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Le emozioni negate nel lutto: come permettersi di soffrire

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

Breve riflessione sul lutto, sulla perdita e sulla necessità di esprimere le emozioni connesse, al fine di poter elaborare l'esperienza, inevitabile nella vita di ognuno di noi.

14 NOV 2019 · Tempo di lettura: min.
Le emozioni negate nel lutto: come permettersi di soffrire

Quando si parla di lutto non si intende unicamente l'esperienza della morte di una persona cara, ma tutte le situazioni in cui si vive una perdita significativa che va ad incidere non solo sul proseguimento della propria vita quotidiana ma anche sul senso della propria identità. Quando perdiamo qualcuno, vengono a mancare tutti i momenti, gli scambi e le esperienze vissute insieme, ma ci viene anche a mancare ciò che eravamo noi con e per quella persona. Per tale motivo l'elaborazione del lutto comporta una prima fase di accettazione e una seconda fase di ristrutturazione della propria vita, del proprio passato, presente e futuro. Del passato poiché si rivede in chiave nostalgica con rimpianti, rimorsi o consenso ciò che si è fatto, detto e vissuto insieme; presente poiché si deve necessariamente ricostruire un sistema di routine senza l'altro dal momento in cui ci si sveglia al mattino al momento in cui ci si corica nuovamente; futuro poiché ci saranno eventi e situazioni in cui l'altro perduto sarà un fantasma spettatore, gradito, comodo o scomodo.

Il dolore della perdita si presenta solitamente, nelle prime fasi, come talmente forte da essere annichilente, soverchiante, tanto che qualcuno ci annega e vi sosta più o meno a lungo, qualcun'altro invece, dal mio punto di vista i meno fortunati, lo negano e lo scansano, rifugiandosi in un iperattività artificiosa, in una freddezza che è una gabbia protettiva ingannevole. Questi ultimi sono gli individui che non si permettono di soffrire, che temono la sofferenza e per questo la sopprimono, la negano, la nascondono nella cantina del loro essere sperando di non doverla mai incontrare.

Tuttavia la sofferenza è lì, in compagnia di tutte le altre emozioni, corollario dell'esperienza di perdita, quali la rabbia,la frustrazione, l' impotenza, pronte ad esplodere, ad emergere talvolta all'improvviso senza segnale e contestualizzazione alcuna. In alcuni casi la sofferenza è talmente indicibile che proprio non riesce a trovare la via della mentalizzazione, dell'espressione canonica attraverso la parola e allora diventa sintomo psicopatologico o somatico, della mente o del corpo ma anche dell'anima.

In questi casi, ritengo funzionale e necessaria un'attenta analisi di sé e un viaggio di ricerca e scoperta di questa sofferenza, tanto più che essa si presenta come un'esperienza ineluttabile, dalla quale nessuno può esimersi. Nessuno è esente dalla sofferenza della perdita, dell'abbandono. James Hilmann nel suo saggio sul puer parla appunto dell'esperienza della perdita come di un'esperienza archetipica, rappresentata ancestralmente dal mito della cacciata dal paradiso, e che permette all'individuo di farsi uomo, di crescere, di individuarsi, affinando le proprie risorse, la propria autonomia e la capacità di mettersi in gioco affidandosi a se stesso.

In tal senso, lungi dal ritenere la perdita un'esperienza positiva e auspicabile, essa è tuttavia inevitabile, pertanto diviene imprescindibile imparare ad affrontarla con una modalità il più possibile funzionale. Il primo passo per individuare e mettere a punto tale modalità è per l'appunto rappresentato dal riconoscimento e dall'espressione delle emozioni suscitate dalla perdita.

Il dolore, la rabbia, il senso di colpa, l'impotenza devono poter essere validate, riconosciute ed espresse, attraverso il pianto, la parola, la narrazione, la riflessione, il ritiro in sé e l'accettazione finale che apre la porta a nuove prospettive, ad un giorno nuovo della propria vita, che ovviamente non esclude il ricordo della persona perduta, ma lo integra con soluzione di continuità nella propria esperienza esistenziale, un frame connesso a tutti gli altri frame che compongono il film della propria vita.

E chi non riesce? Chi proprio non ce la fa a dar voce alle proprie emozioni, al proprio dolore, chi è stato zittito dal vuoto e dall'angoscia abbandonica?

A queste persone suggerisco di chiedere aiuto, di provare a fidarsi/affidarsi all'Altro, sia esso un terapeuta, un amico, un familiare o un'altra figura significativa, di non temere il giudizio, ma soprattutto di non temere il dolore, che necessita di trovare forme di espressione per diventare tollerabile e poi dissolversi per diventare forse non maestro di vita ma almeno compagno non più scomodo, non più avverso.

Dare voce al dolore, alla rabbia al risentimento, alla colpa significa in fin dei conti, accettarlo e darsi la possibilità andare avanti nella propria vita.

Articolo scritto dalla Dottoressa Romano Morena, iscritta all'Albo degli Psicologi della Regione Emilia Romagna

Scritto da

Dottoressa Romano Morena

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