L’incontro con ragazzi adolescenti in comunità educativa

“Incontrare” è una parola che non si lascia abitare facilmente: se questo lo si può osservare in vari contesti di vita, all'interno di una Comunità educativa è un'esperienza pervasiva.

2 LUG 2020 · Tempo di lettura: min.
L’incontro con ragazzi adolescenti in comunità educativa

I ragazzi che attraversano la Comunità durante la loro esperienza di vita sono spesso portatori di frammenti di vita disgregati, disciolti in relazioni liquide, incerte, indefinite.

Le narrazioni che ricorrono rimandano spesso all'immagine di una voragine enorme che si dilata e si restringe, che inghiotte e risucchia i pensieri, le aspettative, le speranze, l'esistenza. Un vuoto tanto incolmabile quanto richiedente di essere saziato senza sapere di quale cibo nutrirsi, di quale mano fidarsi, in quali occhi riconoscersi.

Un vuoto pesante

La fatica nel verbalizzare queste sensazioni è palpabile e - seppur tacitamente - dichiarata sin dai primi passi mossi in Comunità. Penso ai ragazzi che tendono a sottrarsi alla relazione, a quelli che faticano ad incontrare lo sguardo dell'altro, a quelli che si rendono invisibili agli occhi meno attenti: parole preziose da leggere tra le righe.

Così minata è la possibilità di pensarsi come una valida risorsa da offrire in un incontro che la scelta più elaborativa diventa l'assenza.

In questo contesto ho imparato - e tanto ancora ho da imparate - ad affinare la mia capacità di sentire al di là delle parole, cogliendo il significato dei silenzi, delle assenze, dei rifiuti.

Un silenzio assordante

L'incontro nello spazio e nel tempo della Comunità non è un semplice atto che nasce e si conclude nel momento stesso in cui avviene; è un processo intriso di infiniti significati tutti da co-costruire per poter creare un terreno relazionale fertile, pronto per essere pensato, coltivato, curato, nutrito.

In questa complessa cornice ho iniziato a comprendere quanto fosse importante riuscire a coglie- re i processi, sovraordinando rispetto ai contenuti, a volte assenti, in altri casi confusi e apparentemente senza logica. Se questo vale per ogni relazione terapeutica instaurata anche in altri contesti, ancor di più ne ho compreso l'importanza nella relazione con i ragazzi che ho incontrato in Comunità. Il presupposto necessario e fondamentale per poter partecipare all'incontro - tenendo conto di tutto quel vissuto sommerso e allo stesso tempo così palpabile - era quello di disancorarmi dalla mia rassicurante logica interna e per immergermi - anche assumendomi il rischio di perdermi - nel mondo di significati del ragazzo.

A partire da questa crescente consapevolezza ho iniziato ad intravedere la possibilità di concepire la dimensione della cura - intesa da un punto di vista psicologico - come non esclusivamente correlata al setting così come classicamente viene inteso. Avevo progressivamente allentato le mie costruzioni legate alla cura psicologica rendendole meno strette e prelative a favore di una maggiore proposizionalità. Tutti i miei movimenti erano orientati primariamente ad entrare in relazione con il ragazzo e questo intento sovraordinato rendeva legittimo ai miei occhi il fatto di "contaminare la sacralità del setting" (così come fino a quel momento avrei definito l'importanza di rispettare le classiche regole che definiscono l'intervento terapeutico), inserendo elementi creativi e potenzialmente generativi di qualcosa di nuovo.

Questo processo mi esponeva a importanti transizioni di minaccia, minaccia di colpa e di ansia: percepivo il rischio di perdere i miei confini professionali ancor prima di averli strettamente definiti, sentivo di camminare su un terreno incerto e faticavo ad anticipare in modo stretto a cosa sarei andata incontro. L'aver colto queste transizioni fu di estrema importanza in quanto compresi la necessità di procedere in modo cauto (concedendomi di stare in una fase di circospezione utile ad anticipare i vincoli e le possibilità di ciò che avrei voluto realizzare) e l'imprescindibilità della collaborazione con colleghi con formazione psicologica ed educativa e con una solida conoscenza delle dinamiche interne alla Comunità. La stretta collaborazione, e la contaminazione inter-professionale, ci ha permesso di incarnare l'invito di Kelly secondo il quale "tutte le percezioni attuali sono aperte alla discussione e alla riconsiderazione e con tutta evidenza anche i più scontati eventi della vita quotidiana potrebbero apparire totalmente trasformati se avessimo abbastanza creatività da costruir- li in maniera diversa". Ciò che Kelly intendeva comunicare con queste parole è che la comprensione personale si sviluppa attraverso il nostro impegnarci attivamente, immaginativamente e pratica- mente in cicli dell'esperienza che ci richiedono di cambiare per prima cosa noi stessi (Chiari e Nuzzo, 1998). E così abbiamo ridiscusso il modo di intendere il nostro ruolo (da un punto di vista psicologico ed educativo) all'interno della Comunità, aprendo la possibilità di pensarlo e di agirlo in un modo alternativo.

Muovendoci con l'intento di abitare l'incontro, abbiamo iniziato ad aprire a noi stessi e ai ragazzi la possibilità di percorrere nuove strade finora per noi - operatori e ragazzi - inesplorate, sconosciute.

E così - tenendo conto dei vincoli e delle possibilità dell'incontro con ragazzi adolescenti in Comunità educativa - abbiamo iniziato a intravedere i vincoli e le possibilità delle attività di mediazione con l'asino.

Scritto da

Dott.ssa Sabrina Piccoli

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