agli oggetti fisici. Bisogna saper accettare che i sentimenti sono astratti e riconoscerne i limiti propri della loro natura.

Secondo Lipovetsky cambiare la prospettiva della società materialista è quasi impossibile: i problemi degli essere umani sono sempre stati generati dalla società in cui vivono. Finché tutto si baserà sui beni materiali la 'società della delusione' continuerà ad esistere.

Tuttavia una soluzione individuale è possibile: basta accettare l'imprevedibilità e l'astrattezza dei nostri sentimenti per poter mettere da parte questa sensazione di malessere tanto frequente oggigiorno.

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