Le bombe sulla striscia di Gaza: questione di identità

In questa guerra vi e’ una rivendicazione del controllo dello stesso territorio in base a concezioni per lo piu’ etniche, culturali, religiose e nazionalistiche.

5 AGO 2014 · Tempo di lettura: min.

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Le bombe sulla striscia di Gaza: questione di identità
Guerra, bombe e morte. Termini che al solo pronunciarsi non possono che scuotere in qualche misura ogni coscienza umana; termini che racchiudono in sé un carico di dolore e sofferenza; termini che molti di noi conoscono solo come termini, racconti di esperienze terribili di chi del nostro popolo la guerra l’ha davvero vissuta.

Eppure da un’altra parte non molto distante da qui c’è chi di smettere di far guerra non ne vuole proprio sapere.

Le bombe che cadono sulla Striscia di Gaza e che vengono osservate come se fossero fuochi d’artificio dagli israeliani, comodamente seduti su sedie e divani e al sicuro da quella guerra che sta distruggendo la vita di moltissimi palestinesi, non trovano comprensione in chi non cerca di capire quali possano essere le cause che spingono un intero popolo a comportarsi in tal modo.

E da questa guerra nessuno è escluso; neanche l’ingenuità e la dolcezza di un bambino vengono graziate.

Per comprendere il conflitto israelo/palestinese è necessario considerarlo come un confronto tra identità etniche in cui anche il territorio assume una particolare rilevanza.

Per questi due gruppi non è infatti possibile parlare di identità per così dire “uniche”, in quanto da un lato troviamo gli “ebrei” e al contempo “israeliani” e “sionisti” e, dall’altro, i “musulmani”, “palestinesi” e “palestinesi cristiani”; neanche il territorio ha un’unica identità dal momento che viene chiamato Israele dagli uni e Palestina dagli altri.

Ma, venendo al dunque, come può l’affermazione dell’identità di un popolo portare tanta sofferenza e distruzione? Per cosa si combatte? Per quale ideale?

È necessario considerare l’identità quale costrutto culturale e sociale che non si definisce una volta per tutte, ma che si modifica nel tempo in quanto frutto di una scelta e di un’adesione, più o meno consapevole, a determinati valori influenzati anche dall’ambiente circostante.

Alla base della costruzione dell’identità personale troviamo quindi un processo di identificazione con alcuni dei modelli o identità collettive che vengono proposte dall’ambiente sociale.

Se si accetta, quindi, l’idea che nell’individuo si stratificano una serie di identità collettive che possono prendere il sopravvento l’una sull’altra in base alle condizioni storiche e individuali, si ha la possibilità di comprendere come l’identità etnica possa sovrapporsi a quella nazionale o culturale.

Far parte, all’interno di una società più ampia, di un gruppo etnico che abbia una comune discendenza, custodisca una memoria storica e condivida credenze religiose, linguaggio e territorio, fa sì che si strutturi un sentimento di appartenenza che tenderà ad essere difeso a tutti i costi nel momento in cui verrà messo in crisi dallo straniero.

Questa è una delle dinamiche che è entrata in gioco anche nel caso del conflitto in corso in cui, tra i fondamentalismi religiosi in campo, vi è una rivendicazione del controllo dello stesso territorio in base a concezioni per lo più etniche, culturali, religiose e nazionalistiche.

Ugo Fabietti, docente di antropologia culturale presso l’Università Bocconi di Milano, ha affermato che il conflitto nasce al fine di controllare le risorse che acquisiscono un valore simbolico in quanto intrise di un valore sacro in termini religiosi e civili. E, se è il sacro a garantire l’ordine sociale e se, tra l’altro, la sacralità delle cose assume significati differenti per le diverse etnie, allora è chiaro il motivo per cui un popolo possa essere in grado di portare avanti un conflitto così distruttivo per molti anni.

Queste brevi osservazioni possono dunque darci le risposte alle domande che ci eravamo posti.

Nel momento in cui le risorse a disposizione scarseggiano o, addirittura, due popoli combattono per ottenere il controllo delle stesse, il conflitto diviene aspro e, con il tempo, assume sempre più una valenza simbolica, sostenuta dalla memoria collettiva che contribuisce a mitizzare il significato delle risorse in ballo.

In tal modo, nonostante possa sembrare paradossale, è possibile comprendere come mai intere famiglie riescano ad osservare le bombe sganciarsi su altre famiglie innocenti.

La disumanizzazione è alla base dei conflitti e, perciò, non è difficile immaginare che osservare certe scene possa rimandare ai propri ideali piuttosto che alla sofferenza umana.

È chiaro, dunque, che comprendere le dinamiche che stanno alla base dei comportamenti umani possa essere utile a tutti noi per gestire la nostra rabbia quando leggiamo notizie o vediamo immagini che ci feriscono emotivamente, e possano altresì aiutarci nella gestione della nostra quotidianità con la consapevolezza che dinamiche simili potrebbero riguardare tutti noi in quanto attori di contesti sociali che ci influenzano.

Riferimenti bibliografici
Cossiga A.M., 2013. Identità a confronto. Breve manuale di antropologia dell’attualità. Roma: Eurilink Edizioni Srl.

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Scritto da

Dott.ssa Claudia Corbari

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Commenti 1
  • Monica

    Il conflitto israelo/palestinese non è un conflitto tra identità etniche, bensì un conflitto nettamente territoriale, venduto come etnico dalla propaganda isaraeliana. T'invito a leggere la storia prima del 1948 e scoprirai che nei tempi antecedenti al sionismo i diversi gruppi etnici in Palestina avevano rapporti normali di collaborazione e solidarietà. Oggi non c'è equidistanza perchè c'e' occupazione, quindi occupante (Israele) ed occupato (Palestina: Cisgiordania e Gaza, anche se su quest'ultima insistono sul fatto che non lo è perchè i coloni sono stati ritirati da Israele nel 2005, ma le frontiere di terra, aria e mare sono controllate, o forse è più giusto dire bloccate da Israele) Ti segnalo alcuni autori che possono fare luce sul tema: Ilan Pappe, Shlomo Sand, Robert Fisk.

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