L'importanza della verità soggettiva

Quale verità il terapeuta deve cercare affinché il paziente che ci chiede aiuto possa guarire dalla sofferenza?

16 mag 2019 Psicoterapie - Tempo di lettura: min.

San Benedetto del Tronto Ascoli Piceno

Una delle più grandi ed innovative teorizzazioni di Freud, indubbiamente è stata la postulazione della verità soggettiva. Il soggetto possiede una propria verità circa la sua vita ed il suo passato che non necessariamente combacia con la verità fattuale.

Il sintomo, a tal proposito, è la manifestazione nel corpo di quel sapere inconscio che separa il soggetto dalla sua propria verità. A fronte di tale teorizzazione che successivamente J. Lacan riprenderà fino a formulare l'inesistenza della verità, è chiaro come dovrebbe essere orientata una terapia secondo il fondatore della psicoanalisi: dare esclusivamente ascolto alla parola del soggetto e cercare di cogliere in esso i suoi inciampi, i lapsus, gli atti mancati e, soprattutto interpretare i suoi sogni che hanno un posto privilegiato all'interno dell'analisi.

La razionalizzazione, la costante ricerca di un sapere universale che possa fungere da panacea per la sofferenza psichica è quindi quanto più di lontano c'è da una terapia che miri alla guarigione. Nell'era in cui viviamo non è raro vedere come la massa punti alla ricerca costante di un altro che abbia un sapere. Spesso le persone si rivolgono ad un professionista con la convinzione che egli possieda un sapere, una verità che riguarda il soggetto stesso e che quindi possa utilizzarla per curarlo da ogni male.

Ancor peggio è quando il professionista stesso, forte di innumerevoli corsi di aggiornamento e libri divorati, assume la posizione di quello che Lacan chiama il soggetto supposto sapere.

La domanda è quindi: come può un soggetto avere la presunzione di possedere un sapere altrui talmente intimo da sollevarlo da ogni responsabilità? Com'è possibile che si continui a puntare ad un sapere universale quando la posta in gioco è esclusivamente unica e soggettiva?

Questo rapporto di disparità fondato sul sapere è ovviamente destinato al fallimento terapeutico o, peggio ancora, ad aggravare il soggetto curante. Se è vero che esiste una sola verità, quella soggettiva, allora è chiaro che il soggetto stesso debba mettersi in una posizione di estrema responsabilità nei confronti del suo stesso processo di cura. Molto probabilmente è per questo che la psicologia è destinata al fallimento.

L'essere chiamati a mettere in discussione la nostra responsabilità nella propria sofferenza (come a voler dire che la sofferenza è una questione puramente personale, esente dall'altro) sradica tutti quei principi medici che invece sono all'ordine del giorno: io soffro, il medico mi cura.

Qui non siamo all'interno di una relazione medica dove effettivamente il sapere del medico è sufficiente a curarmi. Qui siamo in una relazione all'interno della quale nemmeno il ''medico'' possiede un sapere (se non quello della conduzione della terapia) e probabilmente è questa la più grande delle fregature.

Nessuno conosce la verità se non il soggetto stesso che chiede ''perché sto male?''.

L'unico detentore della verità è colui stesso che formula la domanda in quanto già solo per il fatto di aver posto un perché egli stesso presuppone che ci sia un sapere dietro il suo malessere, un sapere che merita di venire a galla, un sapere che una volta emerso possa dare un senso ed un significato alla propria sofferenza.

Articolo dello Psicologo Andres Rivera Garcia, iscritto all'Ordine degli Psicologi delle Marche.

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