Narcisismo come ferita relazionale

L'articolo tematizza su una condizione psicologica oggi molto diffusa che riguarda sia l'individuo che il contesto sociale, relativa all'esasperato individualismo ed egocentrismo

11 LUG 2018 · Tempo di lettura: min.

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Narcisismo come ferita relazionale

Brevi note sull'attuale scenario della Psiche sociale e individuale Itinerario storico-semantico. Come aveva già profetizzato F. Nietzsche all'inizio del Novecento, la nostra è un'epoca di "caduta degli dei" ("Dio è morto" dichiara nel celebre aforisma 125 de La Gaia Scienza dal titolo l'Uomo folle). Caduti i grandi sistemi filosofici e religiosi che per lungo tempo avevano costituito dei fondamentali punti di riferimento, e allo stesso tempo, di coesione sociale e di verità inconfutabili per ogni individuo, il modo di entrare in rapporto con la realtà delle cose e con il mondo delle persone è divenuto infinitamente più difficile e problematico.

Sul piano storico, un'altra "caduta", quella del muro di Berlino, ha segnato profondamente le modalità di esperienza del vivere insieme e ribaltato le categorie di giudizio e di valutazione del reale. La fine del bipolarismo esprime e provoca a livello sociale la frantumazione delle coesioni a qualsiasi livello. L'assenza di appartenenza conduce però, terminata l'iniziale euforia per la liberazione da ogni controllo, ad una grande confusione, e a vissuti di profondo spaesamento ed incertezza. Allora, nessuno si prende più cura di nessuno, nessuno educa più nessuno; se nessuno controlla, nessuno può dare conferma, se nessuno proibisce non esiste un "punto fermo" a cui contrapporsi per sperimentare la mia forza e la mia identità.

È la definitiva morte dei "padri" e dei valori che, da sempre, si erano tramandati da generazione in generazione. In questo ambito di esasperato individualismo (di narcisismo, appunto) nel quale ognuno si crede portatore di verità incontestabili, si avverte lo smarrimento per la relativizzazione di ogni norma: la perdita di punti di vista oggettivi. Oggi il termine "narcisismo", quando non è salvato dall'aggettivo "sano", viene identificato con egoismo o egocentrismo, e viene percepito come l'ostacolo primario alla convivenza. In effetti, il termine "narcisista" raramente è usato come un complimento nei confronti di qualcuno con una sana stima di sé.

Ma forse la situazione è un po' più complessa. In realtà, il termine "narcisista" indica una condizione sia individuale-psicologica, che culturale. Come è noto, l'uso di questo termine affonda le sue radici nel mito greco di Narciso (del quale esistono diverse versioni): gli déi puniscono il giovane di Tespi, che rifiuta di aprirsi all'amore rappresentato dalla giovane ninfa, chiamata Eco. Eco era stata privata della voce da Era, la moglie di Zeus, e poteva solo ripetere le ultime sillabe della parole altrui. Per l'incapacità di esprimere il suo amore, viene respinta da Narciso e morì di crepacuore. Gli dei punirono Narciso, per la durezza con cui aveva trattato Eco, facendolo innamorare della propria immagine. L'indovino Tiresia aveva predetto il destino di Narciso. Un giorno questi, chinandosi sulle acque limpide di una fonte, vide la sua immagine riflessa. Egli si innamorò appassionatamente di quell'immagine e non volle più abbandonare quel luogo.

A causa dell'amore di sé, o meglio lo stupore ("narké") di fronte alla propria immagine riflessa, Narciso morì. Morto così di languore, si trasformò in un narciso, il fiore che cresce ai bordi delle fonti. In un'altra versione Narciso morì annegato per unirsi alla sua immagine proiettata sull'acqua. È interessante notare che Narciso si innamori della sua immagine solo dopo aver respinto Eco. Quindi sembra che l'innamoramento della propria immagine sia interpretato nel mito come conseguenza o punizione per l'incapacità di amare. Seguendo l'interpretazione del mito che ne dà Lowen (1985), Eco potrebbe essere la nostra stessa voce che ritorna a noi. Così, se Narciso avesse potuto dire "ti amo", Eco avrebbe ripetuto queste parole e il giovane si sarebbe sentito amato. L'incapacità di dire queste parole identifica il soggetto narcisista. Un'altra interpretazione interessante viene avanzata da Lowen: respingendo Eco, Narciso respinge la propria voce. Ma la voce è espressione dell'essere interiore, del sé corporeo contrapposto all'apparenza superficiale.

Nel termine "persona" è implicita l'idea che sia possibile conoscere un individuo dal suono della voce. Secondo quindi questa interpretazione Narciso negò il suo essere interiore in favore dell'apparenza: manovra questa tipica dei soggetti narcisistici. Sulla morte a seguito del digiuno per lo stupore di fronte alla propria immagine riflessa, ci viene in mente una breve riflessione. L'essere umano alla nascita si nutre dell'altro. Questo nutrirsi dell'altro, è naturalmente da intendersi sia in senso letterale dell'allattamento, che in senso metaforico della centralità delle relazione interpersonale ai fini della crescita e dello sviluppo. Ciò detto, l'individuo narcisista è un uomo senza amore, chiuso in se stesso. "Conosce" solo se stesso; ma quanto può conoscersi se non ha mai conosciuto l'altro e, di fatto, solo l'altro ti dà la possibilità di specchiarti? Senza conoscere l'altro, non conoscerà mai se stesso.

L'amore è fondamentale anche per la conoscenza di sé. Colui che non ha mai conosciuto l'altro all'interno di un amore profondo, di una passione intensa, di un'estasi totale, non sarà in grado neppure di conoscere se stesso, perché non avrà uno specchio in cui vedere il proprio sé riflesso. Una volta spezzato il filo del nutrimento oggettuale, al soggetto narcisista non resta che la morte esistenziale. Al più – come nota Racamier (1992) - l'oggetto non sarà amato ma usato, sfruttato, squalificato al punto di non avere più nulla di invidiabile, visto che sarà stato svuotato, superato e ridotto a puro utile; nella convinzione tipicamente perversa di poter prendere a tutti e non dover nulla a nessuno. Su cosa si basa invece la profezia di Tiresia? È possibile che si fondi sulla bellezza eccezionale di Narciso. Una tale bellezza spesso si rivela più una sventura che non una fortuna. La consapevolezza di possederla può dare alla testa e rendere egocentrici. Un'altra possibile spiegazione è che questa bellezza susciti passioni violente di desiderio e invidia negli altri, passioni che possono portare alla tragedia.

Sia nella storia che nella letteratura esistono vicende di persone belle finite tragicamente. Una delle più note è quella di Cleopatra. Un indovino, in quanto saggio conosce questi pericoli. Nel 1898 due studiosi, P. Nacke e H. Ellis, applicano il logos di tale mito a quelle perversioni sessuale nelle quali l'oggetto preferito dal soggetto è il proprio corpo. Nel 1914 S. Freud renderà celebre questo mito collegandolo ad una patologia specifica e ad una fase dello sviluppo infantile. Come sappiamo Freud introdusse questo concetto per dare conto a quella condizione relativa alla mancanza di transfert nei pazienti affetti da psicosi o narcisismo secondario [1]. Il fatto che noi viviamo in una cultura narcisistica (Lasch, 1979; Rinsley, 1986; Stone, 1998) non fa che complicare ulteriormente le cose. Vissuti e caratteristiche "narcisistiche" sociali I più recenti studi nel campo della psicologia sociale pongono l'accento su come dal contesto storico-culturale dell'epoca freudiana, ove la fame e la guerra favorivano la spinta all'appartenenza sacrificando il singolo per il bene comune, siamo passati adesso ad un contesto in cui, attenuatesi quelle spinte aggreganti, il rapporto tra l'individuo e la società è profondamente mutato, e valore decisivo è divenuto l'autorealizzazione.

La personalità narcisistica ha così sostituito l'isteria, divenendo quindi la personalità di base del nuovo contesto sociale, nel quale si è ormai passati – così come nota Kohut - dal "Guilty Man" ("Uomo Colpevole") del tempo di Freud al "Tragic Man" ("Uomo Tragico"). Riguardo al contesto sociale contemporaneo, Cristopher Lasch parla di "cultura del narcisismo". L'eccessiva importanza attribuita all'immagine è un indizio della tendenza narcisistica della nostra cultura. L'attuale preoccupazione per il corpo riflette in parte questo atteggiamento narcisistico. In una società narcisistica - una società che mette in crescente risalto e incoraggia le caratteristiche narcisistiche - la svalutazione culturale del passato non riflette soltanto la miseria delle ideologie prevalenti, che hanno perso il controllo della realtà e abbandonato il tentativo di dominarla, ma anche la miseria della vita interiore del narcisista. Una società che ha fatto della "nostalgia" un prodotto commerciale del mercato culturale, rifiuta immediatamente l'idea che in passato la vita fosse, per certi aspetti rilevanti, migliore di quella d'oggi.

Avendo banalizzato il passato identificandolo con modelli di consumo superati, con mode e atteggiamenti antiquati, la gente oggi guarda con insofferenza chi si richiama al passato per discutere seriamente sulla situazione attuale, o tenta di usarlo come metro di giudizio del presente.Lo sfruttamento interpersonale, indicante uno dei criteri diagnostici del disturbo di personalità narcisistica, è fortemente adattivo nella nostra società. La struttura del nostro sistema economico, è fondato sulla ricompensa di chi è capace di convincere gli altri ad acquistare un prodotto (Maccoby, 1976; Person, 1986). L'"avere successo" è diventato sicuramente più importante rispetto a valori come l'impegno, la lealtà, l'integrità, l'onesta, la sincerità e il calore interpersonale. In questa situazione culturale diviene ancora più difficile determinare quali tratti indichino un disturbo della personalità da semplici adattamenti culturali.

Mantenendo un focus allargato sulla prospettiva sociale e comunitaria, il narcisismo implica una perdita di valori umani, di mancanza di interesse per l'ambiente, per la qualità della vita, per i propri simili. E' chiara l'assurdità intrinseca ad una tale condizione, che produce una totale assenza di scrupoli soprattutto appunto nei confronti dell'ambiente, dello spazio vissuto, che si concretizza nell'inquinamento dell'acqua, dell'aria, della terra, nella cementificazione delle aree verdi, nella distruzione degli ambienti una volta incontaminati. Una società che sacrifica l'ambiente naturale al profitto e al potere rivela una profonda insensibilità per quelle che sono le più reali e autentiche esigenze umane. L'ambiente intorno a noi, lo spazio delle nostre città, diviene allora intriso di morte, diviene tomba! Il senso di oppressione derivante dalla mancanza degli spazi aperti, non fa che alimentare la nostra ansia e la nostra rabbia.

Crescono così inevitabilmente i segni della sofferenza umana e dello smarrimento, legati alla trasformazione radicale dello spazio vissuto in un ambiente sempre meno accogliente e sempre più ambiguo, ostile, oscuro e malintenzionato; amplificando quel bisogno nostalgico di spazi rispettosi dell'umana presenza, che sappiano offrire cioè un maggiore e più adeguato contenimento alla nostra angoscia. Dicendo queste cose ci stiamo riferendo al modo in cui ciascuno di noi vive soggettivamente lo spazio che lo circonda e lo sommerge, spazio che contribuisce alla metamorfosi dei nostri stati d'animo e delle nostre emozioni. Non c'è da meravigliarsi che un contesto culturale che coltiva ambizioni smisurate, che esalta l'esigenza di un impegno totale dell'individuo nella coppia, nella famiglia, nelle istituzioni sociali, che incoraggia passivamente l'abolizione di ogni senso del limite nelle estasi artificiali delle droghe, che espone il bambino, sempre più spesso figlio unico, all'inconscio dei genitori nel contesto di un focolare domestico sempre più ristretto per numero e sempre più instabile, non c'è da meravigliarsi che una tale cultura favorisca l'immaturità e susciti una proliferazione di disturbi psichici limite (o border-line).

A questo si aggiunge anche l'impressione pessimistica che la mancanza di limiti e di confini stia traghettando il genere umano verso la catastrofe che da più parti ci viene presentata orami come inevitabile. Ci sembra dunque che un compito urgente, psicologico e sociale, riguardi la ricostruzione di limiti, il ristabilimento delle frontiere, il riconoscimento di territori abitabili e vivibili; frontiere e limiti che istituiscono lo scambio tra le regioni (della psiche, del sapere, della società, dell'umanità) così delimitate, nonostante l'era del "villaggio globale". È necessario che ciascuno, nella propria sfera di competenza cominci a muoversi in questa direzione; e c'è chi ha già cominciato, sebbene a volte non si abbiano ben chiare in testa gli scopi e le mete comuni a cui tendere. Dal focus ampio sulla prospettiva sociale, passiamo ora ad alcune annotazioni riguardo all'individuo narcisista, provando a comprenderne i vissuti relativi. Vissuti e caratteristiche "narcisistiche" individuali Partendo dalla "grandiosità" narcisistica, H. Kohut (1972) ha delineato un'interessante descrizione del narcisismo. Egli ha mostrato in particolare come in certi casi il narcisismo si "scinda" da un lato secondo una linea verticale, che lo separa dalla corrente oggettuale, e dall'altro secondo una linea orizzontale che separa la corrente narcisistica grandiosa dalla base narcisistica elementare e vitale[2].

È nota la controversia Kohut-Kernberg, con difensori da una parte e dall'altra che sostengono che l'esperienza clinica conferma le prospettive teoriche da loro preferite. Kernberg (1970, 1974, 1998) considera i pazienti narcisisti (ambulatoriali e ricoverati) come soggetti difficili da trattare, poiché gran parte dei loro sforzi mirano a far fallire gli sforzi del terapeuta. Il paziente narcisista di Kernberg è sostanzialmente più primitivo nella sua invidia e avidità e con un'aggressività primaria (ad eziologia costituzionale e/o ambientale, ma che in ogni caso origina dall'interno e non reattivamente per le altrui insufficienze), arrogante e grandioso (simile nel suo funzionamento alla personalità border-line). I tratti costanti qui osservati e sottolineati sono il sabotaggio, la svalutazione e il controllo onnipotente: difese queste messe in atto nel contesto della terapia, per mantenere il terapeuta a distanza. Difese primitive che, insieme alla sindrome della diffusione d'identità e al generale mantenimento dell'esame di realtà formano i tre criteri alla base della diagnosi per il disturbo di personalità narcisistica secondo il modello strutturale di Kernberg. I pazienti narcisistici (ambulatoriali) descritti da Kohut (1971, 1977, 1984) hanno un funzionamento relativamente buono, (differenti e quindi separati dalla personalità border-line), con un Sé arcaico bloccato nel suo sviluppo, che necessita quindi di specifiche risposte ambientali per mantenere un Sé coeso. Kohut spiega questo stato di cose come il risultato di fallimenti empatici dei genitori. In particolare i genitori non hanno risposto all'esibizionismo del bambino, normali rispetto alla sua fase di sviluppo, con validazione e ammirazione, e senza offrirgli modelli degni di idealizzazione. Kohut concettualizza il Sé narcisistico come un "normale " Sé arcaico congelato nel suo sviluppo: "come un bambino in un corpo di adulto".

L'aggressività è nella teoria di Kohut un fenomeno più secondario, come reazioni alle mancanze altrui e come prodotto della disintegrazione del Sé. Posizione quella di Kohut aspramente criticata come semplicisticamente "colpevolizzante verso i genitori". Kernberg invece vedeva il Sé di questi pazienti come una struttura altamente patologica e senza somiglianza con lo sviluppo normale del Sé del bambino. Kernberg ha sottolineato che l'esibizionismo del bambino è affascinante e tenera, e non ha nulla a che fare con le pretese del Sé patologico della persona narcisista. Inoltre, Gabbard (2000) descrive due estremi di un continuum dove posiziona un "narcisista inconsapevole" e un "narcisista ipervigile". Il primo non si rende conto dell'impatto che ha sugli altri: è arrogante, invadente, autocentrato, aggressivo, vuole sempre stare al centro dell'attenzione, manca di empatia e sembra impermeabile alle critiche altrui. Corrisponde al quadro descritto nel DSM-5. Il secondo è invece fortemente inibito, schivo, sensibile alle critiche e alle reazioni altrui, evita di essere al centro dell'attenzione, ascolta gli altri con precisione, come fa il paranoide, per scorgere se gli viene rivolta una critica.

Si sente ferito con facilità, provando sentimenti di vergogna e umiliazione. Nonostante questa forma sia ignorata del DSM IV-TR, esiste tuttavia un supporto empirico per la distinzione inconsapevole-ipervigile (Wink, 1991; Hibbard, 1992, Dikinson & Pincus, 2003). Sebbene questi due tipologie possano presentarsi in forma pura, molti pazienti mostrano una miscela di caratteristiche fenomenologiche di entrambi i tipi. Alla luce delle descrizioni delle divergenze tra Kohut e Kernberg, sembra che questi si riferisca a pazienti più assimilabili al tipo inconsapevole, mentre quegli tratta pazienti più simile al tipo ipervigile. Vediamo altri attributi tipici dell'individuo "speciale"? Facciamone un semplice elenco: 1) "Posso fare tutto" (onnipotenza), 2) "Sono visibile dovunque" (onnipresenza), 3) "So tutto" (onniscienza) e 4) "Devo essere adorato". Questi, naturalmente sono gli attributi di un dio.

A livello individuale-psicologico, la fondamentale preoccupazione per l'individuo narcisista, risiede nella propria immagine a discapito dei sentimenti, del bisogno primario di essere amati e di amare, dell'integrità e della dignità, perseguendo come massima aspirazione il potere, il successo, l'accumulo di ricchezza, il controllo e la manipolazione degli altri. Non solo. Il sadismo, l'adozione di una politica di attacco preventivo, il bisogno di vendetta insieme al desiderio di trasformare un'esperienza passiva in attiva sono altri utili elementi per la comprensione della caratteristica rabbia narcisistica. Nelle sue forme più tipiche essa comporta un rifiuto totale delle limitazioni ragionevoli e un desiderio illimitato di riparare il torto subito e ottenere vendetta. Sadismo e desiderio di vendetta che saranno tanto più forti e intensi quanto più marcata ed evidente sarà l'assenza di un dialogo interiore. Il dialogo interiore (o voce interiore) – come ha mostrato lo psicologo sovietico A. R. Lurija (1973) – svolge un ruolo fondamentale e cruciale nello sviluppo e nel funzionamento della coscienza morale e quindi nella regolazione del comportamento. Si tratta di pensieri, immagini e dialoghi interiori emotivamente carichi che rappresentano i "morsi" della coscienza.

Essi sono responsabili del potente controllo della coscienza sul comportamento, e generano i rimorsi e i sensi di colpa per le trasgressioni. I soggetti narcisistici non sono in grado di capire tutto questo. Per molti di loro la coscienza morale è poco più di una consapevolezza intellettuale delle regole che altri individui hanno posto: parole vuote. I sentimenti necessari per dare un valore a queste regole sono perlopiù assenti. Le idee di reciprocità e di comprensione non vengono concepite in senso emotivo. Insomma, è come se il soggetto narcisista "conosca le parole ma non la musica"; avendo una scarsa attitudine a sperimentare le reazioni emotive di paura e di ansia che sono caratteristiche della coscienza morale. Il narcisita non ha interesse per il futuro, in parte perché il passato lo interessa pochissimo. Incontra grosse difficoltà a interiorizzare le esperienze felici o a crearsi un patrimonio di ricordi cari a cui attingere negli ultimi anni della sua vita, che anche nelle migliori condizioni portano tristezza e dolore.

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Scritto da

Studio Marcantonio Di Palma

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