L'ansia e le convinzioni "sbagliate"

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

L’ansia si può manifestare con diverse intensità. Sino a un certo grado ci aiuta e protegge. Solo quando è eccessiva ci ostacola. Ma cosa agisce su di essa facendola aumentare?

6 giu 2019 · Tempo di lettura: min.
L'ansia e le convinzioni "sbagliate"

L'ansia è l'anticipazione apprensiva di un pericolo o di un evento negativo futuri, accompagnata da sentimenti di angoscia e da sintomi fisici di tensione. Spesso è vissuta come uno stato incessante di allarme che sembra non avere un reale motivo d'essere.

L'ansia è una parente stretta della paura, ma è priva di oggetto. Infatti quest'ultima si riferisce sempre a qualcosa di specifico, di concreto. Si ha paura di un serpente o un ragno velenoso, di una tigre, del terremoto, di un malavitoso violento, etc. L'ansia, al contrario, è un dolore muto che non si sa decifrare, sembra priva di qualsiasi razionalità e coerenza.

È una sorta di smarrimento, un disagio che sconfina nell'idea di non farcela. È una sensazione vaga di qualcosa di brutto che sta per accadere. La tensione sembra incontrollabile, mortifica il corpo e inquina la mente e, il più delle volte, non si riesce a trovarle una spiegazione logica.

Eppure l'ansia è una cosa buona, ancorché chi ne soffre stenti a crederlo. Ci aiuta a sopravvivere, ci protegge e ci ha sempre salvaguardati dall'estinzione. L'ansia nasce dal fatto che abbiamo dei bisogni che vogliamo soddisfare e temiamo le cose pericolose o dannose che non vogliamo assolutamente che si verifichino. Se accettassimo in modo passivo tutto ciò che ci accade non saremmo ansiosi, ma ridurremmo di gran lunga la nostra prospettiva di vita. I nostri bisogni sono tanti, a cominciare dai primari come ad esempio la necessità di nutrirci, curarci, di avere un tetto sopra la testa, financo il desiderio di non soffrire e di non morire presto.

L'ansia ci aiuta a soddisfare questi bisogni e molti altri ancora dopo che questi sono stati realizzati.

Se consideriamo la nostra storia evolutiva, per migliaia di anni siamo stati prede alla stregua di un qualsiasi altro animale. Nel momento in cui ci trovavamo in pericolo per la presenza di un grosso carnivoro, dovevamo reagire immediatamente scappando o, se non era possibile, combattendo strenuamente, al meglio delle possibilità che la nostra specie non poteva permettersi.

Il pensiero è lento. Quel secondo, o più, di cui avremmo avuto bisogno per decidere come reagire al pericolo, avrebbe potuto fare la differenza fra il vivere e il morire. Pertanto la natura ha previsto un meccanismo che ci facesse agire in modo automatico, immediato, senza passare attraverso il pensiero. Grazie a questo meccanismo, chiamato da Walter Cannon "reazione di emergenza", noi potevamo reagire più rapidamente e aumentare la probabilità di salvarci dall'aggressione di un predatore. In questo modo non ci siamo estinti.

Questo meccanismo, più conosciuto come "reazione di lotta o fuga" sta all'origine dell'ansia ed è regolato, in gran parte, da un organo che si trova nel nostro cervello, chiamato amigdala. Di fatto in cosa consiste? Innanzitutto nella liberazione nel nostro organismo di alcuni ormoni e neurotrasmettitori che mettono il nostro corpo, nel tempo di un battito di ciglia, in grado di correre o lottare nel miglior modo possibile. L'amigdala, in buona sostanza, non appena capta una situazione pericolosa, attiva una risposta del sistema nervoso autonomo. Quest'ultima determina, per esempio, da parte delle ghiandole surrenali e del fegato il rilascio nel sangue, rispettivamente di adrenalina e cortisolo, provocando una serie di reazioni neurofisiologiche immediate.

Tachicardia, aumento della pressione, sudorazione, aumento della coagulazione del sangue, interruzione di qualsiasi attività del sistema gastroenterico, etc.

Queste risposte e molte altre ancora sono finalizzate a migliorare la prestazione atletica. La tachicardia e l'aumento della pressione arteriosa servono a far defluire una maggiore quantità di sangue nei muscoli maggiori, in particolare quelli delle gambe, potenziando le performance nella corsa; la sudorazione, invece, serve a contrastare l'aumento della temperatura corporea, provocato da un'intensa attività fisica; la migliore coagulazione evita, in caso di ferite, un'eccessiva perdita di sangue; col rallentamento dell'attività dello stomaco e dell'intestino l'energia destinata alla digestione viene sacrificata per un po' a vantaggio dell'energia muscolare; il cortisolo interviene nel processo di sintesi degli zuccheri, utili ad aumentare la disponibilità di energia necessaria ai muscoli.

Una volta che il pericolo è passato e il predatore è lontano il nostro sistema nervoso autonomo, attraverso un meccanismo omeostatico, libera altre sostanze, quali, ad esempio, le endorfine, che aiutano a riportare tutto alla normalità. La frequenza cardiaca e la pressione arteriosa tornano a valori normali, il sistema gastroenterico ricomincia a funzionare regolarmente, la sudorazione cessa, la concentrazione di cortisolo nel sangue cala.

Questo sistema, che ha funzionato così bene per migliaia di anni e ci ha permesso di sopravvivere, oggi può crearci qualche problema. Infatti non abbiamo più la preoccupazione di dover affrontare un predatore. Non rischiamo di "girare l'angolo" e incontrare una tigre. Sono ben altre le cose che ci fanno paura e per cui ci preoccupiamo. Un esame, una visita medica, un colloquio di lavoro per i quali non dobbiamo darcela a gambe elevate, anzi, dobbiamo rimanere seduti, calmi e lucidi.

L'amigdala, però, scavalcando la coscienza ed il pensiero, non sa distinguere le ragioni che stanno all'origine del rischio che stiamo correndo. Non sa se il pericolo viene da una tigre, da un medico o da un esaminatore. Non sa se stiamo entrando nella tana di un orso feroce o in un ascensore. Lei reagisce comunque allo stesso modo, non fa distinzioni. Tutte quelle reazioni neurofisiologiche, che si determinano nel nostro organismo e che troverebbero significato in una condizione di "attacco o fuga", in una situazione di inattività vengono percepite come un forte disagio e malessere, facendoci stare male.

L'ansia si può manifestare con diverse intensità. Sino a un certo grado ci aiuta, oltre diventa disfunzionale e ci ostacola. L'ansia, quando è semplice preoccupazione, vigilanza o sana prudenza, ci protegge. Per esempio, quando ci fa guardare con attenzione prima di attraversare la strada, guidare entro i limiti di velocità, stare alla larga dai cibi andati a male e ci impedisce di passeggiare di notte per quartieri malfamati, è utile e sana per noi. Ci preserva la vita.

Quando, invece, è troppo elevata, diventa distruttiva e contraria ai nostri interessi. Quando, appunto, si deve attraversare la strada, se una persona ha un'ansia funzionale, cammina con prudenza, rispetta il semaforo, tira un occhio per vedere che non stiano passando delle auto e attraversa velocemente. Proviamo, invece, a immaginare una persona così terrorizzata dall'idea di poter essere investita alla quale, trovandosi sul ciglio di una strada, il cuore batta all'impazzata, le gambe tremino, sprofondando in uno stato di totale confusione mentale. In preda a un'angoscia profonda, non riuscirà a capire più nulla: è probabile che attraverserà in modo maldestro, potrà inciampare mentre cammina, guardare dalla parte sbagliata o bloccarsi nel panico in mezzo alla strada, rischiando di procurare un incidente e di rimanere ferita.

In buona sostanza l'ansia, quando è sana preoccupazione, ci aiuta a prendere le giuste decisioni, a fare le cose con buon senso e ci porta, di solito, a risultati positivi. Al contrario, quando è esagerata e, quindi, disfunzionale, ci arreca danno, ci fa perdere il controllo, ci fa reagire male, assumendo la forma del panico, delle ossessioni, dei tremori, del senso di soffocamento, del peso al petto, della confusione mentale, etc. Ci rovina l'esistenza.

Cosa fa aumentare l'ansia fino a farla diventare disfunzionale?

La domanda che sorge spontanea, a questo punto, è cosa faccia aumentare l'ansia sino a farla diventare disfunzionale. Esistono un fattore biologico e uno ambientale, che intervengono in diversa misura nel provocarla. Potremmo, quindi, erroneamente credere che siano solo la biologia e l'influenza del nostro ambiente a controllare la nostra ansia. Questi sono fattori importanti, ma non sono determinanti.

Cruciale è, invece, un altro fattore che agisce sul nostro stato ansioso: noi stessi.

Sì, proprio noi. Il nostro modo di pensare, sentire, agire. Insomma, i comportamenti che adottiamo, quando ci troviamo davanti all'ascensore, quando dobbiamo attraversare la strada o quando dobbiamo sostenere un esame, non dipendono solo dalla situazione contingente, ma anche da quello che diciamo a noi stessi. Ad esempio a come consideriamo lo stato dell'ascensore, il tipo di strada che dobbiamo attraversare o la severità dell'esaminatore. In relazione alla contingenza, sono il nostro dialogo interno, il nostro modo di pensare e, in ultima analisi, le convinzioni che ne stanno all'origine, che determinano le nostre reazioni emotive e il grado di ansia che possiamo sviluppare.

Sono, quindi, le nostre convinzioni a fare la differenza. Quando sono razionali ci aiutano a realizzare i nostri obiettivi. Se troviamo degli ostacoli, creano sensazioni di delusione e frustrazione, ma anche sentimenti di incoraggiamento ed entusiasmo. Ci inducono a fare del nostro meglio, a non arrenderci, a non tirarci indietro. Ci stimolano ad affrontare gli impegni in modo realistico, non catastrofico, e, in buona sostanza, determinano conseguenze desiderabili.

Le convinzioni irrazionali, al contrario, hanno un effetto negativo. Tendono a renderci ansiosi, talvolta a mandarci nel panico, al punto da sabotare la realizzazione dei nostri stessi obiettivi, facilitando la determinazione di un esito fallimentare. Le convinzioni irrazionali spesso inducono a rinunciare.

È intuitivo capire cosa si dovrebbe fare per proteggersi dall'ansia, quando è esagerata e distruttiva. Si devono ricercare le proprie convinzioni irrazionali, capaci di provocarla. Bisogna scovarle, metterle in discussione e, attraverso una buona ristrutturazione del proprio modo di pensare, trasformarle in convinzioni razionali. Questo percorso spesso è difficile e, pertanto, chiedere aiuto potrebbe rivelarsi utile.

Articolo del Dott. Marino Donà, iscritto all'Ordine degli Psicologi della Liguria

Scritto da

Dott. Marino Donà

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