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La videosorveglianza negli asili nido

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

Gli episodi di violenze su bambini in asili nido e su pazienti in strutture sanitarie ha montato la protesta di chi chiede più controllo e la politica propone di introdurre le telecamere.

3 MAR 2017 · Ultima modifica: 14 MAR 2017 · Tempo di lettura: min.
La videosorveglianza negli asili nido

Il 5 maggio c.a. ha iniziato il suo lungo iter il DDL di Gabriella Giammanco, capogruppo di Forza Italia in Commissione bicamerale Infanzia e Adolescenza che prevede l'installazione di telecamere a circuito chiuso all'interno di asili nido, strutture per disabili e per anziani al fine della loro tutela. I filmati saranno a disposizione delle forze dell'ordine su richiesta della magistratura a seguito di denuncia.

In questo modo, chi si fa promotore dell'iniziativa sostiene che il diritto alla privacy sarà tutelato [1]. Ovviamente la proposta della Giammanco cade e non a caso dopo una lunga serie di episodi tragici avvenuti in asili nido e in strutture residenziali nei quali operatori e insegnanti sono stati protagonisti di violenze gratuite e ingiustificabili su bambini, anziani, persone affette da disabilità mentale grave e disagio psichico. Il DDL quindi nasce da un singolo soggetto ma è espressione di un pensiero collettivo che ha prodotto petizioni, iniziative e azioni dimostrative a tutela e difesa dei soggetti più deboli della nostra società e che a gran voce ha chiesto l'installazione della videosorveglianza in luoghi sensibili. Del resto la prova regina delle violenze perpetrate proviene proprio dai filmati in possesso della polizia e quindi apparentemente la naturale conseguenza di ciò sarebbe pensare di istituzionalizzare il metodo attraverso una legge apposita che abbia finalità preventive oltre che di regolamentazione del reato.

In fondo il pensiero collettivo che è a sostegno e che ha partorito una proposta di legge siffatta immagina che dinanzi ad una telecamera chi fosse mal-intenzionato si asterrebbe dal compiere un abuso e/o una violenza su un assistito. Ma la telecamera pur costituendo un disincentivo importante tuttavia non può fornire garanzie assolute che simili "incidenti" non avvengano più in luoghi deputati alla cura e all'educazione dei più deboli, perché il comportamento umano, nonostante tutte le strategie, le tecniche e gli algoritmi predisposti, mantiene una quota di imprevedibilità che nessun sistema preventivo e coercitivo potrà mai eliminare. Così ad esempio poco conta ai fini dell'esito che un anziano ospite di una casa di cura sia vittima di vessazioni continue oppure di un unico, incontrollabile gesto violento, seppur fatto dinanzi agli occhi impersonali della telecamera, che ne può causare sofferenze irreparabili sino alla morte. Lo scopo dell'iniziativa è così nobile che ogni buon cittadino non potrebbe non aderire, soprattutto allorché il DDL si propone anche di tutelare coloro che nessuna colpa hanno proteggendone la privacy. E tuttavia un dubbio mi coglie, anzi più di uno. Poco fa s'è detto che la telecamera avrebbe un effetto disincentivante su una potenziale azione violenta e pertanto quindi va riconosciuto che chi propone la legge ne avverte il problema: i luoghi deputati alla cura, all'educazione e aggiungo al controllo sociale sono luoghi sensibili perché chi li abita lo fa secondo modalità e condotte altamente affettivizzate: in un asilo trovi tenerezza, amore, gioia, ma anche pianto, tristezza, rabbia, disperazione, apatia ecc.

I soggetti più deboli della società sono tali proprio perché in virtù delle loro basse competenze cognitive e affettive, delegano altri a provvedere ai loro bisogni e lo fanno contagiandoli emotivamente, così come una madre sollecita, sentendo piangere il proprio bambino, porge il seno per nutrirlo. Se il bambino non avvertisse la fame con dolore e non trasmettesse la sua esperienza interna attraverso il pianto ma rimanesse indifferente ai suoi stessi bisogni, potrebbe mai esserci una madre che lo capisce e che accorre a nutrirlo? Ciò significa che coloro che abitano determinati luoghi, sono spesso vittime di tempeste emotive nelle quali devono poter mantenere la rotta. Ma significa anche che a prescindere da chi siano i "salvatori" o i "salvati", tutti corrono il rischio del naufragio, perché il prendersi cura non è un atto scientifico ma è una condotta umana, quindi di natura abbastanza imprevedibile. Ne deriva che nessuna garanzia assoluta è posta per evitare che il salvatore non divenga il persecutore o al contrario che il salvato non voglia farsi salvare, diventando così egli il persecutore del suo salvatore. Ciò che mi preme dire è proprio che nei luoghi di cura e di educazione l'azione cosciente dei protagonisti si fa sullo sfondo archetipico e inconscio a cui appartiene la fantasia del salvatore/salvato/persecutore. Il DDL proposto non intercetta questo registro psichico ma piuttosto sembra nascere da uno sfondo filosofico ben preciso e ormai in auge da diversi secoli, che a partire da Cartesio (o da un certo modo di interpretarlo) afferma il primato della razionalità e della divisione tra cogito e affetto per approdare nell'epoca moderna all'uomo tecnologico e al suo supposto trionfo sulla natura (per poi divenire l'uomo depresso quando assume dolorosamente il fallimento del proprio utopico progetto).

L'occhio della telecamera rappresenta infatti una forma mascherata di super-Io freudiano posto a censura delle pulsioni socialmente inaccettabili. La sua funzione dovrebbe essere quella di vigliare, censurare ma anche di sostenere la razionalità nella sua perenne battaglia contro l'irrazionalità. Infatti, il senso comune esprime ciò quando afferma che chi vorrebbe compiere gesti violenti in siffatte situazioni "ci penserà due volte prima di commetterli" a dimostrare quanto potere viene attribuito alla volontà e al pensiero cosciente. Ciò si traduce nell'idea che tutto ciò che di irrazionale c'è a livello individuale e collettivo è fonte di turbamento che va eliminato per ottenere uno stato di armonia e di equilibrio sereno. Il punto però è se tra razionalità e irrazionalità, tra realtà e sogno, tra pensiero ed emozione, tra adattamento al collettivo e individualità l'unica forma di rapporto possibile sia il conflitto e se, invece, non siano possibili forme di co-esistenza. Un'altra domanda ci si affaccia alla mente: ma conosciamo gli effetti della repressione di un aspetto della natura umana (l'irrazionalità) a favore di un altro (la razionalità)? Come corollario del paradigma razionalista v'è l'utopia dell'uomo che ha raggiunto il pieno controllo sulle proprie emozioni la cui radicale espressione risiede nella fantasia del cyborg freddo e intelligente.

La cinematografia ha prodotto due stupendi capolavori come "2001 Odissea nello spazio" di Stanley Kubrik o "Blade Runner" di Ridley Scott nei quali si raccontano le alterne vicende di due robot, rispettivamente Hal 9000 e Roy che nonostante le grandi doti d'intelligenza sono soggiogati da una emotività intensa e sregolata ma tremendamente umana che muove le loro azioni. Due esempi per rispondere alla domanda precedente: più si nutre un aspetto della personalità come la razionalità, nella falsa illusione di estinguere per sempre l'irrazionalità e più questa diviene impulsiva, automatica, potente. Tornando quindi al DDL nella sua elementare proposta di inserire un controllo visivo all'interno di questi luoghi non solo non risolve il problema perché da valore concreto a quanto detto, cioè che il persecutore, il diavolo è sempre lo sfondo da cui si emerge e contro cui si lotta, ma anzi lo aggrava nella misura in cui non aiutando a prendere coscienza della vera natura della situazione, contribuisce a tenerla nascosta e in uno stato inconscio. Faccio un esempio pratico ma molto stringente: se ho il diabete ma lo imputo agli influssi negativi degli astri, cercherò di ingraziarmeli e non saprò invece che ho necessità di ridurre l'apporto di zuccheri nel corpo. Come dire che se la diagnosi è errata, lo è anche il trattamento. Così il potenziamento del controllo per mezzo della videosorveglianza svolge la stessa azione deleteria dello zucchero immesso in un corpo malato di diabete; non fa che esasperare un problema che dipende da altro e che se non lo si individua porta alla morte. Prima di addentrarci nelle mille pieghe dello sguardo umano è bene ricordare che il DDL in questione non ha nulla di innovativo in sé, ma anzi si colloca in una lunga tradizione di forme di controllo sociale che le varie epoche hanno escogitato per ricomprendere nel ventre della società le condotte aberranti di alcuni suoi esponenti. Così ad esempio, Foucault ci ricorda che l'istituzione psichiatrica nasce nel ' 700 sul paradigma dello sguardo costantemente fisso e posato sul malato mentale. La struttura manicomiale tipicamente eretta attorno ad un padiglione centrale dove risiedeva il medico-psichiatra costituiva metaforicamente il centro da cui si irradiava il suo sguardo a 360 gradi su tutti gli altri padiglioni periferici che ospitavano i degenti. L'obiettivo ultimo della cura consisteva nel "costringere" il malato a rinunciare alla sua visione distorta e ad assumere quella del medico rappresentante della visione collettiva della società. Addirittura le epoche precedenti avevano ideato il Panopticon, un modello di struttura con infinite applicazioni, dal campo psichiatrico e sanitario a quello scolastico a quello detentivo, che prevedeva alloggiamenti in cui le persone erano perennemente viste da qualcuno che, posto in una torretta centrale, al contrario, non potesse mai esserlo.

La fenomenologia con Sartre ad esempio, pone l'attenzione sull'importanza dello sguardo di cui siamo attori protagonisti ma che rivela tutto il suo spessore piuttosto quando lo subiamo: infatti posto sotto lo sguardo altrui l'essere umano avverte tutta la propria condizione di soggetto consegnato all'apertura verso l'altro. La mia esperienza cioè non si fa in un luogo interiore e chiuso ermeticamente dentro di me, ma si costituisce nella relazione tra me e l'altro. Così ad esempio la nostra identità si costituisce per mezzo di quello che cogliamo nello sguardo dell'altro che nel suo essere giudicante ci permette di cogliere il nostro valore, o nel suo essere accogliente ci fa sentire amabili o detestabili. Sartre a paradigma della capacità di strutturare l'esperienza ricoperta dallo sguardo menziona la ver-gogna: il trattino sta qui a delineare proprio la natura percepita in tutta la sua radicale violenza dell'esser esposti allo sguardo altrui: una gogna proprio. Nella vergogna ci sentiamo senza via di scampo, messi a nudo e senza più alcuna possibilità di coprire quello che siamo e che sentiamo: lo sguardo dell'altro cattura immediatamente il nostro sentire e lo presentifica. Lo sguardo può quindi piegarsi per esprimere giudizio, severità, amore, amicizia, affetto, ira, rigidità, indifferenza, apatia ecc. ma può anche essere assente: e già perché lo sguardo assente contrariamente a quanto si possa banalmente pensare, viene interiorizzato al pari di qualsiasi altra declinazione esso assume. Lo sguardo assente cioè non inficia la naturale qualità relazionale dell'esperienza ma semmai la consegna ad un'autoreferenzialità in cui contare su se stessi è l'unica forma per contrastare un vissuto lacerante di abbandono. Il DDL recepisce il problema in forma distorta: non c'è bisogno di telecamere ma piuttosto c'è bisogno che lo "sguardo si posi" su contesti in cui l'emotività regna sovrana, perché venga riconosciuta in tutte le sue sfaccettature, dalle più elevate e accettate a quelle più imbarazzanti e stigmatizzabili, proprio per evitare che esse si tramutino in azione concreta. Gli strumenti ci sono e ci sono sempre stati: la formazione e la supervisione psicologica, tutto per non arrivare a dire un giorno di qualsiasi luogo che "è normale che ci siano le telecamere", perché così sarà anche normale e potente l'impulso a cercare il cattivo che li abita

[1] http://www.orizzontescuola.it/news/videocamere-negli-asili-al-via-esame-ddl. http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0033410.pdf.

Scritto da

Dott. Gianfranco D'Ingegno

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