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Lavorare il lutto attraverso le generazioni

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

La morte per ogni essere umano è uno degli aspetti della vita più difficili da affrontare ed accettare.

14 APR 2015 · Tempo di lettura: min.
Lavorare il lutto attraverso le generazioni

La storia di una famiglia è un susseguirsi di nascite e morti, di crescite e di separazioni.

L'affrontare queste crisi come fattori di crescita evitando cosi le ripercussioni distruttive legate all'isolamento o al dolore troppo invadente è un compito evolutivo per ogni famiglia.

L'uomo di fronte alla morte si scontra con il limite più inquietante e necessario che la sua esistenza gli possa offrire: il contatto con essa è un esperienza intima, profondamente iscritta nella trama degli affetti individuali ma altrettanto radicata nel mondo dei legami parentali, verso i quali rappresenta sempre un passaggio drammatico e inevitabile (Andolfi, D'Elia, 2007).

Ma la morte è anche un evento pubblico, sociale, che sfida la sopravvivenza stessa della comunità e richiede adeguate contromisure, provvedimenti adatti a garantirne la continuità.

Se non si può parlare della morte non si può possono sollecitare le risorse di solidarietà necessarie per superare il lutto. I riti, come ci insegna l'antropologia, hanno un valore protettivo verso gli individui che vi partecipano. La ritualità che riguarda il lutto rappresenta la transizione che ha da sempre consentito all'individuo di affrontare la perdita e di iscriverla nella continuità della propria vita, combattendo cosi il "disordine" della morte.

Le teorie psicologiche del lutto rappresentano il bagaglio culturale col quale ci si accinge a comprendere cosa accade quando una morte importante mette in crisi il senso della vita di una persona e come questo senso possa essere recuperato: dalla desolazione che la morte di una persona cara lascia, dal "deserto del lutto", si può uscire solo aprendo l'orizzonte di nuove "speranze di senso" per chi deve restare e non rifiutare le sue origini e la sua storia (Campione 2000).

Nel terzo volume di "Attaccamento e Perdita", intitolato "La perdita della madre" Bowlby descrive le quattro fasi del lutto, partendo dal dolore inevitabile a causa della natura persistente della ricerca della figura perduta. Il singolo individuo può oscillare avanti e indietro tra l'una e l'altra fase, tuttavia l'autore identifica una sequenza complessiva. La prima fase è quella dello "stordimento" quando si riceve la notizia della perdita, è caratterizzata da una sorta di anestesia o disorganizzazione, per cui la persona colpita dal lutto sembra non registrare la morte avvenuta in quanto l'evento risulta troppo doloroso.

Poi subentra la fase di "ricerca e struggimento" per la persona persa che può durare da alcuni mesi fino a qualche anno. Due stati d'animo predominano questa fase, la ricerca intesa come il richiamare col ricordo la persona scomparsa percependo gli stimoli che ne suggerirebbero la presenza, dall'altro l'espressione della rabbia, intesa come irritabilità ed amarezza, ma anche come rabbia verso chi si pensa responsabile dell'evento.

Solo quando si accetta che la perdita è permanente scompaiono la collera ed i rimproveri e subentra la tristezza profonda, passando cosi alla terza fase, ovvero quella della "disorganizzazione e disperazione". Questa è la fase più lunga e delicata di tutto il processo e solo se si tollera il tormento emotivo si può, a poco a poco, elaborare il lutto. Questa graduale accettazione permette di passare all'ultima fase, quella della "riorganizzazione", che può durare più anni.

Si assiste in misura diversa a seconda dei casi ad un recupero e graduale rinnovamento delle relazioni sociali e degli interessi, come esito positivo di un processo di ridefinizione di se stesso e della realtà. Tale compito risulta doloroso ma cruciale per il riemergere della progettualità, in quanto implica la rinuncia definitiva alla speranza di recuperare la persona perduta e di ripristinare la situazione precedente.

Le persone in lutto si costruiscono rappresentazioni mentali delle loro relazioni con le figure di attaccamento decedute; tali costruzioni e i legami che incorporano possono sia garantire sicurezza sia minacciarla, a seconda dello stile di attaccamento e della relazione passata con la persona deceduta (Bowlby, 1980).

Se il presupposto della capacità di superare la perdita è la qualità dell'attaccamento originario, è pur vero che non tutto si esaurisce nella relazione madre-bambino (Andolfi, D'Elia, 2007). E' necessario un ampliamento del campo d'azione in un ambito che è culturalmente sociale come l'elaborazione del lutto.

Uno sguardo sistemico permette di dare un senso al lento e difficile processo di elaborazione del lutto grazie alla possibilità di osservare i contesti e le relazioni lungo il doppio asse temporale della contemporaneità e della storia. Molta attenzione va posta dunque all'aspetto temporale dell'esperienza della morte in famiglia, secondo due modalità tra loro connesse: la storia intergenerazionale e le fasi del ciclo di vita familiare (Scabini, 1994).

Il ciclo di vita comporta un confronto con il susseguirsi di fasi che incontrano inevitabilmente nascite e morti, continue sfide agli equilibri consolidati, passaggi di ruoli e funzioni (Andolfi, D'Elia, 2007). Ricostruire la storia allora diventa il primo passo per ricollocare le perdite in prospettiva col presente e con il futuro di quella specifica famiglia. Il modello del ciclo vitale comporta una visione processuale del sistema famiglia e fornisce un quadro di riferimento all'interno del quale collocare l'evento morte (Andolfi, 2003).

La morte, in quanto interruzione di un legame, lascia ai vivi il compito di assicurare il passaggio di eredità materiali e morali e di trasmettere, accogliere ed elaborare la memoria familiare, che consiste nella capacità di sentire ed esperire ciò che connette le diverse generazioni, nel riconoscere e coltivare la comune appartenenza e nell'impegno a riproporla (Scabini e Cigoli, 2000). Nel riuscire a contenere aspetti di separazione che l'esperienza della morte attiva, in modo che non diventino barriere insormontabili, sarebbero fondamentali allora il dialogo tra i membri della famiglia, il loro poter esprimere liberamente i propri pensieri e il proprio dolore, e il continuo darsi reciprocamente conforto. Un sistema familiare si trova in equilibrio funzionale quando è in un periodo tranquillo, durante il quale ciascun membro di essa funziona efficacemente. L'equilibrio viene disturbato sia dalla nascita che dalla perdita di un membro e l'intensità della reazione emotiva che ne risulta dipende sia dal livello funzionale di integrazione emotiva, sia dall'importanza funzionale del nuovo arrivato o della persona che è venuta a mancare.

Quello del "sistema comunicativo chiuso" è il meccanismo che costituisce il presupposto del silenzio e dell'evitamento dell'argomento morte in famiglia: si diviene naturalmente sensibili agli argomenti che turbano gli altri e li si evita d'istinto. Nascono così i tabù, dei quali senza dubbio la morte è l'esempio più diffuso.

Il processo intrapsichico del diniego si incrocia con quello relazionale del sistema chiuso contribuendo a coprire l'espressione diretta e la comunicazione dei sentimenti dolorosi legati alla perdita (Andolfi, D'Elia, 2007). Una famiglia ben integrata può mostrare apertamente le sue reazioni quando avviene il cambiamento, mentre famiglie meno integrate potranno produrre soltanto una modesta reazione in quel momento, ma reagiranno più tardi con altri sintomi. Qui Bowen introduce il concetto chiave dell'onda d'urto emotiva: si tratta di "un fitto intreccio di contraccolpi sotterranei costituiti da eventi vitali gravi che possono prodursi ovunque nel sistema familiare esteso nei mesi o negli anni che seguono un evento di grave significato emotivo, di solito la morte. Non è direttamente correlata alle reazioni di dolore e di lutto che le persone vicine al morto normalmente hanno. Esso opera sulla base di una rete sotterranea di dipendenza emotiva reciproca tra i membri della famiglia". Ad essa sono riconducibili i sintomi più vari che possono comparire nell'arco di tempo lungo sia nella stessa generazione che in quelle successive e assumere la veste di qualsiasi problema umano, includendo tutta la gamma delle malattie fisiche e delle manifestazioni emotive. Per tutti questi motivi, quando il lutto persiste, anche dopo anni e in altre generazioni, si può pensare di intraprendere una terapia familiare o di avvalersi di un percorso di counseling ad approccio relazionale; può infatti rivelarsi necessario ed efficace in quanto entrambi permettono di far circolare i vissuti legati alle perdite e in questo modo offrono la possibilità di accedere al dolore ma di non rimanerne schiacciati e questa possibilità riguarda non solo per la famiglia in questione ma anche le generazioni che seguiranno.

Bibliografia

Andolfi, M, D'Elia, A.,(2007) "Le perdite e le risorse della famiglia", Raffaello Cortina Editore, Milano.

Andolfi, M., Angelo, C.(1985), " Famiglia ed individuo in una prospettiva trigenerazionale", in Terapia Familiare n 19

Andolfi, M., Angelo, C. (1987), "Tempo e Mito nella psicoterapia familiare" Boringhieri, Torino

Bowen, M.,(1979) " Dalla famiglia all'Individuo" Astrolabio, Roma

Bowlby, J., (1980) "la perdita della madre" Tr. it. in Attaccamento e Perdita, vol.3, Bollati Boringhieri, Torino, 2000.

Campione, F., (2000), " Il deserto e la speranza, Psicologia e psicoterapia del lutto". Armando Editore, Roma.

D'Elia, A. (2007), "Il lutto non è un fatto privato. La morte e le perdite nella letteratura familiare" e "Tecnologie per i sopravvissuti? Sulla morte e sul lutto nel mondo contemporaneo", in Andolfi e D'Elia " Le perdite e le risorse della famiglia, Raffaello Cortina, Milano.

Scabini, E., (1994), "affrontare l'ultima transizione: relazioni familiari alla prova" in Studi Interdisciplinari sulla famiglia.

Scabini, E., Cigoli, V., (2000), "Il famigliare. Legami simboli e transizioni." Raffaello Cortina, Milano.

Dott.ssa Giulia di Rienzo

Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale, iscritta all'ordine degli Psicologi del Lazio in data 02/04/2007 N° 14756.

Psicoterapeuta dell'Accademia di Psicoterapia della Famiglia nel Servizio di consulenza clinica per i lutti e le perdite familiari, che si configura come un settore specialistico di ascolto, di sostegno, di consulenza psicologica o di psicoterapia per tutti quelli che vivono una sofferenza riconducibile ad esperienze di lutto all'intero della famiglia.

Tutor all'interno della scuola di specializzazione.

Psicoterapeuta della Fondazione Silvano Andolfi, nel servizio clinico rivolto agli immigrati.

Scritto da

Dott.ssa Giulia Di Rienzo

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