La violenza psicologica

La violenza è l'incapacità di dare all'altro lo spazio e il tempo per dimostrare il suo valore. Questo errore del rapporto toglie all'altro il diritto di essere debole.

11 DIC 2014 · Tempo di lettura: min.

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La violenza psicologica

La violenza è l'incapacità di dare all'altro spazio e tempo per dimostrare il suo valore. Violenza è l'eliminazione del logos, pensiero dell'altro, l'annullamento del dialogo ( dia legheìn diremediante, attraverso).

Nel dialogo due discorsi, due pensieri vengono a contatto per costruire nel tempo e nella regola del riconoscimento reciproco di originalità e valore un terzo logos derivato dall'epilogo (epi legheìn dire in più).

Nel dis-corso (dis currere correre qua e là), nel colloquio (cum loqui parlare con), nella conversazione (cum versari trovarsi con, insieme) si riescono ad esprimere due pensieri, c'è uno spazio per questo terzo logos dato dalla loro interazione, dove non c'è un pensiero giusto ed un pensiero sbagliato, ma due ragioni: la ragione dell'uno e la ragione dell'altro, il valorer dell'un e il valore dell'altro. Il conflitto delle due ragioni porta alla definizione di una terza ragione, che sarà comunque mediazione, con-vincimento (vincere insieme).

La violenza è il non permettere all'altro la propria ragione, non dare spazio all'altro di esprimere nel suo tempo e luogo questa ragione, vincere il discorso senza cum (con, insieme), alterare il gioco annullando la regola della reciprocità.

La violenza è vis (forza nel senso di forzatura), è il togliere all'altro il diritto della sua debolezza. Il costruire un'unica via al discorso: la propria , senza la voce dell'altro, senza la smentita e senza trovare e verificare con l'altro la possibilità del proprio errore. Errore spesso sistematico, genetico, legato ad altra imposizione, alla manifestazione di un'altrui violenza.

Questo bias psicologico ci riporta alla non scelta, alla inconsapevolezza di essere senza identità propria, alla costruzione di una persona-maschera (persona maschera degli attori latini e greci da cui si deriva personaggio, individuo) che non si può togliere appunto perché messa e non indossata volutamente, riporta alla ripetizione acritica di un valore altrui, all'essere vittima che ripete la volontà del carnefice.

La violenza psicologica ha come la ferita fisica una riparazione grossolana urgente che lascia una cicatrice permanente nella vittima.

Come l'organizzazione di una difesa fisica si innesta senza grande ordine nella maglia della fibrina, così le difese psichiche si innestano in quella fibrina psicologica che è la consapevolezza del proprio diritto ad esserci e pensare, ma lasciano quella cicatrice che chiamiamo trauma.

L'annullamento della vera identità e della personalità spontanea produce una ricerca di valori d'esistere che sono modificati dal logos, pensiero dell'altro, devono essere tradotti nel linguaggio dell'altro per poter esistere, devono opporsi ed essere reattivi.

Ma se si reagisce a qualcosa si dà diritto a quella cosa di esistere come valore di riferimento; si inquina il proprio logos che non ha spazio per un proprio sviluppo, per un proprio discorso per aggiungere un proprio valore semantico, cioè un proprio significato, una propria originalità al dialogo. Perciò la violenza è la morte del dialogo, è nella vittima la sensazione di non avere parole, il togliere il valore soggettivo alla vita.

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Scritto da

Giulio Maggia

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