Le emozioni in un'esistenza provvisoria

Stiamo vivendo in un momento che sembra sospeso, quali strategie possiamo mettere in atto per motivarci al futuro, quali riflessioni possono nascere dal tempo che ci è stato concesso?

9 APR 2020 · Tempo di lettura: min.
Le emozioni in un'esistenza provvisoria

Oggi termina la mia quarta settimana in casa, 28 giorni. I sentimenti provati durante questo periodo sono stati molteplici e si sono evoluti nel tempo.

Una settimana fa sono uscita per delle veloci commissioni, preparo la mascherina, i guanti e l'autocertificazione. Tutto ciò mi mette a disagio. Per mia fortuna ho sempre vissuto in uno stato di democrazia e libertà, questi rituali non mi appartengono, sono nuovi, sconosciuti. Dopo circa 21 giorni di fermo prendo l'automobile, entro in un negozio, incontro persone sconosciute. Ho sensazioni strane, mi rendo conto che in casa mi sento protetta, mi sento al sicuro, mentre lì fuori guardo chiunque mi circondi, controllo la distanza, penso a cosa sto toccando e a quanto sia pesante l'aria dentro la mascherina. Immagino che queste emozioni non siano solamente le mie, si parla da settimane degli effetti che questa pandemia avrà su tutti. Penso a chi avrà più difficoltà nel gestire le emozioni post epidemia.

Rientrata in casa mi faccio delle domande: come sarà ricominciare una vita sociale? Quali azioni caratterizzeranno le prime uscite? Come aiutare gli altri a non vivere con la paura di qualcosa di invisibile?

Ho fatto queste domande alla cerchia dei miei amici, età e professioni diverse, con e senza figli. Non è un campione rappresentativo ma d'altronde questo non è uno studio scientifico.

Così nasce questo articolo: da una riflessione, da sentimenti provati, dalla condivisione con chi mi sta intorno.

Tutti hanno risposto che la prima cosa che faranno finito il periodo di distanziamento sociale sarà riabbracciare i propri familiari, in una condivisione di emozioni e vicinanza. Ovviamente questo non mi ha stupito ma mi sono chiesta perché prima non fosse una priorità. In molti c'è anche la speranza che qualcosa cambi, che esca fuori il meglio dell'essere umano, che si torni ai valori concreti. Riflettendo su queste risposte mi sono venute in mente le parole di Viktor Frankl, un neurologo e psichiatra austriaco, ebreo, prigioniero di un campo di concentramento durante la seconda guerra mondiale. Attraverso la sua esperienza nei lager ha ricercato il senso della vita umana. La rilettura di un suo testo, Uno Psicologo nei Lager, mi ha permesso un'analisi più razionale sui sentimenti che ci guidano in un momento di difficoltà collettiva come questo.

Il processo attraverso cui si passa quando la vita viene stravolta prevede diversi passaggi, il primo dei quali prevede uno choc. È quel momento in cui ci sentiamo sospesi, a volte anche distaccati, come se quello che accade non ci appartenga. Le parole che spesso pronunciamo in questo momenti sono "non è possibile" oppure "non ci credo". Ci siamo passati tutti, nell'esatto momento in cui ci hanno comunicato a reti unificate che ci sarebbe stato un lockdown. È iniziato così quello che Frankl nel suo testo chiama esistenza provvisoria. Conosciamo l'inizio, sappiamo che avrà una fine, ma non sappiamo quando e come. Ecco, questo senso di impotenza dato dall'impossibilità di fare concretamente qualcosa per cambiare la situazione (se non stare a casa) può portare ad una fase di apatia. Tutti noi abbiamo trascorso un paio di giorni in pigiama, ciondolando dal letto al divano, pensando che "tanto è tutto inutile". È comprensibile ed è anche piacevole qualche giorno di inerzia, ma il rischio è che si prolunghi troppo nel tempo. Per evitare che questa apatia diventi patologica si sono attivati personal trainer, direttori di musei, musicisti e noi psicologi, con attività e consigli che permettessero alle emozioni piacevoli di prevalere. E tutto ciò non è inutile: non conoscendo la fine di questo periodo è più difficile immaginare uno scopo e senza di esso è semplice cadere in un'apatia prolungata che renderebbe complesso il reintegro nelle attività quotidiane. Una situazione nuova diventa ben presto un'abitudine, queste ci rassicurano e ci fanno sentire protetti, perché sotto il nostro controllo. E sappiamo tutti come è complesso modificare un'abitudine, per questo è importante che l'apatia non lo diventi. Come fare? "…all'uomo nei Lager si può prendere tutto, eccetto una cosa sola: l'ultima libertà umana di affrontare spiritualmente, in un modo o nell'altro, la situazione imposta. Ed esistevano veramente, le alternative! [...] la decisione dell'uomo che soccombe o reagisce alle potenze dell'ambiente che minacciano di rubare quanto egli ha di più sacro: la sua libertà interna" (tratto da Uno psicologo nei lager, V.E. Frankl, Edizioni Ares ,2012) .

Sono le scelte che facciamo, quindi, a creare le nostre abitudini e quindi il modo in cui vogliamo affrontare la situazione. Questo principio sta alla base di ogni processo di cambiamento, come la psicoterapia per esempio, ma se viene scritto da chi è sopravvissuto ad un campo di concentramento assume un significato più reale, autorevole direi.

Diventa allora importante capire cosa può spingere a prendere la decisione più funzionale ad un buon superamento di questo lockdown. Mi piace vedere la motivazione come una forza trainante e non come una spinta, perché se è l'obiettivo davanti a noi possiamo vederlo, concretizzarlo e dargli un nome. Provate a chiudere gli occhi e a visualizzare la vostra meta, cosa potete fare oggi per arrivare lì? Provate ad affrontare il tragitto con ottimismo realistico, il mondo non è perfetto e spesso le cose vanno in un modo differente dalle aspettative, ma noi possiamo affrontare le emozioni che questo comporta e immaginare la strategia più efficace con i mezzi a nostra disposizione. Lo scopo è come il carburante per la nostra macchina, permette movimento e ci mantiene accesi. Ed è possibile trovarlo anche in un momento di sofferenza, quando siamo messi a nudo con le nostre paure.

Cambiare lo stile di vita, rispettare la natura, dare più spazio alle nostre passioni, trascorrere più tempo con la famiglia…sono certa che per la maggior parte di noi questo sarà un periodo creativo che porterà a delle diverse prospettive.

Ora ci viene data un'opportunità, il tempo. È un tempo di riflessione, un tempo di paura per il futuro, un tempo per fare scelte diverse in quanto la situazione che stiamo vivendo è al di fuori di ogni nostra abitudine. Ogni emozione che proviamo può essere accolta perché ci ricorda che siamo vivi, la respirazione e le attività manuali possono aiutarci a gestire l'ansia e la tristezza, la noia può essere generatrice di fantasia e la progettualità può aiutarci a trovare uno scopo. Anche trovare un senso a tutto quello che sta accadendo fa parte del processo di accettazione, perché una spiegazione accettabile dà significato a qualcosa che altrimenti rimarrebbe ignoto. Per alcuni è rendersi conto di cosa sia veramente importante nella vita.

Ecco allora che torno alle risposte avute, l'attesa dell'abbraccio di famiglia e delle perone più care, quelle che amiamo e che ci fanno sentire amate. Quelle persone che sono sempre state accanto a noi ma che spesso non avevamo il tempo di goderci fino in fondo. Ora invece sono il motore che ci permette di rimanere attivi, sono lo scopo che ci porta a desiderare la libertà, per quanto questa ci spaventi con la sua imprevedibilità."Capisco allora che l'uomo, anche quando non gli resta niente in questo mondo, può sperimentare la beatitudine suprema – sia pure solo per qualche attimo – nella contemplazione interiore dell'essere amato. Nella situazione esterna più misera che si possa immaginare, nella condizione di non potersi esprimere attraverso l'azione […] anche allora l'uomo può realizzarsi in una contemplazione dell'immagine spirituale della persona amata, che porta in sé." (tratto da Uno psicologo nei lager, V.E. Frankl, Edizioni Ares ,2012)

Oggi sono uscita di nuovo per il solito giro di commissioni ma le emozioni che mi sono portata dietro sono state differenti: la mascherina mi ha dato meno fastidio, così come vedere la lunga fila fuori dal market, perché ci si abitua a tutto. Ma poi ho alzato gli occhi al cielo e mi sono goduta per qualche attimo il clima mite di aprile, l'ansia ha lasciato il posto all'impazienza per la libertà e ho immaginato anche io il giorno in cui torneremo ad abbracciarci.

Scritto da

Dott.ssa Roberta Collalti

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2 Commenti
  • Antonella Farinazzo

    Tutto molto realista.bellissimo aryicolo# A.F.

  • Carolina D'agostino

    Complimenti dott Ho letto con piacere

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