L'immedesimazione per entrare nel cuore di chi lavora in ambienti ad alto rischio

L'articolo riguarda la necessità dello strumento immedesimativo per entrare nel vissuto, nel mondo emotivo di quanti lavorano in ambienti ad alto rischio.

11 LUG 2018 · Tempo di lettura: min.

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L'immedesimazione per entrare nel cuore di chi lavora in ambienti ad alto rischio

La psichiatria – almeno un certo modo di fare psichiatria – non può assolutamente fare a meno di affidarsi ad uno specifico atto mentale, peculiare dell'uomo, che è l'atto dell'immedesimazione. Immedesimarsi vuol dire in breve, mettersi nei panni dell'Altro. Ed è certamente grazie a questa preziosa capacità intrinseca all'uomo, (preziosa in quanto ci rende "umani") che abbiamo la possibilità di cogliere nelle nostre relazioni interpersonali, cosa alberga nel cuore di chi ci sta di fronte, per sintonizzarci e comprendere così il suo vissuto attraverso l'empatia (che detto per inciso non ha nulla a che fare con la simpatia!).

Noi vorremmo utilizzare ora questo prezioso strumento, per metterci nei panni e comprendere lo stato d'animo di quanti svolgono il proprio lavoro, in ambienti ad alto rischio, come può essere un operaio presso uno degli stabilimenti del petrolchimico del polo Augusta-Priolo-Melilli; e anche di quanti vivono loro accanto (i famigliari, cioè). Siamo infatti certi, parafrasando Shakespeare, che sia necessario (oltre che doveroso) dare voce al dolore e alla sofferenza, per non imprigionare il cuore e non farlo schiantare. Il rischio in questi casi, considerando la variabile tempo, è duplice: legato cioè sia al singolo turno di lavoro da svolgere, e sia anche, in senso longitudinale, legato a tutta la carriera lavorativa.

Nel senso di dovere affrontare un'incognita connessa ad eventuali deflagrazioni, oppure ancora alla possibilità di sviluppare nel tempo, una qualche patologia tumorale, per l'esposizioni prolungata a sostanze nocive. Forse equivale a vincere un terno al lotto, nella mente dell'operaio e della sua famiglia, uscire vivi e indenni da anni e anni trascorsi nella pancia di quella sorta di mostro agghiacciante che è il petrolchimico. Capita poi che in determinate situazioni di difficile "digestione" a livello emotivo, si inneschino meccanismi psicologici di difesa dalla realtà. Allora il posto di lavoro può essere sentito, (in termini di "spazio vissuto"), in maniera persecutoria: da seno buono che nutre e contiene le angosce e dona significato, può divenire allora un seno persecutore, rabbioso, divoratore e portatore di morte.

Anche il "tempo vissuto" si può trasformare: il presente può essere sospeso, per così dire, in quanto insopportabile perché carico di ansia e di dolore, annullandosi così la possibilità di negoziare nel "qui e ora" i propri bisogni sociali ed emotivi; il futuro, solitamente idealizzato, in vista della tanto agognata pensione e del giusto e meritato riposo da godere dopo una vita di lavoro, può essere vissuto anch'esso in maniera paranoide e negativa, come possibile fonte di sofferenza e di disgrazia; ed il passato può essere invece vissuto in maniera nostalgica e con profondi sensi di colpa: ad esempio, per non essere stati capaci di procacciarsi un'altra sistemazione a livello lavorativo.

E questi sentimenti possono appartenere, certo con toni e sfumature diverse, anche ai famigliari dell'operaio. Pensiamo ai figli più piccoli che, pur non potendo prendere parte a decisioni importanti come quelle relative al posto di lavoro del proprio padre, nondimeno vivono con profonda inquietudine e pena la separazione del genitore che, giornalmente, si reca in un posto di lavoro così carico di pericolo.

Ci piace concludere questo breve intervento con una poesia di Nazim Hikmet, "Ultima lettera al figlio":

"Senti la tristezza del ramo che secca,/ dell'astro che si spegne,/ dell'animale ferito che rantola,/ ma prima di tutto senti la tristezza/ ed il dolore dell'uomo".

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Scritto da

Studio Marcantonio Di Palma

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