L'ascolto del disagio nell'adolescente

Tratto dall'articolo "Video, emozioni, creatività", INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia, vol.7, 2006

17 NOV 2014 · Tempo di lettura: min.

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Foto di Mundopsicologos

E' ormai fatto noto che la dispersione scolastica stia diventando un fattore sempre più in aumento, che il disagio dei ragazzi stia crescendo, e che, di pari passo al disagio dei ragazzi, si stia incrementando notevolmente la frustrazione degli insegnanti, specie di quelli ormai "veterani" della scuola, che vedono di fronte a sé, ogni anno, allievi sempre meno interessati a sapere che cosa dicevano Manzoni o Leopardi e sempre più impegnanti in azioni di boicottaggio delle lezioni.

Molto spesso mi capita di parlare con insegnanti, insegnanti oramai vicini alla pensione dopo 30 e più anni di onorato servizio, che si dichiarano spersi di fronte alle "nuove generazioni" alle quali oramai non interessa assolutamente più imparare: "sono assolutamente privi di una qualunque forma di curiosità, non gliene importa niente di niente!". Tutto ciò non può che far emergere un circolo vizioso difficile da arrestare, al centro del quale c'è la demotivazione.

Laddove c'è un disagio, c'è una domanda da parte di chi questo disagio lo sta manifestando; laddove, c'è una classe che boicotta costantemente il professore che sta cercando di insegnare, c'è una classe che sta chiedendo qualcosa a quel professore in particolare e alla scuola intera in generale. La cosa difficile è riuscire a capire quale è la richiesta laddove sembra ci sia solo demotivazione.

La scuola sta cercando di interpretare questa domanda nel suo tempo. Per questo motivo essa sta rivisitando le sue funzioni, accogliendone di nuove che vedano la promozione del benessere sia degli studenti che del corpo docente e la prevenzione del disagio come obiettivi fondamentali.

All'interno della scuola si svolge gran parte della vita dell'alunno: dopo la famiglia questa viene a rappresentare uno dei maggiori, se non il maggior punto di riferimento per il ragazzo. Durante tutte le ore che i giovani passano a scuola gli succedono tante altre cose oltre alle lezioni e interrogazioni (possono litigare con l'amico/a, essersi appena messi o lasciati con il ragazzo o la ragazza…). In quanto punto di riferimento e luogo di formazione globale, allora, è necessario che la scuola sia preparata ad affrontare i compiti che tale ruolo richiede.

Sono un po' di anni che lavoro nelle scuole, in particolare nelle scuole medie inferiori e superiori2, e ciò che osservo è che tra i compiti principali che è importante che esse assolvano c'è quello della comunicazione e quindi dell'ascolto; l'ascolto del bisogno dei ragazzi di essere ascoltati.

Come psicologa dello sportello di ascolto, ho avuto una via di accesso privilegiata per poter entrare in contatto con la gran necessità che mi sembra i ragazzi abbiano di parlare, di comunicare, di capire e di conoscersi; portano, infatti, con sé dentro la scuola un intero bagaglio cognitivo, affettivo ed emotivo fatto di ciò che succede anche fuori: nella famiglia, con gli amici…che però spesso non riescono bene a gestire e questo perché, probabilmente, non lo conoscono; creano tanti pensieri, di cui spesso non riconoscono né la legittimità né l'appartenenza ("io la penso così però non so se è una stupidaggine", oppure, "non so se questo è quello che penso io o che pensa mia madre o il mio amico") e che non trovano possibilità di espressione e di elaborazione all'interno di un percorso curricolare spesso troppo distante e rigido.

Diventa allora importante offrire al ragazzo degli spazi all'interno dei quali tali contenuti possano emergere affinché egli possa sviluppare una maggiore confidenza con i propri processi emotivi e con i propri pensieri, ossia una maggiore consapevolezza di se stesso e di come si muove nel suo mondo. Ciò rappresenta, a mio avviso, un importante fattore preventivo al disagio, alla dispersione e soprattutto all'emergere di comportamenti disfunzionali.

Se il ragazzo, infatti, conosce maggiormente se stesso, il suo mondo emotivo, e quindi anche ciò che gli piace e che non gli piace, cosa desidera e cosa no, allora potrà prendersi più consapevolmente la responsabilità dei comportamenti che sceglie di mettere in atto alleviando così il senso di frustrazione, di impotenza, di passività e, quindi, anche un po' del suo disagio (magari evitando di aderire conformemente a comportamenti altrui senza neanche sapere perché lo sta facendo).

Come possiamo sperare che possa mettere in atto "comportamenti responsabili" se ancora non conosce bene gli elementi, le informazioni attraverso cui fare le sue scelte e le emozioni che sottendono a tali informazioni? Come può prendersi delle responsabilità se sopraffatto da un mondo emotivo che ancora non sa gestire?

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Scritto da

Dott.ssa Serena Rubechini

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