Le parole mancate... nel disagio psichico.

Descrizione delle dinamiche alla base dell'elaborazione della sofferenza che una volta avvenuta comporta il passaggio dall'indicibilità alla nominabilità del dolore.

16 DIC 2014 · Tempo di lettura: min.

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Le parole mancate... nel disagio psichico.

Cosa comporta il dire? Qual'è il prezzo da pagare?Quando stai male, quando provi quel tipo di sensazione che scaturisce dentro di te un'angoscia senza nome che strazia fino a lacerare l'anima, ti senti bloccato, non riesci ad accedere alla parola, sperimenti una sorta d' impotenza poiché non riesci a trovare una localizzazione corporea precisa, subisci il terrore dello smarrimento, pensi di non potere controllare ciò che accade proprio perché ti avvolge in maniere diffusa, non concreta.Il disagio psichico, si presenta nazionale preavviso, come una specie di "ospite oscuro" senza volto né nome, non essendo connotato da un sintomo preciso poiché la sua natura sintomatologica segue un'incarnazione individuale che muta al variare delle menti e dei loro funzionamenti.

Ci si può sentire immobili nel bel mezzo di una frammentazione che dilania e ammutolisce, o perseguitati da fantasie mortifere, o ancora incastrati in rigidi circuiti ossessivi come topolini dentro minuscoli labirinti senza via d'uscita... ma la sottile linea rossa che attraversa le dinamiche di questo tipo di disagio pare sua una sorta di disorganizzazione mentale che fa entrare in tilt le nostre possibilità di pensiero e la loro relativa traduzione in linguaggio, ciò che si muove vertiginosamente in questo tipo di paesaggio mentale pare siano abbozzi di proto- pensieri persecutori...Dal non senso dell'indicibile al disagio psichico, quale grido soffocato e silente, il passo è breve.Il veicolare significati attraverso le parole diviene, dunque, uno stato di necessità, di volontà o entrambi?

Riconoscimento

Probabilmente si tratta semplicemente di opportunità organizzative che generano vita, laddove il linguaggio, così inteso, può produrre nessi associativi , possibilità di comunicazione, relazione con l'altro, il non me, il diverso da me che abita in noi:« Stranamente lo straniero ci abita: è la faccia nascosta della nostra identità. Riconoscerlo in noi ci risparmia di detestarlo in lui stesso, lo straniero comincia allorquando sorge la coscienza della mia differenza e termina quando ci riconosciamo tutti stranieri. »(Julia Kristeva - Stranieri a sé stessi, 1988, Milano: Feltrinelli, 1990)Accogliere dentro di noi l'alterità significa integrare le ambivalenze oggettuali, tutto ciò non può che renderci liberi!Uscire dalla trappola dell'auto-referenzialità può diventare, allora, escamotage di sopravvivenza, sebbene i nostri codici linguistici possano intrecciarsi in meravigliose e poliedriche associazioni differenti, destreggiandosi con cura tra le fitte maglie dei significati e i significanti. Attraverso l'espressione di un linguaggio verbale s'intravede uno spiraglio di libertà dalle prigioni delle difese claustrofobiche e soffocanti che, con la loro funzione ambivalente, hanno illusoriamente protetto ma al tempo stesso bloccato, costruendo barriere invalidanti.

Pensieri sciolti

La traduzione dei pensieri sciolti in parole apre un varco in tali barriere, consentendo nuove possibilità di respiro, attraverso strette feritoie, dolorose ma necessarie, seppur lancinanti, in quanto catartiche.« Il poeta sa che il suo canto, parto ed erede della dicibilità del mondo … ha bisogno di sguardi altri ("occhi di un' altra specie") ai quali sorreggersi e dai quali lasciarsi guidare ... altri occhi che parlino, attraverso lo stupore ammutolito dei suoi, la lingua umbratile delle origini ... l'alfabeto ferito e sanguinante di chi ha lungamente sperimentato il dolore, la follia, l'esclusione, l'inesistenza, la morte … Il dolore e il lutto cercano i suoi occhi e la sua bocca, finalmente liberi dalle catene di una luce che esclude il suo rovescio simmetrico, per farsi specchio e visione, per seminare nella nudità del giorno il loro carico di spine e di memorie, la loro sete inappagata di riconciliazione» (Tutto il dolore del mondo. Lucetta Frisa, Sonetti dolenti e balordi e altre poesie, CFR Edizioni, 2013).

Una riconciliazione è necessaria e funzionale all'adattamento per sentirsi parte di un tutto chiamato universo relazionale.Il primo passo per procedere in questa direzione deve essere, tuttavia, suffragato dalla consapevolezza emotiva del disagio: solo attraverso la presa di coscienza è possibile co- costruire la cura dello stesso.Affondare nelle sabbie mobili del dolore diviene una necessità ineludibile per contattare la nostra intelligenza emotiva ed evitare «la morte della personalità.» (Bion W.,1962)E' attraverso la relazione analitica terapeuta- paziente, che si agisce una sorta di "rêverie" materna, ovvero, capacità empatica di contenimento e di accoglienza della madre, in grado di fantasticare assieme al bambino.Stare nella relazione con il paziente attraverso la rêverie, comporta la sperimentazione di ciò che Bion (1962) definì un «contenitore», una «pelle psichica» dove il paziente può "apprendere dall'esperienza" emotiva, sentendosi capito e iniziando a capire se stesso.

E', tuttavia, intrascurabile la generazione di un'elasticità mentale ed emotiva per attuare il cambiamento, il che comporta la necessità di un profondo dolore che, attraverso la trovata connessione tra significato e significante, implica inevitabilmente il soffrire il dolore attraverso la tolleranza della frustrazione:«… esistono persone così intolleranti nei confronti del dolore … da sentire il dolore senza soffrirlo, di modo che non è possibile dire che esse lo scoprano … Il paziente che non soffre il dolore non riesce neppure a "soffrire" il piacere, il che gli impedisce di usufruire di quegli incoraggiamenti che altrimenti potrebbe trarre da momenti di sollievo casuale o non casuale. »(Bion W., Attenzione e Interpretazione, 1970, trad. it 1973)La dicibilità del disagio, dunque, è intimamente connessa alla possibilità della cura, la vita stessa verrebbe depauperata ineluttabilmente qualora vi fossero rigide interdizioni in tal senso:« Esprimere il dolore non significa gridare. Gridare può aiutare a fronteggiare, alleviare e gestire temporaneamente il dolore e soprattutto l'ansia. Per stabilire una condivisione, però, questo non basta; il dolore deve essere espresso in modo adeguato.

L'espressione adeguata del dolore, sostituisce l'espressione immediata, con un'altra che contiene un potenziale elevato di comunicazione e di relazione. »(La condivisione del dolore, Claudio Neri, Quaderni di Psicoterapia Infantile, 44, pp.85-97, maggio, 2002)Dalla danza, dunque, che esprime il non dicibile è pur possibile muovere in direzione del linguaggio del cambiamento, fatto di conoscenza, riconoscimenti, ritrovamenti di oggetti perduti nel mare infinito di un inconsapevole da ri- significare per ri- attuare la narrazione della nostra storia, consentendo finalmente alla crisalide di divenire farfalla.

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Scritto da

Daniela Ancona, Psicoanalista di Gruppo e Psicoterapeuta Analitica

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