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Lutto: cos'e'?

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

Il bambino da un lato produce fantasie ed indaga sulla nascita e la procreazione, dall’altro fantasie ed investigazioni sono indirizzate anche sul problema della fine della vita: la morte.

12 SET 2014 · Tempo di lettura: min.
Lutto: cos'e'?
La parola lutto deriva dal latino luctus che significa pianto e dal verbo lugere, cioè piangere ed essere in lutto. Malgrado in tutte le lingue si accenni alla tristezza ed alla pesantezza del dolore, ci sono alcuni elementi interessanti da individuare; per esempio, l’aspetto paranoide di deprivazione e di angoscia che esistono sempre intorno ad una perdita e che in inglese si esprime con la parola bereavement, che ha la stessa radice di rubare.

In spagnolo, francese e italiano antico si dice duello, che proviene dal latino dollum, dolore, ma anche da bellum, guerra, dunque il conflitto interno e l’ambivalenza, come lotta tra il morire un po’ (identificazione) e il cercare di vivere, abbandonando il morto.

Il lutto viene anche definito come l’insieme delle reazioni psicologiche e dei comportamenti individuali che si sperimentano a causa della perdita di una persona significativa, così come anche i rituali collettivi e le pratiche sociali e pubbliche che vengono svolte nelle diverse culture intorno all’evento della morte (Crozzoli Aite, 2003).

Di fronte alla morte, infatti, è grande il senso di disorientamento: i riti mirano a restituire continuità e significato alla vita di chi rimane, permettendo un’espressione culturalmente condivisa e controllata di emozioni profonde potenzialmente distruttive e autolesive.

I riti favoriscono la presa d’atto della morte avvenuta e dei mutamenti necessari nella nuova condizione di vita; così viene anche assicurata all’individuo la vicinanza della comunità di appartenenza per anche trasformare la memoria del defunto in memoria viva, per rilanciare l’eredità morale dell’antenato.

 L’atto stesso del crescere comporta perdite e rinunce. Tra le perdite fisiologiche, la prima è la separazione dalla madre.

Il bambino non può impedirsi di allontanarsi da lei, perché il bisogno di essere un sé separato è fortissimo, ma la paura di perdere la madre comporta la paura di morire, di frantumarsi, disperdersi, andare in pezzi (Winnicott, 1974). La presenza della madre e della coppia per il bambino significa sicurezza e questa esperienza di paura e di perdita può essere integrata se il legame, pur prevedendo delle separazioni, può garantire una continuità.

Il bambino da un lato produce fantasie ed indaga sulla nascita e la procreazione, dall’altro fantasie ed investigazioni sono indirizzate anche sul problema della fine della vita: la morte. Per parlare di nozione di morte in età evolutiva bisogna tenere presente due piani distinti anche se interdipendenti.

Il piano cosciente ed intellettivo, vale a dire le progressive tappe del pensiero che conducono alla costruzione del concetto di morte come fenomeno universale ed inevitabile e il piano inconscio, vale a dire le manifestazioni della pulsione di morte nella produzione di fantasmi inconsci con la conseguente stimolazione di angoscia e meccanismi di difesa.

La perdita di un genitore nel bambino, e in particolare la perdita della madre, è l’esperienza più dolorosa e grave che un bambino possa incontrare: significa la perdita di sicurezza e di affetto, la perdita di vicinanza e di supporto con cui era stato nutrito e su cui faceva affidamento.

L’autentica accettazione della perdita del proprio genitore avviene con un graduale processo, anche a seconda del grado di evoluzione cognitiva e, soprattutto, dell’adulto che ha accanto e della sua modalità di reazione al lutto del coniuge.

Come reazioni al lutto si possono presentare:
  • ripiegamenti regressivi (il succhiarsi il pollice, enuresi, encopresi, paura del buio, non volere stare o dormire da soli)
  • difficoltà di attenzione e calo nel rendimento scolastico
  • manifestazioni psicosomatiche (insonnia, inappetenza, balbuzie, disturbi della pelle, incubi notturni, peggioramento di sintomi già presenti, come asma, cefalee)
  • manifestazioni  psicologiche (inibizione psicomotoria con comportamenti abulici, passivi di isolamento e ripiegamento su se stessi, o iperattività reattiva con irrequietezza, rabbia, aggressività, note depressive di pianto, disperazione, ansia)

Queste esprimono la pervasività della sofferenza a livello fisico e psichico e le angosce di separazione e abbandono che stanno sperimentando. Per la loro mobilità e labilità di attenzione si può passare facilmente dal pianto al riso e alleggerendosi distraendosi e interessandosi ad altro. Questi comportamenti, che non corrispondono alle aspettative degli adulti, vengono molto spesso scambiati per disinteresse, indifferenza, incapacità di provare sofferenza.

Anche l’adolescenza si delinea già come un periodo di lutto:per la perdita del proprio corpo bambino e dell’infanzia; per la perdita dell’immagine dei genitori fino a quel momento; per i modi consolidati di relazionarsi all’interno della famiglia con i genitori e con i fratelli; per la consapevolezza della morte dei propri genitori, ma anche della propria.

Il processo di costruzione dell’identità personale è un lungo percorso che l’adolescente compie, cercando di trovare un punto di equilibrio tra chi era (il bambino), chi è (l’adolescente) e chi sarà (l’adulto).

Insorgono tensioni e interrogativi che esprimono la difficoltà ad affrontare il cambiamento in atto. È una vera e propria esperienza di lutto che deve essere, in qualche modo, elaborata dai ragazzi. L’adolescente tende ad oscillare tra tale consapevolezza e la sua negazione.

Quest’ultima difesa (la negazione) è un modo per evitare ogni turbamento nei confronti del disagio di tipo depressivo legato al superamento dell’onnipotenza infantile: si tenta di non entrare in contatto con i sentimenti di dolore e di sofferenza, sostituendoli con un atteggiamento caratterizzato da euforia, da arroganza o da falsa sicurezza.

In questo modo il malessere depressivo è taciuto e soffocato da un intenso meccanismo di difesa. Quando questa difesa è maggiormente sfumata, compaiono espressioni emotive più in linea con quanto accade nel mondo interno del ragazzo: si possono pertanto manifestare i sentimenti di solitudine, di vuoto e di disperazione tipici dell’adolescenza.

La morte di un genitore costituisce un fattore di rischio ed una interferenza di sviluppo, in quanto può provocare delle deviazioni nel processo di crescita durante un periodo così carico di vissuti oscillanti di dipendenza-attaccamento e aggressività-insofferenza.

Quando uno dei genitori muore in primo luogo sembrano prevalere i processi difensivi e la negazione del dolore, per poter andare avanti continuando a sentirsi vivi e per proteggersi da vissuti angosciosi e intollerabili. Spesso il diniego difensivo cede e allora possono esplicitarsi sintomi depressivi eclatanti, che spesso si esprimono nell’isolamento, nella chiusura, nella passività e, talvolta, anche in dinamiche suicidali.

 

Scritto da

Dott.ssa Antonella Cagnoli

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