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Mindfulness e psicoterapia: new age versus tradizione?

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

L'utilizzo di concetti tipici della Mindfulness e della relativa teoria sul funzionamento della mente può arricchire la psicoterapia psicoanalitica contemporanea senza snaturarla.

5 FEB 2020 · Tempo di lettura: min.
Mindfulness e psicoterapia: new age versus tradizione?

Da una decina d'anni si sente spesso parlare di Mindfulness e delle sue applicazioni pratiche nel campo della salute mentale. Pare proprio che, basandoci sulle evidenze scientifiche, accettare consapevolmente e senza giudizio il momento presente sia la soluzione per ogni tipo di disagio e sofferenza. Migliaia di libri di auto aiuto e altrettanti articoli su riviste divulgative hanno come obiettivo quello di restituire alle persone il valore della vita in questo esatto istante, illustrando esercizi e spiegando tecniche in apparenza facili dal retrogusto new age.

Dall'altro capo dello scenario pare stagliarsi la psicoterapia convenzionale, spesso basata nel "là ed allora", costituita da revisioni intellettuali continue rispetto alla propria storia personale e all'origine presunta del disagio. L'uomo (e la donna) del 2020 di certo sentono di non aver tempo da perdere in scavi archeologici all'interno di sé stessi, sotto la supervisione di un astinentissimo, silenzioso, esperto storiografo a pagamento.

Anzitutto penso sia necessario portare chiarezza su alcuni punti:

  • la Mindfulness non è nulla di nuovo e molte sue pratiche derivano dalla meditazione buddhista;
  • la condizione naturale della mente umana non è quella di essere ancorata al presente ma bensì di essere continuamente affollata da pensieri sul passato e proiezioni sul futuro;
  • ci sono molte sovrapposizioni e influenze tra stili diversi di psicoterapia.

Il maggior esponente della Mindfulness occidentale è il dottor Jon Kabat- Zinn (autore di un paio di testi molto agili e interessanti di cui vi lascerò i titoli nella parte finale), che nel 1979 ha fondato la Stress Reduction Clinic il cui programma, poi evolutosi nel cosiddetto programma MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction) della durata di 8 settimane, è una sintesi di elementi di meditazione buddhista e concettualizzazione del termine Mindfulness (che in italiano è difficile da tradursi, ma all'incirca suona come "piena e totale presenza della mente").

In tempi recenti Kabat - Zinn ha ridiscusso le influenze religiose nella meditazione, preferendo un approccio più scientifico. Proprio per questo motivo il MBSR è stato sottoposto a numerosi studi di efficacia, ottenendo buoni riscontri nelle condizioni ansiose, depressive, nel dolore cronico e nelle dipendenze.

Il programma di riduzione dello stress ha una struttura definita e preordinata, ed ha la funzione di avvicinare le persone che portano una sofferenza a modificare il loro rapporto con la realtà dei fatti presenti, senza voler allontanare il dolore o identificarsi con pensieri che aggiungono ulteriore sofferenza in quanto amplificazioni e riverberi dello stato patologico originario. Per arrivare a questo risultato, sono previsti diversi esercizi che hanno in comune l'attenzione sul corpo e sui pensieri che si generano incessantemente e in forma automatica, con la finalità di accettarli e farvi spazio, nell'ipotesi che ciò che genera dolore è il desiderio di sopprimerli, sostituirli, censurarli.

Dove si colloca la psicoterapia (psicodinamica) rispetto ad un programma di questo tipo?

Mi sento di rispondere che non esiste una incompatibilità tra approcci tradizionali e altri più in apparenza new age (se per new age intendiamo un insieme di credenze e pratiche religiose dalla struttura eclettica). Sono certamente maggiori i punti convergenti con terapie tradizionali che quelli divergenti. Basti pensare alla questione della "presenza" : risulta essenziale esplorare con la persona i suoi vissuti istantanei (proprio lì, in quella seduta, in quel momento) con il terapeuta tanto quanto indagare sull'origine di alcuni modi di essere e rappresentare sé stessi. O ancora l'attenzione sul corpo, sul dolore localizzato che può nascondere una emozione inespressa. Inoltre alcuni quadri ansiosi o depressivi richiedono al terapeuta di concentrarsi prima sul sintomo, per restituire quel minimo di padronanza alla persona tale da consentirle di poter poi calarsi all'interno di sé rimanendo agganciata al mondo esterno.

La Mindfulness dunque risulta essere qualcosa di apparentemente semplice, ma dalla complessa definizione. La sua utilità risulta comprovata, non soltanto come punto focale di programmi terapeutici ad hoc, ma anche per la capacità che ha avuto di influenzare le altre discipline e di fornire un bagaglio di strumenti utili alle persone e a chi si occupa della loro salute mentale, riportandoci a ciò che non dovremmo dimenticare facilmente : il contatto con l'esperienza di vita nella sua totalità, negli aspetti più gratificanti come in quelli angosciosi e tristi, senza fuggirvi.

Qualora voleste leggere qualcosa di interessante (e non minuziosamente tecnico e noioso), vi suggerisco :

  • "Vivere momento per momento" , Jon Kabat-Zinn (2018)
  • "Mindfulness. Una guida pratica al risveglio" , Joseph Goldstein (2016)
Scritto da

Dott. Alberto Idone

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