L'ansia come messaggio relazionale

L’ansia è uno dei sintomi più studiati scientificamente e più conosciuti dalle persone, proprio perché sembra che tutti, almeno una volta nella vita, abbiano provato questa emozione.

28 SET 2020 · Tempo di lettura: min.

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L'ansia come messaggio relazionale

"Anche se il timore avrà sempre più argomenti tu scegli sempre la speranza" Seneca

L'ansia è uno dei sintomi più studiati scientificamente e più conosciuti dalle persone, proprio perché sembra che tutti, almeno una volta nella vita, abbiano provato questa emozione.

A cosa serve?

Da un lato può essere utile per affrontare al meglio alcuni momenti significativi, dall'altro è uno dei sintomi più "disturbanti" del nostro periodo storico.

La sua funzione principale è quella di comunicarci che c'è qualcosa nel nostro contesto di appartenenza che ci fa paura o che avvertiamo come pericoloso. I pensieri relativi al potenziale pericolo portano poi a un'attivazione di tipo fisiologico (tensione, tachicardia, sudorazione, tremori, vertigini…), che è funzionale per trovare una soluzione alla situazione temuta. In quest'ottica l'ansia è un sintomo adattivo ed è stata molto utile per l'evoluzione dell'uomo.

Inoltre l'ansia può essere vista anche come un'emozione dal significato relazionale: Marinella Sclavi (1) sostiene che tutte le emozioni ci forniscono delle informazioni utili rispetto al nostro contesto e alle relazioni per noi importanti. Molto spesso dietro al sintomo c'è un messaggio comunicativo tra noi e le persone più importanti della nostra vita. Se si osserva attentamente, ci si accorge che la prima conseguenza è la ricerca di vicinanza e di un supporto emotivo da parte delle persone care. Questa vicinanza non sempre è una richiesta consapevole, molto spesso è connessa al bisogno di aiuto, ma nel lungo termine potrebbe attivare alcune dinamiche relazionali, che potrebbero mantenere il disturbo.

Esemplificativamente, in alcune relazioni di coppia si può osservare che, quando un partner è ansioso, l'altro tende ad un tono dell'umore depresso, come se ciascuno cercasse di compensare l'altro e contemporaneamente cercasse una maggiore vicinanza. Ancora, si osserva che in alcune famiglie un bambino si iperattivi proprio quando i genitori non gli prestano attenzione oppure sono immersi in una discussione tra loro, come se da un lato cercasse la loro vicinanza, ma dall'altro cercasse di trovare una soluzione per mettere fine al litigio.

In psicoterapia è fondamentale comprendere il contesto entro il quale si è sviluppato il sintomo e quali sono i meccanismi relazionali che portano a mantenerlo nel tempo, in quanto un sintomo è sempre parte integrante del contesto, anche se a primo impatto potrebbe sembrare una cosa "strana" o al di fuori di ogni senso.

Cosa fare?

Quando si percepisce che l'ansia sta diventando disturbante potrebbe essere utile osservare come e in quali circostanze succede, oltre che prendere nota di quali comportamenti, pensieri ed emozioni sono maggiormente presenti. Suggerisco spesso alle persone che si rivolgono a me per questo sintomo di fare una sorta di "diario" giornaliero e di scrivere nel dettaglio i seguenti punti:

  • quando, dove e quali sono le persone presenti in quella situazione;
  • quali sono i pensieri che faccio a riguardo;
  • quali sono le emozioni che sento;
  • quali sono i comportamenti che metto in atto e che mettono in atto le altre persone;
  • quanto è stato disturbante il sintomo in una scala da 1 a 10, dove 1 è il livello minimo di disturbo e 10 il massimo.

Quando l'ansia diventa eccessiva per la gestione quotidiana, è utile rivolgersi a un professionista per comprendere meglio quale funzione sta svolgendo e per trovare alcuni piccoli accorgimenti per gestirla in modo più efficace.

Dott.ssa Valentina Loforese | Psicologa – Psicoterapeuta

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Scritto da

Dott.ssa Valentina Loforese

Bibliografia

  • (1) Marinella Sclavi, 2003, Arte di ascoltare e mondi possibili, Mondadori Bruno

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